Benvenuti nella città invisibile, ma non silente!

La città invisibile è una contraddizione in termini. Se una città esiste, con le sue case, le strade, i lampioni, gli abitanti, come può essere invisibile?! La città invisibile però c’è: è dentro ognuno di noi. Le fondamenta delle sue case sono quello che abbiamo costruito fino ad oggi, le nostre esperienze passate, gli avvenimenti della nostra vita. I mattoni delle case sono i nostri sogni, le aspettative, le speranze, tutto ciò che vorremmo fosse, domani, presto o tardi che sia. Le vie della città invisibile sono i nostri pensieri, che si ramificano innervandosi e collegano case, ponti, quartieri, costituendo una fitta rete di scambi e connessioni. La città invisibile è lo spazio vivo in cui ognuno si sente quello che è, ed è libero di esprimersi, di sognare, di dire “no”, persino di creare mondi diversi, realtà parallele: con la speranza che quel tesoro invisibile custodito dentro ognuno di noi possa rappresentare la fiaccola del cambiamento e si riesca a passarne, tutti insieme, il testimone. La via per riuscirci, a mio parere, è quella indicata da Italo Calvino: “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio".

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giovedì 16 febbraio 2012

Priorità.



Mentre oggi apprendiamo, en-passant, che la corruzione dilagante del nostro paese ci succhia qualcosa come 60 miliardi di euro all'anno; e veniamo informati che nei primi nove mesi del 2011 si è registrato un -2,5% per quanto riguarda l'occupazione dei giovani tra i 18 e i 29 anni (pari a circa 80 mila occupati in meno), il senatore Domenico Gramazio del PdL ci tiene a comunicarci quanto segue (grassetto mio):
Ho presentato oggi un'interrogazione urgente al ministro dell'Economia e delle Finanze per sapere se Roberto Benigni ha effettivamente devoluto in beneficienza, come lui stesso aveva dichiarato, alla struttura pediatrica del Meyer di Firenze i 250 mila euro di compenso per la sua partecipazione al Festival di Sanremo dello scorso anno.
Queste sono le urgenze cui lavorano alacremente gli esponenti del Popolo della Libertà.

Suvvia, ammettiamolo: ora che lo sappiamo siamo tutti molto più tranquilli riguardo al futuro del nostro paese. 

Non è vero?


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domenica 1 gennaio 2012

Avanti tutta!


Beh, insomma, il 2012 è arrivato.

Con alle spalle le dimissioni di Silvio Berlusconi e davanti agli occhi lo spread che danza sui grafici facendoci dannare, mi pareva giusto dirvi grazie.

Per un 2011 passato insieme in trincea, nella polvere e nel fango di una società in declino che sta faticosamente tentando di rialzare la testa.

Noi ci saremo anche quest'anno, perché quello che stiamo vivendo è un momento difficile.

L'Italia è in una sorta di dopoguerra: dalle macerie c'è bisogno di ricostruire.

E badate: non tutti sembrano esserne consapevoli.

Anche per questo la parte sana della società civile - quella che ha in sé le potenzialità per dare vita ad un paese diverso, un paese mille volte migliore di quello che è diventato - deve essere vigile, oggi più di ieri; deve stare all'erta; non perdersi alcuna battuta; scandire i tempi della ricostruzione.

Per questo saremo qui: per dare voce alle nostre coscienze e ai nostri propositi e dimostrare, nel nostro piccolo, che il sonno della ragione è ormai finito.

Buon 2012 a tutti noi, dunque...

... sperando che i Maya abbiano preso una grande cantonata, naturalmente!


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lunedì 28 novembre 2011

Risvegli.

Lo so che vi fidate.

E tuttavia mi sembrava giusto documentarlo.

Così ho deciso di riportare qualche prima pagina degli amici del Giornale - solo da agosto in poi - da quando cioè la crisi si è palesata in tutta la sua veemenza non lasciando più adito a dubbi (i giorni in cui si cominciò a parlare della "tassa di solidarietà" per far quadrare i conti impazziti, ricordate?!).

Dal 12 agosto all'8 settembre:
[Cliccare per ingrandire: da destra a sinistra a partire dal basso]
Dal 9 settembre al 5 ottobre:
[Cliccare per ingrandire: da destra a sinistra a partire dal basso]
Dal 6 ottobre al 1 novembre:
[Cliccare per ingrandire: da destra a sinistra a partire dal basso]

In estrema sintesi: non un titolo sulla gravità della crisi italiana.

Non un'apertura sul tonfo delle borse - Milano in testa - nella drammatica settimana che ha portato alle dimissioni di Berlusconi, dal 3 al 10 novembre (il primo timido accenno è un editoriale di Feltri del 10 novembre, all'indomani - guarda caso - dell'annuncio delle dimissioni del Premier):
[Cliccare per ingrandire: da destra a sinistra]
Oggi, improvvisamente, inaspettatamente, il risveglio:


Una sola parola: inimitabili.

Specie se si considera che la notizia del giorno, oggi, è stata la seguente:


Notizia, evidentemente, di secondo piano per il quotidiano della famiglia Berlusconi.

[Le prime pagine del Giornale sono tratte dal sito Funize]


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mercoledì 2 novembre 2011

Welfare ad personam.

