Benvenuti nella città invisibile, ma non silente!

La città invisibile è una contraddizione in termini. Se una città esiste, con le sue case, le strade, i lampioni, gli abitanti, come può essere invisibile?! La città invisibile però c’è: è dentro ognuno di noi. Le fondamenta delle sue case sono quello che abbiamo costruito fino ad oggi, le nostre esperienze passate, gli avvenimenti della nostra vita. I mattoni delle case sono i nostri sogni, le aspettative, le speranze, tutto ciò che vorremmo fosse, domani, presto o tardi che sia. Le vie della città invisibile sono i nostri pensieri, che si ramificano innervandosi e collegano case, ponti, quartieri, costituendo una fitta rete di scambi e connessioni. La città invisibile è lo spazio vivo in cui ognuno si sente quello che è, ed è libero di esprimersi, di sognare, di dire “no”, persino di creare mondi diversi, realtà parallele: con la speranza che quel tesoro invisibile custodito dentro ognuno di noi possa rappresentare la fiaccola del cambiamento e si riesca a passarne, tutti insieme, il testimone. La via per riuscirci, a mio parere, è quella indicata da Italo Calvino: “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio".

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mercoledì 7 marzo 2012

Lettera a Busi.

I funerali di Lucio Dalla a Bologna
[Dal Prof. Woland per la Città Invisibile]


No caro Busi, stavolta non ci siamo: il suo articolo  non su ma contro Lucio Dalla davvero mi suscita molte perplessità.

Esaminiamone alcuni punti (in corsivo le citazioni tratte dall'articolo di Busi).
Un omosessuale non pubblicamente dichiarato che quindi se ne strafotta della morale sessuale cattolica, che mai nulla ha espresso contro l'omofobia di matrice clericale che impesta il suo Paese, che mai una volta ha preso posizione aperta per i diritti calpestati dei cittadini suoi simili di sventura politica e civile e razziale.
Capisco il suo punto di vista ma questo non significa che lei possa elevarlo a teorema. Dobbiamo rispettare le scelte, tutte le scelte, non solo quelle che ci fanno comodo. Non possiamo sapere cosa alberga nell'animo di un uomo.
Si può essere gay senza esserne fieri, portando sulle spalle una croce o una vergogna, evitando non solo di esibire la propria condizione ma cercando anzi di nasconderla. Un gay potrebbe addirittura disprezzare l'omosessualità - in se stesso e negli altri - e non ritenere né doveroso, né opportuno, né giusto difenderla. 
L'errore logico consiste nel ritenere naturale che si debba condividere e amare la propria condizione. Può semplicemente accadere di esserne vittima e di essere in totale dissenso con se stessi.*

Seguendo il suo ragionamento, caro Busi, gli afroamericani avrebbero dovuto odiare Michael Jackson colpevole di non aver esibito con orgoglio la sua origine afro, di non aver combattuto per i diritti dei suoi simili ma anzi di aver tentato - minando perfino la sua  salute - di apparire un bianco. 
E gli esempi si potrebbero moltiplicare.
Io, da parte mia, continuerò a pensare che i veri eroi di Bologna sono i famigliari delle vittime della Uno Bianca e della strage della stazione ferroviaria rimasta impunita, eroi silenziosi sempre più dimenticati, quasi rimossi, attorno a loro io non smetterò un istante di stringermi in un cordoglio senza fine, e purtroppo senza pace.
Questa poi è una sparata del tutto gratuita: nessuno pensa che Dalla sia un eroe e, peraltro, è un'astuzia retorica considerare eroi i famigliari delle vittime. Soffriamo insieme a loro, piangiamo per loro, chiediamo  giustizia per loro, ma lasciamo stare gli eroi.
Conta di più la vita o l'opera?
 Anche questa è retorica e la domanda non meriterebbe risposta.

L'opera non deve essere comparata all'artista. Il libro più letto e stampato nel modo, dopo la Bibbia, è Gli elementi di Euclide. Di Euclide non sappiamo praticamente nulla. È certo un peccato, ma nulla toglie alla grandezza della sua opera.
Il Caravaggio ebbe una vita dissoluta - si rese persino responsabile di un omicidio - ma si può trovare Dio anche in una sua tela in cui la modella della Madonna era una nota prostituta, sua amante.

