Benvenuti nella città invisibile, ma non silente!

La città invisibile è una contraddizione in termini. Se una città esiste, con le sue case, le strade, i lampioni, gli abitanti, come può essere invisibile?! La città invisibile però c’è: è dentro ognuno di noi. Le fondamenta delle sue case sono quello che abbiamo costruito fino ad oggi, le nostre esperienze passate, gli avvenimenti della nostra vita. I mattoni delle case sono i nostri sogni, le aspettative, le speranze, tutto ciò che vorremmo fosse, domani, presto o tardi che sia. Le vie della città invisibile sono i nostri pensieri, che si ramificano innervandosi e collegano case, ponti, quartieri, costituendo una fitta rete di scambi e connessioni. La città invisibile è lo spazio vivo in cui ognuno si sente quello che è, ed è libero di esprimersi, di sognare, di dire “no”, persino di creare mondi diversi, realtà parallele: con la speranza che quel tesoro invisibile custodito dentro ognuno di noi possa rappresentare la fiaccola del cambiamento e si riesca a passarne, tutti insieme, il testimone. La via per riuscirci, a mio parere, è quella indicata da Italo Calvino: “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio".

La Città Invisibile si è trasferita su l'Espresso. Clicca sull'immagine per raggiungere il blog.

La Città Invisibile si è trasferita su l'Espresso. Clicca sull'immagine per raggiungere il blog.
Link per iscriversi ai feed: http://feeds.feedburner.com/repubblica/KUea
Visualizzazione post con etichetta vita. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta vita. Mostra tutti i post

mercoledì 7 marzo 2012

Lettera a Busi.

I funerali di Lucio Dalla a Bologna
[Dal Prof. Woland per la Città Invisibile]


No caro Busi, stavolta non ci siamo: il suo articolo  non su ma contro Lucio Dalla davvero mi suscita molte perplessità.

Esaminiamone alcuni punti (in corsivo le citazioni tratte dall'articolo di Busi).
Un omosessuale non pubblicamente dichiarato che quindi se ne strafotta della morale sessuale cattolica, che mai nulla ha espresso contro l'omofobia di matrice clericale che impesta il suo Paese, che mai una volta ha preso posizione aperta per i diritti calpestati dei cittadini suoi simili di sventura politica e civile e razziale.
Capisco il suo punto di vista ma questo non significa che lei possa elevarlo a teorema. Dobbiamo rispettare le scelte, tutte le scelte, non solo quelle che ci fanno comodo. Non possiamo sapere cosa alberga nell'animo di un uomo.
Si può essere gay senza esserne fieri, portando sulle spalle una croce o una vergogna, evitando non solo di esibire la propria condizione ma cercando anzi di nasconderla. Un gay potrebbe addirittura disprezzare l'omosessualità - in se stesso e negli altri - e non ritenere né doveroso, né opportuno, né giusto difenderla. 
L'errore logico consiste nel ritenere naturale che si debba condividere e amare la propria condizione. Può semplicemente accadere di esserne vittima e di essere in totale dissenso con se stessi.*

Seguendo il suo ragionamento, caro Busi, gli afroamericani avrebbero dovuto odiare Michael Jackson colpevole di non aver esibito con orgoglio la sua origine afro, di non aver combattuto per i diritti dei suoi simili ma anzi di aver tentato - minando perfino la sua  salute - di apparire un bianco. 
E gli esempi si potrebbero moltiplicare.
Io, da parte mia, continuerò a pensare che i veri eroi di Bologna sono i famigliari delle vittime della Uno Bianca e della strage della stazione ferroviaria rimasta impunita, eroi silenziosi sempre più dimenticati, quasi rimossi, attorno a loro io non smetterò un istante di stringermi in un cordoglio senza fine, e purtroppo senza pace.
Questa poi è una sparata del tutto gratuita: nessuno pensa che Dalla sia un eroe e, peraltro, è un'astuzia retorica considerare eroi i famigliari delle vittime. Soffriamo insieme a loro, piangiamo per loro, chiediamo  giustizia per loro, ma lasciamo stare gli eroi.
Conta di più la vita o l'opera?
 Anche questa è retorica e la domanda non meriterebbe risposta.

L'opera non deve essere comparata all'artista. Il libro più letto e stampato nel modo, dopo la Bibbia, è Gli elementi di Euclide. Di Euclide non sappiamo praticamente nulla. È certo un peccato, ma nulla toglie alla grandezza della sua opera.
Il Caravaggio ebbe una vita dissoluta - si rese persino responsabile di un omicidio - ma si può trovare Dio anche in una sua tela in cui la modella della Madonna era una nota prostituta, sua amante.

Busi poi confessa di non conoscere le canzoni di Dalla. 
Non so se le canzoni di Dalla sono belle o brutte, come ne sento l'attacco alla radio, spengo.
Un buon motivo per astenersi da ogni giudizio. Milioni di persone hanno amato queste canzoni e la circostanza merita rispetto. 
Non basta la morte per cancellare la magagna del gay represso cattolico.
La morte di Dalla, caro Busi, è stata pianta da coloro che lo amavano per la sua musica. 
È vero la morte non cancella le magagne ma nessuno ha inteso farlo.
È stato semplicemente celebrato un artista, così come si celebra una persona amata, quale che sia stata la sua condotta di vita.