La copertina di Foreign Policy di un anno fa.
Mentre nel giorno della commemorazione dei defunti il Titanic-Italia rischia di colare definitivamente a picco dopo l'ennesima giornata disastrosa sui mercati internazionali, si apprende che un consigliere comunale della Lega torinese - il 25enne Fabrizio Ricca - ha presentato un ordine del giorno sulla riapertura delle case chiuse, uno dei temi preferiti dai leghisti:




Certo, a pensarci bene, qualcosa non torna: perché se è vero che i postriboli fanno fare cassa, come diavolo fa l'Italia - il Bordello State del Presidente Berlusconi - ad essere sull'orlo del baratro?!


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sabato 8 ottobre 2011

L'incontro: Stefano Folli nella Città Invisibile.



Stefano Folli, già Direttore del Corriere della Sera ed oggi editorialista del Sole 24 ore, ha concesso alla Città Invisibile un'intervista sulla situazione politica italiana (e non solo).

Dott. Folli, intravede qualche analogia tra la fine della prima repubblica e quello che molti chiamano "il crepuscolo della seconda repubblica", cioè il momento attuale della politica italiana?
«In effetti si sta un po' ripetendo un copione che abbiamo già conosciuto. La fine della prima repubblica fu la disgregazione del sistema politico fondato sui partiti. Ora stiamo assistendo ad un'estrema difficoltà delle forze politiche di interpretare i cambiamenti del paese e pertanto di governare. Questo porta ad una sorta di paralisi e quindi in qualche modo ad un rischio di collasso. Certamente la seconda repubblica è fallita. La prima repubblica non era fallita, si era consumata. Oggi invece, a distanza di 17 anni, stiamo assistendo alla consunzione di una seconda repubblica in fondo mai nata. Questo è qualcosa che somiglia ad una analogia ed è qualcosa che preoccupa per il futuro».
Taluni osservatori politici sostengono che il centrosinistra sia stato, negli anni, fin troppo tenero con Berlusconi e che questa ricerca di buonismo sia uno dei principali motivi della perdita di identità del centrosinistra stesso. Qual è la sua idea al riguardo?
«Penso che l'Italia non ha avuto una opposizione capace di presentarsi come alternativa credibile al governo di centrodestra. Quando il centrosinistra è andato al governo si è dilaniato rapidamente. E oggi non riesce secondo me ad offrire un profilo convincente. Non parlerei tuttavia di “buonismo”. Parlerei di difficoltà ad interpretare con vigore un'opposizione che sia realisticamente credibile. Questo non significa che il centrosinistra non possa vincere le prossime elezioni; le può vincere in relazione alle crescenti difficoltà di Berlusconi, ma non sarebbe una vittoria che denoti una sintonia ritrovata con il paese. E questo potrebbe portare all'ennesima prova di cattivo governo. Cosa che naturalmente non possiamo certo augurarci in un momento simile».
Qual è stato, a suo giudizio, il più grande errore politico di Silvio Berlusconi?
«Palesemente quello di non essere riuscito, non aver saputo o non aver voluto costruire le istituzioni della seconda repubblica. Berlusconi ha avuto l'intuizione del bipolarismo, l'intuizione di aggregare delle forze disperse e di riportarle alla vittoria elettorale, è stato uno strepitoso uomo di campagna elettorale, ma assolutamente insufficiente come “costruttore di istituzioni”: questo è il suo peccato storico. Sarebbe troppo facile dire soltanto che si è occupato prevalentemente dei suoi problemi personali. Ha mancato proprio nella visione istituzionale, che deve essere propria di un Presidente del Consiglio che resta sulla scena appunto per 17 anni, tutto l'arco della cosiddetta seconda repubblica». 
Sul ruolo della Lega: sempre più spesso si sente parlare dei malumori della base. Lei ritiene che questi malumori possano essere tra le cause di un eventuale crisi di governo? 
«È possibile. Anche se questo presuppone un rovesciamento di Bossi. Perché Bossi ha fatto palesemente la scelta di sostenere Berlusconi fino alla fine: solo se fosse messo in minoranza all'interno della Lega lo scenario cambierebbe completamente. Ma questo al momento mi pare difficile, perché Bossi ha ancora un ascendente enorme sul suo partito, come dimostrano ad esempio le difficoltà di Maroni, che non riesce a trovare un vero spazio politico. In definitiva, se ci fosse una fine dell'era Bossi, ci sarebbe senza dubbio la fine dell'era Berlusconi».
Nella sua rubrica Il Punto, lei sottolinea che le parole di Bagnasco lasciano intravedere un progetto di riaggregazione dei politici di ispirazione cattolica di ambo le parti. Si punta secondo lei, in qualche modo, ad una nuova Democrazia Cristiana? O a cosa?