Busi poi confessa di non conoscere le canzoni di Dalla. 
Non so se le canzoni di Dalla sono belle o brutte, come ne sento l'attacco alla radio, spengo.
Un buon motivo per astenersi da ogni giudizio. Milioni di persone hanno amato queste canzoni e la circostanza merita rispetto. 
Non basta la morte per cancellare la magagna del gay represso cattolico.
La morte di Dalla, caro Busi, è stata pianta da coloro che lo amavano per la sua musica. 
È vero la morte non cancella le magagne ma nessuno ha inteso farlo.
È stato semplicemente celebrato un artista, così come si celebra una persona amata, quale che sia stata la sua condotta di vita.

Sarebbe scontato dire "parce sepulto" se  l'epoca in cui viviamo comprendesse queste parole.

Ma caro Busi - grande scrittore che io ammiro e stimo - lei sì che dovrebbe comprenderle.
Per citare l'Ecclesiaste:

 c'è un tempo per tacere e uno per parlare”.

E questo, senza ombra di dubbio, era il il tempo per tacere.
_____________________________________________
*Inutile dire che sto solo considerando un'ipotesi fattuale del tutto indipendente da ogni giudizio di merito. Massimo Gramellini nel suo recente libro Fai bei sogni (Longanesi editore) racconta che per anni - da bambino -si era vergognato di essere orfano di madre e lo nascondeva agli amici.


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lunedì 5 marzo 2012

La morte può essere sconfitta?

In giallo, i telomeri
[Dal Prof. Woland per la Città Invisibile]

Nel post Lettera a Galimberti avevo scritto:
Io sostengo che la morte è un fenomeno come tutti gli altri: considerarlo un unicum è un bias, comprensibilissimo, ma pur sempre un bias.
Tutto nasce e tutto muore.
Un'irrinunciabile convinzione. In realtà è solo una nostra idea basata sull’esperienza comune, cioè basata sul nulla.
La morte - che a noi sembra essere un fenomeno unico - è semplicemente un fenomeno: come il fulmine, la pioggia, la nascita di un gatto.
Noi vi abbiamo - per ovvi motivi - ricamato sopra nel corso dei millenni ma io sono persuaso che essendo un fenomeno come tutti gli altri potrà un giorno essere compreso, governato e per così dire "sconfitto".
Ero arrivato a questa conclusione applicando semplicemente quello che io chiamo il "principio della rivoluzione copernicana". Principio che formulerei banalmente così:
La comprensione di ogni fenomeno è funzione del tempo.
Mi rendo perfettamente conto che le mie convinzioni possono apparire poco credibili se non addirittura bizzarre. Ma qualcosa comincia a muoversi - in tale direzione - anche nel campo scientifico.

Un recente articolo pubblicato (6 febbraio 2012) sulla rivista Pnas (Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America) ha il seguente significativo incipit:
Some animals may be potentially immortal
sufficiente credo a scardinare la nostra convinzione incrollabile sull'ineluttabilità della morte.

Provo a condensare in poche parole l'articolo.

Gli organismi invecchiano - e muoiono -  perché le estremità dei cromosomi (i cosiddetti telomeri*) dopo alcune decine di replicazioni della cellula si accorciano a tal punto che le cellule perdono la capacità di replica (the cells become senescent in adults as telomeres shorten to a critical length).

Schmidtea mediterranea
Ora gli scienziati hanno studiato un vermicello della famiglia delle planarie - il cui nome scientifico è Schmidtea mediterranea - che è rappresentato da due diverse classi: sessuali e asessuali.
Le planarie della prima classe si riproducono per via sessuale. Quelle della seconda classe si scindono invece in due dando vita a due nuovi individui.
Ebbene, lo studio ha portato alla seguente conclusione: i primi soggiacciono alla normale legge di natura e muoiono,  i secondi hanno la capacità - tramite la super attività di un enzima chiamato telomerasi - di mantenere immutata la lunghezza dei telomeri,  donde la loro immortalità potenziale.

È interessante notare le ragioni di economia della natura: nel primo caso l'immortalità, non dell'individuo ma della specie, si ottiene generando figli e quindi non vi è alcun bisogno dell'immortalità dell'individuo.

Peraltro la planaria in questione  è davvero singolare. Uno studio appena pubblicato su Science dimostra, per la prima volta, l’esistenza di cellule animali che non possiedono centrosomi. Prima d’ora, nessuno aveva mai nemmeno immaginato che potessero esistere cellule che ne fossero prive. Si pensava, infatti,  che i centrosomi avessero un ruolo insostituibile nella divisione delle cellule.
Gli scienziati sono basiti.

L'ennesima rivoluzione copernicana!

E chi è l'animale senza centrosomi? Il dispettosissimo e sconcertante vermetto: la Schmidtea mediterranea!

