Benvenuti nella città invisibile, ma non silente!

La città invisibile è una contraddizione in termini. Se una città esiste, con le sue case, le strade, i lampioni, gli abitanti, come può essere invisibile?! La città invisibile però c’è: è dentro ognuno di noi. Le fondamenta delle sue case sono quello che abbiamo costruito fino ad oggi, le nostre esperienze passate, gli avvenimenti della nostra vita. I mattoni delle case sono i nostri sogni, le aspettative, le speranze, tutto ciò che vorremmo fosse, domani, presto o tardi che sia. Le vie della città invisibile sono i nostri pensieri, che si ramificano innervandosi e collegano case, ponti, quartieri, costituendo una fitta rete di scambi e connessioni. La città invisibile è lo spazio vivo in cui ognuno si sente quello che è, ed è libero di esprimersi, di sognare, di dire “no”, persino di creare mondi diversi, realtà parallele: con la speranza che quel tesoro invisibile custodito dentro ognuno di noi possa rappresentare la fiaccola del cambiamento e si riesca a passarne, tutti insieme, il testimone. La via per riuscirci, a mio parere, è quella indicata da Italo Calvino: “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio".

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lunedì 12 marzo 2012

Tutto il mondo è paese.



[Dal Prof. Woland per la Città Invisibile]

Carissimi concittadini oggi vi propongo un simulazione. Così tanto per giocare. 
Supponiamo che si debba votare, in un referendum, per rispondere ai seguenti quesiti:

1. Volete - proposta dei sindacati -  portare  le ferie retribuite dei lavoratori da 4 a 6 settimane l'anno?

2. Volete che le seconde case non superino il 20% del totale delle abitazioni e che comunque non superino il 20% del totale della superficie abitativa di un singolo comune?

3. Volete che sia introdotta un'agevolazione fiscale sul primo acquisto di una proprietà abitativa ad uso proprio?

4. Volete l'introduzione di agevolazioni fiscali per le misure edilizie di risparmio energetico e di protezione dell’ambiente?

Prima di andare avanti nella lettura provate a rispondere alle domande. Fatto?

Bene ora sveliamo l'origine del gioco. 
Il referendum in questione si è svolto nel fine settimana in Svizzera. Ora immagino siate curiosi di sapere come hanno risposto i cittadini della Confederazione. 
Beh rallegriamoci - tutto il mondo è paese - hanno risposto esattamente come avrebbero risposto gli Italiani.
1. No all'aumento delle ferie.
2. alla limitazione del numero delle seconde case.
3. No all'agevolazione fiscale sull'acquisto della prima casa.
4. No all'agevolazione fiscale sulle misure di risparmio energetico.

Possiamo tirare un sospiro di sollievo: ci sentiamo più tranquilli e più europei anche se la Svizzera non fa parte della Unione europea.


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domenica 11 marzo 2012

Quelli che non si rassegnano...

Coraggio: è dura, ma ce la possiamo fare. Ce la dobbiamo fare.

Venerdì mattina, di buon'ora, mi sono recato all'Ospedale di Careggi di Firenze, per fare qualche analisi di routine.

La prima cosa che mi è balzata all'occhio è che l'ospedale aveva riorganizzato i parcheggi interni, dividendoli scrupolosamente in spazi destinati ai dipendenti e spazi destinati agli utenti/ospiti.

Ho dunque parcheggiato la mia auto negli spazi a me dedicati e mi sono fatto dissanguare come previsto (per una volta non metaforicamente, per giunta, anche se a quanto pare - ancora una volta - il dissanguamento avveniva "nel mio interesse", "per una maggiore serenità futura", "per prevenire guai di rilievo", ecc. ecc...).