«Non credo a una nuova DC in senso stretto. Penso che la Chiesa guardi alla fine dell'era di Berlusconi – alla quale comunque siamo vicini - e si ponga il problema di una forza moderata che sappia occupare stabilmente il punto di equilibrio del sistema e lo sappia orientare. Non sarà una DC, può essere anche qualcosa di completamente nuovo, ma in ogni caso non direi che il discorso di Bagnasco è soltanto sui valori. È un discorso che ha senz'altro una prospettiva politica».
Veniamo allo scontro tra Berlusconi e la magistratura. Sempre nella sua rubrica Il Punto lei dice che il ruolo del Presidente della Repubblica sarà fondamentale in questo lacerante conflitto. Ritiene che se questo ruolo di mediatore fallisse, Napolitano si vedrebbe costretto a sciogliere le camere per evitare che lo scontro tra istituzioni arrivi ad un punto di non ritorno? Che scenari immagina in questo caso?
«Non credo che il presidente Napolitano possa sciogliere le camere per lo scontro con la magistratura. Lo scontro c'è stato già ed è stato duro, durissimo - e nulla esclude che possa essere ancora più duro - ma non credo che possa essere determinante per lo scioglimento delle camere. Per questo occorre che vi sia un fatto parlamentare. Il Parlamento deve cioè manifestare un dissenso, una lacerazione dentro la maggioranza. Se questo non avviene, non credo potrà esserci uno scioglimento delle camere».
A proposito del Presidente Napolitano: quando Futuro e Libertà presentò la famosa mozione di sfiducia nel novembre 2010, il Presidente della Repubblica fece in modo che il voto slittasse di un mese. Lei ritiene che sia stata questa la causa principale per cui il governo si è salvato, come molti sostengono?
«Io non sono convinto di questo. Penso che il Presidente della Repubblica si sia mosso con cautela perché in quel momento c'era il rischio concreto che il governo cadesse con la finanziaria aperta e quindi la situazione avrebbe potuto creare enormi problemi per la credibilità del paese, come abbiamo visto con tutti quei nodi che sono poi venuti al pettine più di recente: avremmo rischiato di esporci alla speculazione e ai mercati internazionali. Lo slittamento pertanto, in quel momento, era nell'interesse del paese e non credo che il rinvio del Presidente della Repubblica - dettato da giuste considerazioni – possa essere stato la causa del cambiamento di scenario in Parlamento».
Quando vi fu la scissione dal PdL, Futuro e Libertà aveva un potenziale enorme e i sondaggi lo attestavano tra il 6 e l’8%. Oggi siamo al 3% circa. Cosa è accaduto e dove hanno sbagliato?
«In politica non basta avere ragione in modo astratto. Bisogna avere ragione al momento giusto e quando la prospettiva ti permette di raccogliere consenso sulla tua azione. Secondo me Fini ha agito in maniera legittima, dal suo punto di vista, ma intempestiva dal punto di vista politico: Berlusconi era troppo forte in quel momento e non c'era un vero spazio politico che si potesse colmare. Questa è stata una sottovalutazione dei rapporti di forza molto grave. Del resto non basta essere popolari sui mass-media o avere un risalto mediatico: occorre saper interpretare i processi politici. Non c'è dubbio che in futuro avremo un centrodestra, un'area moderata, che non sarà più berlusconiana, ma bisogna saper interpretare i processi politici anche nelle loro tortuosità, nella loro lentezza. Voler prendere scorciatoie, alle volte, può essere molto pericoloso».
Berlusconi ha fortemente voluto l’elezione di Angelino Alfano come segretario del partito. Ma la guerra alla successione è già iniziata e serpeggia evidente nelle file del Pdl, tanto che sempre più spesso si parla di primarie. Il Popolo delle Libertà riuscirà a sopravvivere a Berlusconi?
«Il Popolo delle Libertà non lo so. Tenderei a dire di no. L'area moderata sì: questo è un paese che ha un forte radicamento moderato, che nel corso dei decenni - dal dopoguerra in poi - ha sempre trovato assetti diversi, ma ha sempre mantenuto grossomodo la sua forza elettorale complessivamente intesa, tendenzialmente maggioritaria nel paese. Il Pdl è una forma politica transeunte, molto legata alla personalità di Berlusconi. Il futuro sarà di chi saprà interpretare quest'area moderata meglio di altri. Le primarie possono essere uno strumento, ma presuppongono un Pdl che rimanga compatto e questo potrebbe non essere. Mi sembra che, sia pure su un piano diverso, la Chiesa si ponga il problema del futuro dell'area moderata in maniera più sottile. Quello che credo è che Alfano e gli altri che aspirano ad interpretare, nel futuro, questa area moderata debbano fin d'ora saper prendere le distanze da Berlusconi. Fini ha esagerato in un senso, ma non vedere che Berlusconi sta andando verso la fine della sua stagione e non stabilire alcuni ponti verso il futuro è un atteggiamento che può diventare rischioso per le sorti del paese. Non ci si può limitare ad appiattirsi su Berlusconi. Alfano qualche segnale l'ha dato ma, secondo me, ancora insufficiente».
Ritiene possibile che alla fine la stessa maggioranza si decida ad estromettere Berlusconi?