Ancora una volta un cigno nero** ha fatto la sua irruzione sulla scena a rammentarci che nulla di quel che pensiamo è definitivo e tutto ciò che ci sembra ovvio e naturale può non esserlo più.

Anche la morte.

Post Post
Un'interessante articolo pubblicato su Wired di marzo, riporta due ricerche importanti sul tema: la prima, pessimista, giunge alla conclusione che non è possibile riparare i telomeri. La seconda, avendo individuato una particolare proteina la TRF-2 che li protegge, riaccende invece le speranze. 
La storia continua...


___________________________________________________
*Per la scoperta dei telomeri e dell'enzima telomerasi ha fruttato gli scienziati  Elizabeth Blackburn, Carol Greider e Jack Szostak hanno ricevuto nel 2009  premio nobel per la medicina.
** Termine col quale si intende un evento  assolutamente inaspettato (come l'ascesa di Hitler, l'attentato delle torri gemelle, il principio di indeterminazione di Heisemberg o i teoremi di incompletezza di Gödel) che solo a posteriori può essere spiegato e forse capito.
Il fenomeno è descritto nell'interessante libro del Prof. Nassim Nicholas Taleb, docente americano di Scienze dell'incertezza, intitolato appunto Il cigno neroCome l'improbabile governa la nostra vita. (Il Saggiatore, 2008).


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lunedì 30 gennaio 2012

La clessidra nel tempo della vita.


Il Sassolungo della Val Gardena.

[Dall'amico gardenese  Marco Forni, lessicografo e traduttore, riceviamo e volentieri pubblichiamo]

Caro Prof. Woland,
ci vuole uno spiccato “senso” della vita per cimentarsi con questa eterna partita a scacchi. Mi permetto d’intervenire anch’io con alcune idee in divenire infilate tra le pieghe delle parole.

Sono d’accordo con te quando scrivi: “La morte è un fenomeno come tutti gli altri”.
La nascita di un gatto è un semplice fenomeno.
La morte del mio gatto, però, al quale ero molto affezionato, può affliggermi (o anche tradursi in un lutto).

Può darsi che un giorno potrà essere compreso e sconfitto.

Nell’Antico Testamento leggiamo: Noi dobbiamo morire e siamo come acqua versata in terra, che non si può più raccogliere, e Dio non ridà la vita” (Samuele, 12, 14, 14). 
Anche se poi nel Nuovo pare emendarsi: “L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte” (Dalla prima lettera di Paolo ai Corinzi 15, 26).

Intanto noi dobbiamo fare i conti, nel corso della nostra vita, con la morte degli altri. Quando toccherà a noi potremo soltanto: morirla (nella speranza di non dover subire l’anticamera del dolore caricato dall’onere della sofferenza).

Questo (pre-)giudizio, insomma, cambia fisionomia quando ci riguarda da vicino. Se viene a mancare una persona cara, fatichiamo di più a confrontarci con postulati asettici. Veniamo coinvolti (aggrediti) emotivamente da questa assenza, avvertita come una privazione. Poi ci corre in soccorso la memoria per consentirci di rendere digeribile questo venire meno. La morte di un congiunto lascia dentro un vuoto che va colmato (forse anche giustificato in qualche modo). Frammenti di memoria iniziano a restituirsi a noi, quasi fungendo da sostituto del nitore reale venuto a mancare.

Da tempo immemore l’uomo sente il bisogno di colmare silenzi, paure e ha attinto a idee disparate per contornare la propria realtà. Idee non di rado propinate e gestite oculatamente da autorità superiori concrete e astratte.

Tutte le mattine prima di uscire di casa mi diletto a dare visibilità al principio che il tempo ignora il sistema di riferimento. Sul mio scrittoio ho una clessidra. Misura, davanti ai miei occhi, la scansione del tempo che scorre inarrestabile. Granelli di sabbia si staccano dalla massa unitaria in alto e confluiscono sul fondo per costituire un’altra massa compatta. Lì dentro il tempo pare non disperdersi, ma ricomporsi sempre.

L’affermazione: “Tutto nasce e tutto muore”, mi pare un’affermazione ingabbiata dentro di sé. Tutto muta nel volgere del tempo e non resta mai uguale a sé.

Mi capita d’incontrare (ex) compagni di scuola con i quali ho condiviso tanti momenti di divertimento spensierato. Abbiamo giocato a nascondino nell’erba alta nei prati. Nei boschi abbiamo costruito insieme capanne sugli alberi.
– Ti ricordi quante ne abbiamo passate insieme. Rammenti quella volta che...
– Ah sì, vagamente. Ora, però, devo andare. Mi ha fatto piacere vederti. Forse un altro giorno possiamo riprendere per i capelli i bei tempi andati?
 – Non so! Non oggi però, scusami, si è fatto tardi. È ora di andare.