Ebbene, mentre facevo ritorno piuttosto alleggerito alla mia auto, ho notato una sfilza di depliant che a bella posta occhieggiavano sui parabrezza di molte automobili da sotto i tergicristalli.
Subito ho pensato all'ennesima pubblicità, ma il ritmo irregolare con cui i volantini parevano essere stati disseminati mi ha messo in sospetto.
E allora mi sono fermato per vedere di cosa si trattasse.
Ed ecco qua il depliant in questione (la foto non è il massimo, abbiate pazienza):



Tutto chiaro?
L'Azienda Ospedaliera Universitaria Careggi richiama all'ordine i propri dipendenti che non rispettano le regole sugli spazi adibiti a parcheggio (dietro il volantino c'è anche un estratto del regolamento aziendale dal titolo "Uso corretto dei parcheggi per i dipendenti").

So già cosa state pensando. 
Se si è costretti a mettere i depliant (il che presuppone stanziare dei fondi, progettare il format, badare alla realizzazione, impiegare degli operatori che controllino il rispetto delle norme e in caso contrario lascino il volantino-ricordo, e via dicendo) significa che la distinzione dipendenti-ospiti da sola non basta, come non basta la comunicazione della norma; ragion per cui se ne deduce che gli inadempienti sono assai numerosi, tanto che l'azienda è costretta a ricorrere ad una campagna di sensibilizzazione/ammonimento.
Tutto vero.
E del resto ce li immaginiamo già, i figli peggiori della nostra inveterata cultura italica, mentre mugugnano ingranando la retromarcia: "ma sì, dai: cosa vuoi che faccia se oggi metto l'auto in uno spazio a me non consentito. D'altro canto io ci lavoro, qui, eccheccaspita!"...

E tuttavia ditemi quello che volete, ma nel terrore che sempre più italiani possano arrendersi di fronte all'ardua impresa che li vede protagonisti e che ha come obiettivo quello di smontare pezzo per pezzo il nostro attuale sistema sociale, depurandolo dal suo marciume, per costruire un'altra civiltà, una civiltà fatte di regole (condivise), di rispetto (reciproco), di immedesimazione (nel prossimo), a me questo volantino è sembrato un pezzo dell'Italia che vale, un simbolo di speranza.

La rappresentazione grafica, insomma, di uno dei tanti modi per non rimanere a guardare.

Mentre da più parti, sia ben chiaro, continuano imperterriti a bruciare il nostro paese.


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Se il professore dà i numeri.

[Dal Prof. Woland per la Città Invisibile]

Nella rubrica delle lettere a la Repubblica del 3 marzo 2012 trovo la seguente lettera:
Insegno nella laurea magistrale una materia, Restauro, fondamentale per gli architetti.  In occasione della prima lezione ho come sempre preannunciato agli studenti che considererò come livello minimo di apprendimento un risultato che coincida col 27, al quale mi impegnerò a portarli. Altri ritengono che l'università sia come una gara olimpica dove al primo andrà la medaglia d'oro, cioè il 30, e agli ultimi, che arriveranno in gruppo, il 18. Un ragionamento condiviso da molti, soprattutto dagli studenti. Ma gli ultimi, in una gara podistica, forse poi si daranno all'ippica, mentre un laureato si iscriverà a un albo professionale e potrà fare danni per tutta la vita. Alla seconda lezione gli 80 iscritti previsti al corso si erano ridotti a cinque, 4 dei quali sono studentesse Erasmus venute in Italia per frequentare una materia, il restauro architettonico, che nel loro Paese non si insegna.
         Firmato: Prof. Nullo Pirazzoli
(Università Iuav di Venezia)


Ecco la mia risposta.