«Mi sembra molto difficile».
L’alleanza Di Pietro-Bersani-Vendola viene vista, non solo a destra, come un’armata brancaleone. Secondo lei potrebbe funzionare, ha qualche chance?
«Se la crisi del centrodestra dovesse continuare ad avvitarsi, è possibile che – complice una legge elettorale che dà un grosso premio di maggioranza alla Camera – questa alleanza possa vincere. Naturalmente è un'alleanza che può vincere le elezioni, ma difficilmente può governare senza una coesione programmatica. Questo porrebbe innanzitutto il problema di un'alleanza col centro, nient'affatto facile. Quando anche avessero i numeri alla Camera, poi, ci sarebbe il problema del Senato. Ecco perché non sembrano esserci le condizioni necessarie di stabilità e di buon governo per un'alleanza simile».
Sempre sul centrosinistra: molti sostengono che il PD abbia perso fin troppo tempo a cercare un leader e poco a costruire programmi e contenuti. Qual è la sua idea al riguardo?
«Lo penso anch'io. Non hanno un'idea forte da proporre al paese. La loro lettura della società italiana è troppo tattica e poco di prospettiva».
Alla fine della giostra cosa farà l’UDC? Andrà a destra o a sinistra?
«Se i due ghiacciai del bipolarismo non si saranno scongelati, andrà da solo. Se ci sarà un segnale di crisi forte, allora Casini si giocherà la partita nel centrodestra».
Ed Miliband, eletto il 25 settembre segretario del Labour, ha 42 anni; Barack Obama 50 anni; Josè Zapatero 51 anni, Nicolas Sarkozy 56 anni; Angela Merkel 57. Come mai in Italia non riusciamo a sconfiggere la gerontocrazia (non soltanto in politica naturalmente)?
«Secondo me perché abbiamo avuto in definitiva un sistema piuttosto bloccato. La classe dirigente che entrò sulla scena nel dopoguerra, dal 46 al 48 diciamo, era in realtà molto giovane. Essendo molto giovane, e mancando la valvola dell'alternativa, si è consolidata al potere per molti anni. Lo ha fatto cooptando, talvolta, alcuni personaggi più giovani ma complessivamente il meccanismo era tutto in mano ai giovani del 46. Poi c'è stata l'involuzione e la caduta della prima repubblica. Con la seconda repubblica abbiamo avuto una fase in cui alcuni personaggi più giovani sono venuti sulla scena. Casini e Fini erano tutto sommato dei giovani, nel 94-95. Il fatto è che poi si sono come “fossilizzati”. Anche perché, come si diceva prima, la seconda repubblica di fatto non è mai nata e si è ingessata. L'ingessatura è ciò che produce una difficoltà nel ricambio delle classi dirigenti. Aggiungo in proposito che oggi noi non abbiamo dei meccanismi che aiutino una crescita di nuove leve. Nella prima repubblica era relativamente più semplice. C'erano gli enti locali, ad esempio, che erano delle fucine di nuova classe dirigente. Ora è tutto più difficile, certi collegamenti si sono spezzati. Viviamo appunto dentro questa ingessatura e i ricambi avvengono soprattutto per via traumatica. Se Berlusconi dovesse uscire di scena in modo non politicamente semplice, vi potrebbero essere degli sconquassi e questo potrebbe portare alla ribalta dei personaggi nuovi. Anche se in fondo non c'è poi da augurarsi dei traumi così ripetuti».
Come giudica la rete e il fenomeno dei blogger?
«Molto positivamente. Lo giudico come un grande fenomeno di diffusione delle idee e di grande e appassionato dibattito civile. In questo senso un grande fenomeno di democrazia. Con dei rischi, perché saltare tutte le mediazioni comporta comunque dei rischi. E tuttavia mi sforzo di vederne soprattutto i lati positivi».
Quale futuro immagina per il giornalismo? La carta stampata è destinata a cedere il passo all'informazione dei nuovi media?
«In buona misura sì. Questo sono i fatti a dimostrarlo già oggi. Le giovani generazioni comprano pochissimi giornali e si affidano per lo più, anche per l'informazione, agli strumenti elettronici. Questo naturalmente comporta il rischio che venga in qualche modo meno il momento della riflessione, ma è un rischio da correre. Sarà il web che dovrà trovare in se stesso la correzione dei suoi difetti e dei suoi limiti, cioè il modo di favorire la cultura e la riflessione, funzione svolta per decenni e per secoli dalla carta stampata. Non credo per altro che la carta stampata scomparirà. Ridurrà molto il suo range; ci saranno giornali più di nicchia, che avranno un pubblico più ristretto e che dovranno essere fatti molto diversamente da oggi. Oggi le aziende editoriali costano tantissimo perché hanno anche uno spettro informativo molto ampio da coprire: se viene meno questo, viene meno il motivo di tenere su delle aziende editoriali mastodontiche e si arriverà dunque a giornali più snelli. Anche le fonti di informazione sono meno care di una volta. Gli uffici di corrispondenza – ad esempio – avranno meno senso, in prospettiva. Ergo penso che la carta stampata sopravviverà in maniera diversa, integrandosi per quanto possibile col web».