Loro, io, non siamo più quelli di allora. Siamo cambiati: dentro e fuori. Siamo diventati estranei.

Mi piace pensare che quando non ci sarò più, una parte di me continuerà a raccontarsi nell’animo dei miei figli (magari a loro insaputa). Come chi mi ha preceduto continua a riproporsi dentro di me. Dà un senso di ebbrezza, lambìta d’eternità.

Il nostro essere identitario è animato da quattro impulsi: corporale con le sue necessità, libidinale con i suoi desideri, emozionale con i suoi sentimenti e intellettuale con le sue idee. Trovare la giusta misura, e riuscire a calmierare queste energie, ci mette in gioco una vita intera. E non di rado uno di questi elementi tende a prendere il sopravvento, con tutto quello che ne consegue.

L’aforisma di Foucault Noi non moriamo perché ci ammaliamo, ma ci ammaliamo perché fondamentalmente dobbiamo morire ” mi pare una sorta di sillogismo che giostra su sé stesso. Uno che è sano come un pesce, improvvisamente muore d’infarto e non fa in tempo ad ammalarsi: cosa ha combinato? È un irresponsabile perché non si è attenuto al precetto? No, semplicemente è morto perché è venuto al mondo.

È proprio vero come ebbe dire Einstein: “Es scheint hart, dem Herrgott in die Karten zu gucken”, ma continuare a rimescolare le nostre e rimetterci in discussione, come scrivi tu, ci rende umanamente perfettibili.
Tutto ciò mi porta ad accogliere anche, senza se e senza ma, il senso della vita di mia nonna. Lei mai si sarebbe sognata di chiedersi se è stato Dio a inventare l’uomo o, viceversa, l’uomo a inventarsi Dio per dare un “senso” alla propria vita.

Quell’adorabile vecchietta semplicemente lo sentiva dentro (parte) di sé e della sua vita familiare e sociale. Così riusciva a sopportare, a farsi una ragione dei lutti che aveva dovuto patire. La sua preghiera quotidiana era di comprensione e d’auspicio nell’aldilà.

Per ora è assodato che alla fine dei nostri giorni tutti siamo destinati a morire.

L’indifferenza della natura.
Lei non si accorge della nostra fugace e chiassosa parentesi terrena. Sottoscrivo le tue parole: 
Non piove perché la pioggia serve per fare crescer l’erba.

La natura è indifferente?

Che sia solo matrigna o anche madre benigna, dipende anche da noi nell’avvertire lo scorrere dei granelli di sabbia tra le mani, per il tempo che ci è consentito e poi riuscire, serenamente, a passare la mano.

Saluti dal Sassolungo testimone immoto dello scorrere imperturbabile del tempo.






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giovedì 26 gennaio 2012

Lettera a Galimberti.

La partita a scacchi tra Antonius e La Morte.
  Det sjunde inseglet (Ingmar Bergman)


[Dal Prof. Woland per la Città Invisibile]

Caro Professor Galimberti, 

sono un fisico matematico e forse per deformazione professionale ho un concetto della morte molto diverso da quello corrente. Proverò a spiegarlo.

Ecco, io sostengo che la morte è un fenomeno come tutti gli altri: considerarlo un unicum è un bias, comprensibilissimo, ma pur sempre un bias.

Gli uomini nel corso dei millenni sviluppano, in corrispondenza alle loro esperienze empiriche, delle idee che ritengono descrivere oggettivamente la realtà. Ora, prescindendo dal fatto che la realtà è già essa stessa una di quelle idee, è facile rendersi conto che questa inevitabile costruzione della mente umana è solo un modo soggettivo e convenzionale di descrivere la natura.

Prima di Einstein, per fare un esempio, nessun fisico aveva neppure postulato che il tempo fosse indipendente dal sistema di riferimento. Voglio dire che tale indipendenza era talmente radicata nel profondo della mente dell’osservatore che nessuno pensò mai neppure di postularla. 

Eppure ecco irrompere nella scienza una rivoluzione straordinaria: il tempo dipende dal sistema di riferimento! Certo tale dipendenza può essere osservata solo in casi lontani dall’esperienza dell’uomo, ma a noi importa il concetto. 

Questo esempio, uno dei mille, ci dice che le convinzioni che si radicano nella mente umana sono apparenze
Tutto nasce e tutto muore.
Ancora una  irrinunciabile convinzione. In realtà è solo una nostra idea basata sull’esperienza comune, cioè basata sul nulla.