Caro Professore, mi rendo conto delle intenzioni che muovono il suo operato ma mi permetta di dirle che se ognuno di noi fosse libero di applicare le proprie regole personali – consentirà che il prossimo non sempre è affidabile – il caos e la confusione regnerebbero sovrane. Il suo è un vero e proprio arbitrio.
È del tutto evidente che un laureato, se ha conseguito negli esami la promozione, sia pure col voto minimo previsto dalla legge, può iscriversi all’albo – in questo caso, degli architetti – con assoluta tranquillità. Il 18/30 non è un voto cabalistico: significa che l’apprendimento essenziale nella disciplina in questione è stato raggiunto. Peraltro lei dovrebbe sapere che il voto è espresso in trentesimi perché la legge imponeva che la commissione d'esame fosse composta da tre docenti: si era approvati se, e soltanto se, tutti e tre esprimevano un voto in decimi maggiore o eguale a 6. La somma dei tre voti dava luogo al voto d'esame. Dunque il 18 significava che i tre docenti avevano (indipendentemente l'uno dall'altro) ritenuta sufficiente la preparazione dello studente.
Non è ammissibile - né in questo campo né in altri - lasciare al libero arbitrio dell’individuo le regole.
Seguendo il suo discorso, caro Prof. Pirazzoli, potrei stabilire che si debba affidare l'insegnamento universitario a chi abbia più di 1000 pubblicazioni delle quali 700 almeno in riviste straniere.
Oppure che, quale che sia il reato, per eliminare ogni rischio è bene che il colpevole si faccia almeno 30 anni di galera. La prudenza non è mai troppa.
È poi così certo che lei o i suoi colleghi non abbiate mai preso un voto inferiore al 27?
Anch'io sono un professore universitario e le posso dire di aver conosciuto molti docenti che avevano superato di misura certi esami a loro indigesti.
Un esempio limite: il prof. Wolf Gross, titolare della cattedra di Analisi numerica nell'università di Roma, avendo da studente litigato col docente di chimica (chissà se costui ritenesse fondamentale la sua disciplina) si rifiutò per sempre di sostenere quell'esame. Vinse il concorso pur non essendo laureato.
Aggiungerei che il suo bizzarro comportamento mi sembra addirittura illegale e che la sua intransigenza è forse sproporzionata se si pensa che - come lei testimonia - in altri paesi il restauro architettonico neppure si insegna.
Insomma, caro collega, le regole e le norme – fintanto che vivono – vanno rispettate.
E sono certo che tra i motivi per cui 76 studenti su 80 hanno abbandonato il suo corso vi fosse non già il timore dell'eccessivo rigore, ma il naturale rifiuto di una gratuita, inaccettabile prepotenza.
Infine la inviterei a leggere una indimenticabile lettera del grande Giuseppe Peano (datata 1912). Ne riporto l'ultima parte che mi sembra di estrema attinenza al nostro caso. Il succo è che il professore dovrebbe addirittura astenersi dall'esaminare. Non dico che si debba sposare questa tesi ma deve certo essere argomento di seria  riflessione.
Ogni amministrazione, privata o pubblica, ha il diritto di scegliere il 
suo personale coi criterii che crede più opportuni. Mentre gli esami di 
promozione sono spesso di poco valore, o dimostrano ferocia
nell'esaminatore, gli esami di concorso sono necessariamente serii, e 
difficili. Nessuno è bocciato agli esami di concorso; può riuscire o no 
nel numero prefissato degli eletti.

Mentre l'insegnamento è cosa grata, e per l'insegnante e per gli 
allievi, l'esame pone l'uno contro gli altri. Il lavoro che si fa negli 
ultimi giorni per prepararsi agli esami dà nessun profitto scientifico, e 
rovina la salute di tanti studenti piccoli e grandi. Il professore che 
riunisce la duplice qualità di insegnante e di esaminatore, non è 
riconosciuto bene dagli studenti se sia un amico o un nemico. 



Pater et 
judex, diceva un mio antico professore; e l'allievo non sa se amarlo come 
pater, o detestarlo come judex.

   Cordiali saluti   
                               Prof. Woland                                                                                         


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mercoledì 7 marzo 2012

Lettera a Busi.

I funerali di Lucio Dalla a Bologna
[Dal Prof. Woland per la Città Invisibile]


No caro Busi, stavolta non ci siamo: il suo articolo  non su ma contro Lucio Dalla davvero mi suscita molte perplessità.