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venerdì 5 agosto 2011

... si muore.



Silvio Berlusconi ha dichiarato alla Camera prima, al Senato poi:
"la nostra economia è solida".
Ecco infatti l'andamento dell'economia nostrana (da settembre 2010 a luglio 2011):

Tassi d'interesse decennali sul debito pubblico.
Su Le Monde di ieri invece - e prima ancora in un articolo apparso nella versione online un paio di giorni fa - un grafico eloquente illustrava in modo ancora più significativo la solidità economica del nostro paese ponendolo a confronto con due nazioni della Zona Euro la cui economia è altrettanto solida e va dunque a gonfie vele:
Siamo praticamente come la Spagna del dimissionario Zapatero.

Peggio di noi solo la Grecia.

Com'era il detto?

Meglio di così...?


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mercoledì 20 luglio 2011

Se la sabbia dell'Italia diventa fango...



Quella che vedete sopra è una foto che ho scattato stamani su una spiaggia dell'Isola d'Elba.

E' una fortezza/castello/pista costruita da una volenterosa e paziente mamma con i suoi due figlioletti, una femminuccia di 6/7 anni e un maschietto di 4/5.

Alla fine delle fatiche, il maschietto, alzandosi da terra, con le mani ancora sporche di sabbia, ha composto sul visino paffuto un'espressione di estrema soddisfazione e ha affermato con enfasi:
"Ecco la macchina del fango!"
Non so dove abbia sentito quell'espressione, se alla televisione, in un discorso dei genitori, o in un'altra qualsiasi occasione.

Se si riferisce a quello che penso - e che state certamente pensando anche voi - le spiegazioni possono essere diverse.

Come diversa è la società che costruiamo giorno dopo giorno, stando assieme.

Sentire quelle parole in bocca ad un bimbo innocente di pochi anni di vita mi ha fatto pensare.

Il contrasto tra la sua gioia infantile e il vero significato, infame, che quelle parole hanno assunto negli ultimi tempi per merito di una certa società, di un certo modo di fare politica, di un certo modo di interpretare il giornalismo, ha risuonato in me come un singolare campanello d'allarme.

Perché quella macchina del fango non entri davvero nel nostro modo abituale di vedere le cose, di pensare alle persone - prestateci attenzione: in realtà sta già avvenendo - occorre invertire immediatamente la rotta di un processo già in atto.

Quel modo di pensare per cui non esistono grigi o sfumature; tutto è solo bianco o nero.

E l'etica imperante, quella che davvero fa la differenza, è quella del particulare, in cui contiamo solo noi stessi, con la nostra storia e la nostra individualità e gli altri sono "i diversi", gli avversari da sconfiggere, i nemici da abbattere.

L'Italia non può essere solo questo. 

Non deve esserlo.

Ne va del futuro di quel bambino e di quelli come lui.


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martedì 5 luglio 2011

Così, giusto per chiederselo.



Ricordate la vicenda dell'autista romano sorpreso (e filmato) con due cellulari, uno per mano, a guidare con i gomiti?

Ebbene è di oggi la notizia che la sanzione comminata da una commissione congiunta Regione-azienda dei trasporti è stata la seguente: 30 giorni di sospensione dal lavoro e dalla retribuzione.

La nota positiva è che l'autista si è reso disponibile a trascorrere il periodo di sospensione prestando servizio gratuito presso una Onlus di disabili.

Mi sembra davvero una buona conclusione della vicenda.

Ora la domanda che vi faccio è: ma se un autista che conduce un autobus con i gomiti viene sospeso e obbligato a risarcire il danno attraverso 30 giorni di lavori socialmente utili, quanti anni di lavori socialmente utili dovrebbe essere obbligato a prestare un Premier di un paese a caso - prendiamo l'Italia - per risarcire una società che da 17 anni conduce con i piedi?

Così, giusto per chiederselo.


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martedì 28 giugno 2011

Tetto cercasi per atterraggio miracoloso. Astenersi perditempo.



P4.

Le intercettazioni dell'era Masozoica, da cui emerge la squisita e raffinata competenza televisiva sulla base della quale, sicuramente dopo accurata selezione, fu scelto l'ex Direttore Megagalattico, Lup. Mann., Ing. Dott., Cav. di Gran Croce Mauro Masi come impavido condottiero della televisione di stato.

Attila fu meno traumatico: la fuga multipla dei "professionisti degli ascolti" da Mamma Rai ricorda i fili d'erba del leggendario unno.

L'organizzazione a "bordello" ipotizzata per il Presidente del Consiglio riguardo alle sue "cene eleganti" con statuina di Priapo danzante tra una portata e l'altra.

Le pensioni sempre più chimera per i giovani lavoratori di oggi.

I giovani di oggi non lavoratori sempre più numerosi.

Passata la sbornia elettorale e referendaria, la routine quotidiana in cui siamo presto riscivolati non dà segni di inversione di tendenza.

La sensazione drammatica è che "la macchina-Italia" stia precipitando in modo anomalo né più né meno come è  realmente capitato all'autovettura nella foto in apertura di post.

La buona notizia è che anche nelle situazioni più impensate può spuntare un tetto imprevisto che ti salva le chiappe.

La cattiva notizia è che la probabilità che questo accada è tristemente remota.

Speriamo solo di riuscire ad essere l'eccezione che conferma la regola.


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domenica 26 giugno 2011

L'Italia è ancora una Repubblica Parlamentare?


Se avete voglia e tempo, date un'occhiata al video che vi propongo di seguito (poco meno di 7 minuti).
Sono le osservazioni di un cittadino come noi che a marzo scorso ha chiesto e ottenuto di presenziare ad una seduta del Senato della Repubblica Italiana.



Non so chi sia l'autore e preciso che non condivido al 100% l'impostazione logica per cui se al Senato c'è gente che legge il giornale, chiacchiera con i colleghi, parla al cellulare o scrive Sms, allora il Senato debba chiudere perché significa che nessuno dei senatori lavora davvero.

La verità è sempre un po' più complessa di una semplice generalizzazione.

Ed io sostengo piuttosto che senatori e deputati possono ben leggere il giornale, chiacchierare con i colleghi, parlare al cellulare e scrivere sms.
Purché legiferino efficacemente e lo facciano nel nostro esclusivo interesse.

Cosa che, ahinoi, non sta (più) avvenendo da tempo, come un numero di italiani sempre crescente ha oramai capito.