La morte - che a noi sembra essere un fenomeno unico - è semplicemente un fenomeno: come il fulmine, la pioggia, la nascita di un gatto. 

Noi vi abbiamo - per ovvi motivi - ricamato sopra nel corso dei millenni ma io sono persuaso che essendo un fenomeno come tutti gli altri potrà un giorno essere compreso, governato e per così dire "sconfitto". 

Non condivido pertanto la sua concezione della morte riassunta dall’aforisma di Michel Foucault:
 Noi non moriamo perché ci ammaliamo, ma ci ammaliamo perché fondamentalmente dobbiamo morire ”.
In questo pensiero c’è il fossile* di un ragionamento deterministico che combattiamo aspramente in altri campi, per esempio nella religione.

È lo stesso bias che ci ha indotto a pensare ad una causa causarum, ad un motore immobile

Non piove perché la pioggia serve per far crescere l’erba. Come ben spiega Taleb nel suo Giocati dal caso** l’uomo tende inevitabilmente a porre rapporti di causa ed effetto anche laddove non ce ne sono, laddove il caso regna sovrano. Ed anche questo bias è così radicato nell’uomo che un genio come Einstein ebbe a dire “Dio non gioca a dadi” quando la meccanica quantistica annunciò la fine del determinismo nella fisica.
Infine caro Prof. Galimberti lei ha ripetuto spesso - lo fa anche nell'articolo in cui cita Foucault - che l’uomo ha inventato Dio per dare un senso alla sua esistenza e in generale a quella dell’Universo intero. 
Ma invece non c’è nessun senso.

Ed io sono d’accordo con lei.

Ma allora non è contraddittorio reintrodurre dalla finestra questo senso scacciato dalla porta? 

Volere attribuire un senso alla morte e quindi una oggettiva volontà deterministica della natura è un’operazione assolutamente omologa alla creazione di un dio. 

Quindi per coerenza se si rifiuta il senso lo si deve fare fino in fondo. 
Naturalmente sono pronto a rimettere in discussione l'argomento poiché sono conscio del fatto che - per citare ancora una volta il grande Albert - “È difficile dare un'occhiata alle carte di Dio

Nel ringraziarla per la sua attenzione la saluto affettuosamente e con grande stima. 

Prof. Woland
______________________________________________
*Mi rendo conto che così dicendo metto in discussione il secondo principio della termodinamica - e vi assicuro che la circostanza mi turba - ma non rinuncio alla mia intuizione e credo in un'altra rivoluzione copernicana.
**Giocati dal caso. Il ruolo nascosto  della fortuna nella finanza e nella vita  (Il Saggiatore,2003).
Nassim N. Taleb  insegna Scienze dell'incertezza alla University of  Massachusetts. 
Giocati da caso, che  lo ha reso noto in tutto il mondo, è stato definito da Fortune  "uno dei libri più intelligenti di tutti i tempi".
Di Taleb Il Saggiatore ha pubblicato nel 2008    Il cigno nero.
http://www.wikio.it


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martedì 24 gennaio 2012

La morte e il morire.

Il Sassolungo della Val Gardena.

[Dall'amico gardenese  Marco Forni, lessicografo e traduttore, riceviamo e volentieri pubblichiamo


La morte e il morire: due parole mute che continuano a fare un silenzio assordante dentro di noi.
Meglio non pensarci, parliamo d’altro: finalmente è arrivata la neve e inizia la stagione.
In vita taluni tentano di buttare la chiave del loro stare al mondo nelle urne di chi non c’è più. Requiescantinpaceamen e andiamo avanti, non c’è tempo da perdere.
Altri, pervasi da velleità d’eternità, traducono maldestramente la locuzione dei frati trappisti memento mori con: ricordati di morire, come a dire che gli smemorati corrono il rischio di vivere in eterno.
Una delle poche certezze della vita è che prima o poi toccherà anche a noi.