Esaminiamone alcuni punti (in corsivo le citazioni tratte dall'articolo di Busi).
Un omosessuale non pubblicamente dichiarato che quindi se ne strafotta della morale sessuale cattolica, che mai nulla ha espresso contro l'omofobia di matrice clericale che impesta il suo Paese, che mai una volta ha preso posizione aperta per i diritti calpestati dei cittadini suoi simili di sventura politica e civile e razziale.
Capisco il suo punto di vista ma questo non significa che lei possa elevarlo a teorema. Dobbiamo rispettare le scelte, tutte le scelte, non solo quelle che ci fanno comodo. Non possiamo sapere cosa alberga nell'animo di un uomo.
Si può essere gay senza esserne fieri, portando sulle spalle una croce o una vergogna, evitando non solo di esibire la propria condizione ma cercando anzi di nasconderla. Un gay potrebbe addirittura disprezzare l'omosessualità - in se stesso e negli altri - e non ritenere né doveroso, né opportuno, né giusto difenderla. 
L'errore logico consiste nel ritenere naturale che si debba condividere e amare la propria condizione. Può semplicemente accadere di esserne vittima e di essere in totale dissenso con se stessi.*

Seguendo il suo ragionamento, caro Busi, gli afroamericani avrebbero dovuto odiare Michael Jackson colpevole di non aver esibito con orgoglio la sua origine afro, di non aver combattuto per i diritti dei suoi simili ma anzi di aver tentato - minando perfino la sua  salute - di apparire un bianco. 
E gli esempi si potrebbero moltiplicare.
Io, da parte mia, continuerò a pensare che i veri eroi di Bologna sono i famigliari delle vittime della Uno Bianca e della strage della stazione ferroviaria rimasta impunita, eroi silenziosi sempre più dimenticati, quasi rimossi, attorno a loro io non smetterò un istante di stringermi in un cordoglio senza fine, e purtroppo senza pace.
Questa poi è una sparata del tutto gratuita: nessuno pensa che Dalla sia un eroe e, peraltro, è un'astuzia retorica considerare eroi i famigliari delle vittime. Soffriamo insieme a loro, piangiamo per loro, chiediamo  giustizia per loro, ma lasciamo stare gli eroi.
Conta di più la vita o l'opera?
 Anche questa è retorica e la domanda non meriterebbe risposta.

L'opera non deve essere comparata all'artista. Il libro più letto e stampato nel modo, dopo la Bibbia, è Gli elementi di Euclide. Di Euclide non sappiamo praticamente nulla. È certo un peccato, ma nulla toglie alla grandezza della sua opera.
Il Caravaggio ebbe una vita dissoluta - si rese persino responsabile di un omicidio - ma si può trovare Dio anche in una sua tela in cui la modella della Madonna era una nota prostituta, sua amante.

Busi poi confessa di non conoscere le canzoni di Dalla. 
Non so se le canzoni di Dalla sono belle o brutte, come ne sento l'attacco alla radio, spengo.
Un buon motivo per astenersi da ogni giudizio. Milioni di persone hanno amato queste canzoni e la circostanza merita rispetto. 
Non basta la morte per cancellare la magagna del gay represso cattolico.
La morte di Dalla, caro Busi, è stata pianta da coloro che lo amavano per la sua musica. 
È vero la morte non cancella le magagne ma nessuno ha inteso farlo.
È stato semplicemente celebrato un artista, così come si celebra una persona amata, quale che sia stata la sua condotta di vita.

Sarebbe scontato dire "parce sepulto" se  l'epoca in cui viviamo comprendesse queste parole.

Ma caro Busi - grande scrittore che io ammiro e stimo - lei sì che dovrebbe comprenderle.
Per citare l'Ecclesiaste:

 c'è un tempo per tacere e uno per parlare”.

E questo, senza ombra di dubbio, era il il tempo per tacere.
_____________________________________________
*Inutile dire che sto solo considerando un'ipotesi fattuale del tutto indipendente da ogni giudizio di merito. Massimo Gramellini nel suo recente libro Fai bei sogni (Longanesi editore) racconta che per anni - da bambino -si era vergognato di essere orfano di madre e lo nascondeva agli amici.


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