E questo semplicemente perché - qui concordo al 100% con l'autore del filmato - nessuno ascolta più nessuno.

Due fazioni contrapposte tentano l'una di rimanere saldamente al potere, l'altra di disarcionare l'avversario in corsa (e taccio, per una volta, delle vicende private del Premier, sebbene sostenga da tempo che il berlusconismo sia una delle maggiori cause di questo fenomeno).

E tutti (o quasi) votano i provvedimenti come un sol uomo.

Questa sarebbe una democrazia parlamentare?

Se deve essere così, come ho già detto altrove, allora sapete che c'è? 
Bastano tre deputati alla Camera e tre senatori al Senato: due allo schieramento che vince le elezioni, uno a quello che le perde.
Risparmieremmo fior di migliaia di euro di stipendi e indennità (a proposito: i nostri parlamentari - che si sappia - sono i più ricchi d'Europa...), oltre a realizzare l'innegabile miracolo per cui l'opposizione di centrosinistra non potrebbe più apparire divisa, avendo un solo voto a disposizione!

In giorni come questi, in cui si è ripreso a parlare - guarda caso trasversalmente - di bavaglio alle intercettazioni (soprattutto per coprire le magagne dei potenti ovviamente), e in cui uno dei partiti di maggioranza del governo - la Lega - osa fare ostruzionismo all'ipotesi di un serio intervento nazionale riguardo al dramma napoletano dei rifiuti, è giusto il caso di ribadire, ancora una volta, che la miglior politica italiana, oggi, non è certo quella condotta quotidianamente nei meandri dei vari palazzi di potere.

E' quella genuina e spontanea delle piazze, dei movimenti, della gente che ha dato mostra di essersi risvegliata.

Che è l'unica, al momento, a parlare in nome di interessi in cui ci riconosciamo.

E per cui valga davvero la pena lottare.


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domenica 1 maggio 2011

Gheddafi reloaded...

Berlusconi con l'amico Gheddafi, che definì leader "di grande saggezza".

Viaggiare con la macchina del tempo, talvolta, può essere alquanto straniante.

30 Aprile 2011, ieri.

Nel commentare il discorso di Gheddafi, Il Giornale lo accusa di delirio.



Aldilà della plausibilità di un simile giudizio sulle parole del Rais, quello che mi pare più interessante da osservare, in un'ottica direi quasi storicistica, è lo stile comunicativo adottato dal quotidiano della famiglia Berlusconi nei confronti di Gheddafi: se infatti il Giornale parla di "ultimo" delirio, implicitamente imputa al Colonnello una serie di deliri di cui quello di ieri non appare che l'ultimo.
Se è così, ammetterete che sarebbe interessante capire quando è iniziata una simile inversione di rotta, dal momento che il dittatore è stato considerato fino a pochi mesi fa un fondamentale partner economico e che le sacrosante critiche (non solo da sinistra) sull'opportunità di fare accordi economici con un paese non democratico venivano bollate come ipocrite  solo il 29 agosto scorso, in occasione dell'ultima visita di Gheddafi in Italia:



Se poi si programma la macchina del tempo un po' più indietro negli anni, l'effetto straniante diventa ancora più evidente.

2008, 30 agosto.


E' il giorno della firma dell'accordo italo-libico.
La foto ritrae Berlusconi che mostra a Gheddafi il nipotino appena nato in braccio alla moglie Veronica Lario.

Sono passati poco più di due anni e mezzo.

Tra gli avversari personali di Berlusconi, c'è oggi proprio la ex moglie Veronica Lario, rea di aver definito "malato" il Presidente del Consiglio per la sua passione nei confronti delle minorenni, ricorrendo all'arcinota metafora delle vergini che si offrono al Drago.

Tra i nemici politici, invece, il Colonnello Gheddafi.

Sconcertante, no?

Com'è sconcertante, tornando ad oggi, che uno dei giudizi più vicini al pensiero di buona parte degli italiani sulla nostra situazione politica si ritrovi in queste parole:
"Ci rendiamo conto che non esiste un Parlamento in Italia, né tanto meno la democrazia. Solo l'amico popolo italiano vuole la pace".

Firmato, un (delirante?) معمر القذافي‎. 

Pardon: Muammar Gheddafi.


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martedì 26 aprile 2011

Berlusconi spiega il suo sì ai bombardamenti in Libia. Se questo è uno statista...

L'agenda della politica estera di Silvio Berlusconi parla chiaro.

Lo so: sono un inguaribile ottimista.

Idealista, per giunta (la razza peggiore, fra gli ottimisti).

In pieno XXI secolo, dopo tutta l'acqua passata sotto i ponti in questi millenni di umanità, riesco ancora a sperare che le decisioni importanti, nella vita degli uomini, così come nella vita delle nazioni, siano prese con raziocinio, equilibrio, buon senso, lungimiranza.
Il che vuol dire con la mente salda e ben rivolta alle conseguenze che vi saranno per gli altri, là dove per 'altri' intendo tutti quelli che non hanno la responsabilità di decidere, ma saranno comunque coinvolti, inevitabilmente, dalle conseguenze della decisione.