Fino a un attimo prima però noi ci ritroviamo, volenti o nolenti, a dover fare i conti non solo con le agenzie di rating sparse per mari e Monti, ma soprattutto con la morte degli altri.
La morte di persone a noi lontane possono intirizzire i nostri sensi il tempo di una notizia. La perdita di una persona cara, invece, ci sconvolge, ci lascia senza parole. Veniamo colti dalla paura. Il credo nell’esistenza di un aldilà si fortifica o s’indebolisce a seconda dei canoni che ci sono stati inculcati dalla morale comune.
Perché ci lasciamo sopraffare da un senso d’impotenza, di perdita irreversibile?
Forse perché continuiamo ad aggrapparci disperatamente alla fisiognomica, alla corporeità, dei sentimenti, degli affetti. Dobbiamo poter toccare, vedere, per riuscire a „credere“. Quando il corpo si svuota dall’identità definita che gli è stata appiccicata addosso da un ufficio d’anagrafe, sembra esaurirsi tutta la sua ragion d’essere.
Per chi resta a guardare e senteziare parole prese a prestito, permane la sensazione di una paura fottuta di quella che chiamiamo morte (o forse è il „morire“ con dolore che ci terrorizza di più). La nostra morte è un accadimento al quale non possiamo più renderci partecipi. Sono altri che pasticciano la sceneggiatura e assumono il ruolo di protagonisti, interpreti della nostra morte, per riaffermare il senso acquisito della propria vita.
È consolatorio barricarsi dietro il diritto alla vita; un alibi per sentirsi dalla parte del giusto e non andare a intralciare pensieri pronti all’uso. L’accanimento terapeutico è rispetto della vita o è un modo per tentare di accomodare la propria coscienza?
Affidare una persona cara alla morte, lasciarla andare, può tradursi in un estremo atto d’amore. Continuerà a raccontarsi, a riproporsi sotto un altro sembiante dentro di noi.

Il sorriso carezzato di serenità di Leah Beth non è acconciato. È stato plasmato dal dolore e dalla sofferenza; esprime un senso di pulizia e mi porta a dire: „Lasciatemi andare, devo sbrigare una faccenda, poi torno“. Ed è già tornata, continua a raccontarsi a noi e a scalfire le certezze, usa e getta, che ci lasciamo cucire addosso per colmare le nostre inquietudini.
Leah Beth voleva colori sgargianti e sorrisi al suo funerale. Lei ha avuto il tempo di andare incontro al buio; il buio che contiene tutti i colori, se ti accorgi di poter accendere la luce e di regalarla agli altri prima che si spenga. Le nostre certezze possono essere invalidanti. Sono riempitivi per convincerci (illuderci) di stare sempre dalla parte della ragione. Sono gli altri dalla parte del torto.
È il dubbio che ci rende più umani, più perfettibili.
Lo stare al mondo può risolversi nel quanto, l’esserci nel come.
E se questo fosse l’ultimo giorno della mia vita come vorrei viverlo?
Quali conti mi andrebbe di far quadrare?
Forse semplicemente riconciliarmi con gli altri e con me stesso.
Il pensiero della morte può essere ingannevole se ci fa dimenticare di vivere e di coltivare gli affetti, i sentimenti, i dubbi che costellano la nostra esistenza.

Socrate vuota impassibile la coppa del veleno e va incontro serenamente al proprio destino di morte decretato dai benpensanti. Platone gli mette in bocca parole intagliate nella roccia: „Ma ecco che è l’ora di andare: io a morire, voi a vivere. Chi di noi due vada verso il meglio è oscuro a tutti (ometto volutamente le ultime parole che ognuno ha il diritto di aggiungere o togliere: fuori che a Dio).“

Leah Beth ci affida un lascito prezioso, quello di continuare a coltivare l’umanità della persona e il senso della misura. La morte è una parola muta, che non si affronta con il silenzio assordante di certezze precostituite.
È salutare pensare che il mondo, da che mondo è mondo, va avanti  imperterrito con o senza di noi. E che la morte (degli altri) ci accompagni lungo il cammino entusiasmante che ci siamo abituati a chiamare vita.

Un saluto da Selva e dal Sassolungo silente ammantato di neve.
Marco Forni


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lunedì 26 dicembre 2011

I maestri e i quaquaraquà.

[Dal Prof. Woland per la Città Invisibile]
Se la libertà significa qualcosa, allora significa il diritto di dire alla gente cose che non vogliono sentire” (George Orwell)
Nel salutare Giorgio Bocca che ci ha appena lasciati mi corre l'obbligo di segnalare quella che forse è la più grave colpa del berlusconismo.

Colpa che consiste nell'aver tentato - spesso con successo - di distruggere agli occhi dell'intero paese l'auctoritas di grandi intelluettuali al solo fine di eliminare i Socrate che avrebbero potuto - con le loro parole, con il loro esempio, con il loro magistero - impedire l'operazione di narcosi delle coscienze che il  regime  stava mettendo in atto.

Giorgio Bocca, Enzo Biagi, Indro Montanelli, Rita Levi Montalcini, sono degli esempi illustri di questa strategia.
Si è permesso che schiere di quaquaraquà - per dirla con Sciascia - infangassero e sbeffeggiassero personaggi illustri  che avrebbero meritato il rispetto, l'ammirazione e la gratitudine dei compatrioti.