Per questo motivo, prima che per altri, un brivido freddo mi è corso lungo la schiena alla lettura, poco fa, dell'agenzia con cui Silvio Berlusconi ha spiegato in conferenza stampa il suo assenso alla partecipazione dell'Italia ai bombardamenti in territorio libico.
Queste le sue parole:
"non volevo che l'Italia fosse considerata partecipante non a pieno titolo"; anche perché l'opposizione "avrebbe sfruttato, e ha sfruttato, contro di noi questo fatto". Del resto l'Italia era stata esclusa dalle "triangolazione telefonica" nelle ultime settimane. "Anche questo ci ha indotto a decidere'' in tal senso perché ''non si possa dire che l'Italia non conta niente''.
Ditemi quello che vi pare.

Sentire affermare il Presidente del Consiglio di aver deciso di acconsentire a dei bombardamenti con la mente alle critiche dell'opposizione e l'occhio al ritorno di immagine, mi fa letteralmente gelare il sangue nelle vene.

Se sono criticabili le leggi, la sola idea di una politica estera ad personam è semplicemente, e francamente, del tutto inaccettabile.

Mi tornano alla mente le parole attribuite ad Alcide De Gasperi:
"Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione".
A quale delle due categorie appartenga Berlusconi, credo sia già piuttosto chiaro a molti. E da oggi, mi auguro, a qualcuno in più.

In ogni caso, sarebbe interessante che qualcuno spiegasse al paese il perché di queste affermazioni del Premier risalenti ad un mese fa:



Ebbene, se non è di troppo disturbo, potremmo sapere che cosa è cambiato dal mese scorso?

Mica per altro: giusto perché magari, e dico magari, è una decisione che potrebbe riguardare tutti noi.


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venerdì 18 marzo 2011

L'Unità d'Italia, la Lega e il déjà vu.


Un palazzo in una piazza di Firenze.



Parla Londra.

Trasmettiamo un messaggio speciale...

Lo confesso.


L'Unità d'Italia l'ho festeggiata all'estero.

Ebbene sì. Sono a Londra. Ho colto al volo un'offerta, pensando di staccare un po'.

Ho creduto, per qualche ora, di riuscire a non pensare a cosa avrebbe fatto la Lega in questo giorno di tutti che è stato ieri.

Ho creduto che, quando avrei sfogliato le pagine della rete, ad un giorno di distanza, per una volta avrei letto notizie diverse, di un paese diverso.

Ambedue le speranze erano destinate a dissolversi nel nulla.

E questa fine era già segnata in partenza, come la parte più razionale di me sapeva benissimo.

Perché l'anomalia Lega non può produrre altro, considerato quello che è: un manipolo di furbastri che soffia irresponsabilmente sul fuoco della secessione ad ogni piè sospinto, per colmare quanto più possibile il proprio bacino elettorale, fomentando odio e divisione.

Ieri, pertanto, non poteva che andare in scena il déjà vu.
A Montecitorio, presente una sparuta rappresentanza di leghisti "governativi": cinque, dico cinque leghisti in tutto.
E alla domanda rivolta al capopopolo verde sulla diserzione della Lega, Bossi ha risposto "Ma se ci sono io". Ah, ecco.

E poi la perla.

Dell'europarlamentare Mario Borghezio, che dopo aver dato dello "sfigatello" all'inno di Mameli, ha chiosato:

«Il destino, il vento della storia porterà a due Italie. Il Belgio docet. Il Belgio non è lontano. Le esigenze della storia e dell'economia imporranno due nazioni. Gli italiani saranno i nostri migliori vicini di casa».
Rammento solo, sottolineandolo, che questo 'signore' rappresenta l'Italia nel parlamento europeo.
E non ho voglia, credetemi, di aggiungere altro.

Giusto due parole, sull'altra speranza vana che riponevo nel mio viaggio londinese.
Che riuscissi cioè a lasciarmi alle spalle le nostre magagne, a non pensare alle storture italiche, al futuro del nostro paese.

Orazio (Ep. I,XI) ha scritto:

Caelum non animum mutant qui trans mare currunt.
"Cambiano cielo, non animo, coloro che viaggiano per mare".

E dunque il mio animo è immutato, è ancora lo stesso. Anche da qui. Soprattutto da qui.

Resistiamo.

Lo dobbiamo a noi, ai nostri "padri", ai nostri figli e a quelli che verranno.

Io, perlomeno, la penso così.

Parla Londra.

Abbiamo trasmesso un messaggio speciale ai resistenti...


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venerdì 7 gennaio 2011

Vite parallele.

Fiamme sul Maghreb.

Sto provando ad immaginare come dev'essere vivere in un paese in cui il governo imbavaglia la rete, lotta contro i social network tipo Facebook e limita con ogni mezzo la libertà di espressione attraverso i media.

Sto provando ad immaginare come dev'essere vivere in un paese in cui il governo non attua politiche di sostegno per i giovani e si dimostra palesemente inefficace nel contrastare il fenomeno della disoccupazione, che sfiora la drammatica cifra del 30%, tanto da indurre i "senzalavoro" ad una rivolta di piazza che ha acceso la miccia nel Maghreb.

Sto provando ad immaginare come dev'essere vivere in Tunisia, oggi.

E la cosa incredibile è che da un lato posso solo immaginarlo, dall'altro sento distintamente, da anni, il tanfo mefitico dei soprusi, degli inganni, delle prevaricazioni da regime monocratico.

Perché tutto questo, bavagli alla rete , lotte contro contro Facebook,  censure, limitazioni della libertà di espressione e tentativi di chiudere trasmissioni televisive di successo, seppure con sfumature differenti, non sta avvenendo, a fatti o a parole, da più di 15 anni, solo in Tunisia.