Quando un paese perde il rispetto per i suoi maestri, per quel paese è difficile immaginare un futuro.

Ecco uno spread, forse più importante di quello tra i Btp e i Bundes, che dobbiamo recuperare se vogliamo sperare di risalire la china.


Lo spread tra il nostro sistema di valori  e quello delle più mature democrazie avanzate.


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lunedì 6 dicembre 2010

Esempi

E' scomparso il giurista Vittorio Grevi.

Avviene non di rado, a chi scrive di quanto accade nel mondo che ci circonda, di leggere eventi spiacevoli

Ve lo confesso, per quel che mi riguarda non sempre ho la voglia, o anche solo la predisposizione d'animo appropriata, per darne conto. Credo vi sia in me una sorta di meccanismo inconscio che mi porta a compiere un'associazione bislacca e probabilmente, in fondo in fondo, anche in qualche modo egocentrica: se non tratto la notizia spiacevole, infatti, mi sembra un po' come se non fosse accaduto nulla di male. Come chi non guarda il telegiornale per non soffrire delle storture del mondo, per intenderci.

E' una tendenza, badate bene, non una regola. Però un po' è così e oggi lo voglio dire, a voi e a me attraverso voi.
E forse voglio dirvelo perché oggi la sento in modo diverso dal solito. 
Voglio infatti dedicare poche righe ad un lutto.

E' scomparso il giurista Vittorio Grevi, a 68 anni, nella sua Pavia.

Non conoscevo personalmente il Professor Grevi, ordinario di Procedura Penale nella Facoltà di Giurisprudenza della sua città.

In un bell'articolo di ieri del Corriere della Sera, giornale con cui il Prof. Grevi collaborava come commentatore, Luigi Ferrarella apre il suo pezzo così: "Non era all'asta, come già pochi giuristi possono vantare. Ma soprattutto, come pochissimi nel suo campo, non si era messo all'asta".

Inutile dire, come l'articolo di Ferrarella sottolinea, che questo suo non essere schierato per scelta (o forse per inclinazione) - là dove l'unico fulcro del suo agire e del suo scrivere, dunque del suo pensare, era null'altro che il Diritto - ha voluto dire attirarsi negli anni atteggiamenti non sempre favorevoli, negli ambienti italici, professionali come politici.

Ed anch'io, come Ferrarella lascia intuire, penso che questa sua indipendenza  costituisca già di per sé un vanto non solo personale, ma anche per la comunità scientifica (talvolta troppo facilmente dimenticata, da chi vi fa parte, per favorire magari altri ideali) e dunque per il paese tutto.

Poi c'è la sua attività da docente, che a leggere qua e là nella rete, testimonia in modo indiscusso il suo amore per l'insegnamento. E per la vita.

Amore che traspare, in tutta la sua profondità e semplicità assieme, dallo splendido articolo che il Prof. Grevi scrisse per l'Osservatore Romano il 22 aprile 2007, in occasione della visita di Benedetto XVI a Pavia.
Il titolo era: "Vivere, insegnare e studiare all'Università di Pavia". 
Eccone un passaggio chiave (tutto l'articolo lo trovate riportato QUI):

“…Penso al piacere, dalla primavera all’autunno, di studiare e scrivere sulla propria scrivania con le finestre aperte, sentendo fragranze di glicini o di magnolie provenienti dai cortili, o i profumi delle vicine campagne, o gli odori del Ticino che scorre non lontano; ma anche avvertendo, senza essere distratti, il brusio degli studenti che si concedono qualche pausa alle ricerche in biblioteca; e talora, nei giorni festivi, registrando il passaggio di intere famigliole di turisti (ivi compreso qualche piccolo futuro studente) in visita ai loggiati dell’Ateneo, che sono di transito pubblico. Qui è immediata la sensazione dell’Università che vive dentro la città, e si alimenta così anche nei docenti, proprio mentre si studia o si scrive, la speranza di poter in tal modo fare qualcosa di utile – ognuno nel campo delle rispettive discipline – per il progresso della società civile, nella quale si è anche fisicamente immersi.
Penso alla fortuna di essere professore della materia che più mi appassiona, all’interno di una Facoltà di media grandezza (come sono pressoché tutte le Facoltà pavesi), dove i docenti si incontrano praticamente ogni giorno, si scambiano idee e discutono delle proprie attività scientifiche, come pure di problemi più generali attinenti alla didattica, al mondo universitario, alle grandi questioni politiche ed istituzionali. Ma penso anche, nel contempo, alla fortuna di avere un numero relativamente limitato di studenti (spesso di primo, e talora di primissimo livello, grazie al reclutamento operato dai collegi universitari su basi di merito), così da poterli conoscere quasi uno per uno, specialmente se frequentanti; così da poter avere con loro colloqui informali, come ideale prosecuzione delle lezioni; così da poterli accompagnare, in quanto laureandi, nelle prime ricerche di qualche impegno. E poi, ancora, penso all’opportunità di coltivare i migliori, indirizzandoli e consigliandoli, sulla base di un rapporto personale ormai consolidato, verso ulteriori prospettive: nelle scuole di specializzazione, nel mondo del lavoro o, talora, nello stesso circuito universitario. Pavia, infatti, è sempre stata in vivaio fecondo di giovani che, una volta assaporato il gusto dello studio, non si accontentano di un diploma di laurea pur brillantemente conseguito…”

Le parole del Prof. Grevi che avete appena letto, oltre ad illuminare il ritratto sfocato di chi non lo conosceva permettendo di coglierne la spiccata umanità, lasciano anche intravedere l'esistenza di realtà (in questo caso accademiche) che talvolta in Italia neppure immaginiamo esistano lontanamente.
Realtà in cui prevale il merito, la passione, l'attenzione nei confronti del rapporto personale.

Questa era la realtà in cui viveva il Prof. Vittorio Grevi.

E noi lo ringraziamo, oltre che della sua vita dedicata alla scienza e all'insegnamento, di averci fatto scorgere attraverso il suo esempio un barlume di luce in fondo alla caverna.

Perché è proprio là, verso quel barlume, che una gran parte dell'Italia sana lotta per arrivare, lasciandosi il buio alle spalle.

E dobbiamo credere che vi riuscirà.


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martedì 30 novembre 2010

La Grande Pace...

Addio a Mario Monicelli. O forse au revoir...

Mario Monicelli se n'è andato.

Se n'è voluto andare.

Non ha atteso che gli eventi decidessero per lui.

E' stato artefice della propria sorte.

Nella settimana delle grandi polemiche sull'eutanasia, di nuovo alla ribalta dopo la puntata di una settimana fa di Vieni Con Me, uno dei grandi della storia italiana del '900 ha scelto a modo suo. Come sempre.

La radiologa che lo conosce da 5 anni ha detto che era lucido. Non ne dubitavo. E ha anche aggiunto, in modo inatteso forse: "ha fatto bene".

Non è il giorno, oggi, per discutere di questa difficilissima questione.

Oggi è il giorno per lasciare un piccolo tributo ad un protagonista indiscusso della settima arte, che tanto ha dato a questo paese.
Voglio farlo con le sue parole:
"La vera felicità è la pace con sé stessi. E per averla non bisogna tradire la propria natura"
Addio Mario.

E grazie di tutto.


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mercoledì 18 agosto 2010

Addio a un Grande Vecchio: Francesco Cossiga.

E' morto Francesco Cossiga, e con lui un pezzo dell'Italia del XX secolo, quella in cui sono nato.

Devo confessare, in tutta onestà, che non ho mai condiviso fino in fondo i modi picconatori del personaggio Cossiga. Sono sempre stato (anche in gioventù!) per una politica più sobria, meno "spettacolare". 
Ciò nondimeno, è indubbio che Cossiga fu uomo di grandi doti intellettuali e politiche, dal carisma spiccato e dalla forte personalità. Un protagonista, fra i principali, della Storia d'Italia.

Il Grande Vecchio dei
Tarocchi: l'Eremita.

Nella storia dei miti e delle religioni, una figura simbolica ha sempre attraversato trasversalmente un po' tutti i popoli: è quella del Grande Vecchio. Già in alcune cosmogonie antiche (le storie sulla nascita del mondo) si parla in modi diversi del Grande Vecchio (o del Vecchio). Nell'Apocalisse il Verbo è presentato con i capelli bianchi. Il nome del filosofo cinese Lao Tzu, tradizionalmente fondatore del Taoismo, significa letteralmente Vecchio Maestro.


Luci ed anche alcune ombre avvolgono la storia (o il mito?) di Francesco Cossiga. Sono convinto tuttavia che in un momento come questo, la razionalità debba cedere il passo all'emotività di un lutto, che deve essere vissuta con intensità e rispetto.
La storia, in seguito, proverà ad essere giudice terrena.
Per ora, rimane il ruolo storico di assoluta rilevanza di Cossiga nell'Italia del '900.

E dunque addio, Francesco: addio Grande Vecchio.


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