Come non soltanto in Tunisia la disoccupazione giovanile (notizia di oggi, fonte Istat) sta sfiorando il 30%.

E allora provo ad immaginare di vivere in un paese diverso.

Diverso da questa Italia.

Che non volevo e non voglio.

E che non smetto di sognare unita, equa ed onesta.

Un altra Italia, da quella di ora. Ma sempre Italia. 

Perché non voglio arrendermi all'idea che il nostro futuro, come quello di tanti italiani - ieri soprattutto, ma oggi di nuovo come ieri - debba necessariamente essere ricercato fuori dai confini di questo meraviglioso paese.

Per questo continuo ad immaginare di vivere in un paese diverso dalla Tunisia.

Così lontana... e al tempo stesso così maledettamente vicina.


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venerdì 19 novembre 2010

A buon imprenditor, poche parole...

Altro primato: imprese italiane fra le più tassate al mondo.

6 febbraio 2010. 

Berlusconi: "Abbiamo abbassato le tasse togliendo l'ICI e 2 miliardi alle imprese".


Novembre 2010. 

Uno studio denominato Paying Taxes 2011, condotto da Banca Mondiale e dalla società di consulenza PwC: l'Italia è al 167° posto su 183 paesi al mondo (!) per peso delle tasse sulle imprese.

Qualche numero non torna, caro Silvio...
Delle due l'una: o Berlusconi dà i numeri...

... o la Banca Mondiale è comunista.

Tertium non datur...


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martedì 26 ottobre 2010

Corruzione, dati 2010: per Transparency International Italia sempre più giù.

Bel colpo d'occhio, eh?


Transparency International ha reso noti i risultati del 2010 relativi all'Indice di Corruzione Percepita.



Trovate QUI la tabella originaria dei vari paesi del mondo.

Date un'occhiata a quali stati sono rossi come noi, nella mappa, fate le vostre considerazioni e poi ditemi: siamo davvero un paese normale?

E continuiamo a parlare di Lodi e di scudi per fermare i processi delle Alte Cariche?

Ma non vi sembra, in modo quasi grottesco, il mondo alla rovescia?

[Forse potrebbero interessarti: (1) Lettera aperta al Direttore Generale della Rai, Mauro Masi.; 
(2) Minzolini, la diffida dell'Agcom al Tg1 e il gioco delle tre carte.]

Se hai trovato interessante l'articolo, vota Ok! Grazie! Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.


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venerdì 27 agosto 2010

La Storia siamo noi.

Avverto subito: oggi mi sento in vena di citazioni!

Qualche giorno fa, discorrendo amenamente con un mio amico delle sorti italiche, mi è sovvenuto il discorso di Pericle agli ateniesi, un pezzo di storia fra i più noti del quinto secolo avanti Cristo.

Un discorso sulla democrazia e sui valori di uno dei politici più illustri che la storia della Grecia classica ricordi (l'età di Pericle, cosiddetta, fu difatti un'età particolarmente feconda, specie sul piano culturale e filosofico).

Ebbene, girellando per il blog di Beppe Grillo, oggi trovo che il 22 ha postato un articolo (L'economia della politica), preceduto da un video proprio sul discorso di Pericle (tratto da un pezzo del comico Paolo Rossi)!

Allora  non ho resistito! Perché  le parole di Pericle, che ho riletto con rinnovato stupore, sono incredibilmente attuali, oltre che illuminanti.

Ecco il video postato da Grillo:



Non è stupefacente?!

Per collegarmi a queste sacrosante parole, che hanno la bellezza di 2500 anni, voglio fare un'altra citazione.

Parlo di una canzone di Francesco De Gregori, "la Storia siamo noi" che mi sembra racchiuda meravigliosamente il senso della vita e della capacità degli uomini, quando vogliono, di aprire gli occhi e fare le scelte giuste.

Dedico il testo a tutti noi.



La storia siamo noi, nessuno si senta offeso
siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo.
La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso.
La storia siamo noi, siamo noi queste onde nel mare,
questo rumore che rompe il silenzio,
questo silenzio così duro da raccontare.
E poi ti dicono "Tutti sono uguali,
tutti rubano alla stessa maniera".
Ma è solo un modo per convincerti a restare chiuso dentro casa quando viene la sera.
Però la storia non si ferma davvero davanti a un portone,
la storia entra dentro le stanze, le brucia,
la storia dà torto e dà ragione.
La storia siamo noi, siamo noi che scriviamo le lettere,
siamo noi che abbiamo tutto da vincere, tutto da perdere.
E poi la gente, (perché è la gente che fa la storia)
quando si tratta di scegliere e di andare,
te la ritrovi tutta con gli occhi aperti,
che sanno benissimo cosa fare.
Quelli che hanno letto milioni di libri
e quelli che non sanno nemmeno parlare,
ed è per questo che la storia dà i brividi,
perché nessuno la può cambiare.
La storia siamo noi, siamo noi padri e figli,
siamo noi, bella ciao, che partiamo.
La storia non ha nascondigli,
la storia non passa la mano.
La storia siamo noi, siamo noi questo piatto di grano.







Se poi vi va di (ri)ascoltarla, eccovi una delle versioni che a me piace di più:







E ricordiamolo sempre...
la storia siamo noi...


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