Sarebbe scontato dire "parce sepulto" se  l'epoca in cui viviamo comprendesse queste parole.

Ma caro Busi - grande scrittore che io ammiro e stimo - lei sì che dovrebbe comprenderle.
Per citare l'Ecclesiaste:

 c'è un tempo per tacere e uno per parlare”.

E questo, senza ombra di dubbio, era il il tempo per tacere.
_____________________________________________
*Inutile dire che sto solo considerando un'ipotesi fattuale del tutto indipendente da ogni giudizio di merito. Massimo Gramellini nel suo recente libro Fai bei sogni (Longanesi editore) racconta che per anni - da bambino -si era vergognato di essere orfano di madre e lo nascondeva agli amici.


Share/Bookmark

Se ti è piaciuto l'articolo, puoi iscriverti ai post per tenerti sempre aggiornato sui nuovi contenuti del blog!

lunedì 30 gennaio 2012

La clessidra nel tempo della vita.


Il Sassolungo della Val Gardena.

[Dall'amico gardenese  Marco Forni, lessicografo e traduttore, riceviamo e volentieri pubblichiamo]

Caro Prof. Woland,
ci vuole uno spiccato “senso” della vita per cimentarsi con questa eterna partita a scacchi. Mi permetto d’intervenire anch’io con alcune idee in divenire infilate tra le pieghe delle parole.

Sono d’accordo con te quando scrivi: “La morte è un fenomeno come tutti gli altri”.
La nascita di un gatto è un semplice fenomeno.
La morte del mio gatto, però, al quale ero molto affezionato, può affliggermi (o anche tradursi in un lutto).

Può darsi che un giorno potrà essere compreso e sconfitto.

Nell’Antico Testamento leggiamo: Noi dobbiamo morire e siamo come acqua versata in terra, che non si può più raccogliere, e Dio non ridà la vita” (Samuele, 12, 14, 14). 
Anche se poi nel Nuovo pare emendarsi: “L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte” (Dalla prima lettera di Paolo ai Corinzi 15, 26).

Intanto noi dobbiamo fare i conti, nel corso della nostra vita, con la morte degli altri. Quando toccherà a noi potremo soltanto: morirla (nella speranza di non dover subire l’anticamera del dolore caricato dall’onere della sofferenza).

Questo (pre-)giudizio, insomma, cambia fisionomia quando ci riguarda da vicino. Se viene a mancare una persona cara, fatichiamo di più a confrontarci con postulati asettici. Veniamo coinvolti (aggrediti) emotivamente da questa assenza, avvertita come una privazione. Poi ci corre in soccorso la memoria per consentirci di rendere digeribile questo venire meno. La morte di un congiunto lascia dentro un vuoto che va colmato (forse anche giustificato in qualche modo). Frammenti di memoria iniziano a restituirsi a noi, quasi fungendo da sostituto del nitore reale venuto a mancare.

Da tempo immemore l’uomo sente il bisogno di colmare silenzi, paure e ha attinto a idee disparate per contornare la propria realtà. Idee non di rado propinate e gestite oculatamente da autorità superiori concrete e astratte.

Tutte le mattine prima di uscire di casa mi diletto a dare visibilità al principio che il tempo ignora il sistema di riferimento. Sul mio scrittoio ho una clessidra. Misura, davanti ai miei occhi, la scansione del tempo che scorre inarrestabile. Granelli di sabbia si staccano dalla massa unitaria in alto e confluiscono sul fondo per costituire un’altra massa compatta. Lì dentro il tempo pare non disperdersi, ma ricomporsi sempre.

L’affermazione: “Tutto nasce e tutto muore”, mi pare un’affermazione ingabbiata dentro di sé. Tutto muta nel volgere del tempo e non resta mai uguale a sé.

Mi capita d’incontrare (ex) compagni di scuola con i quali ho condiviso tanti momenti di divertimento spensierato. Abbiamo giocato a nascondino nell’erba alta nei prati. Nei boschi abbiamo costruito insieme capanne sugli alberi.
– Ti ricordi quante ne abbiamo passate insieme. Rammenti quella volta che...
– Ah sì, vagamente. Ora, però, devo andare. Mi ha fatto piacere vederti. Forse un altro giorno possiamo riprendere per i capelli i bei tempi andati?
 – Non so! Non oggi però, scusami, si è fatto tardi. È ora di andare.

Loro, io, non siamo più quelli di allora. Siamo cambiati: dentro e fuori. Siamo diventati estranei.

Mi piace pensare che quando non ci sarò più, una parte di me continuerà a raccontarsi nell’animo dei miei figli (magari a loro insaputa). Come chi mi ha preceduto continua a riproporsi dentro di me. Dà un senso di ebbrezza, lambìta d’eternità.

Il nostro essere identitario è animato da quattro impulsi: corporale con le sue necessità, libidinale con i suoi desideri, emozionale con i suoi sentimenti e intellettuale con le sue idee. Trovare la giusta misura, e riuscire a calmierare queste energie, ci mette in gioco una vita intera. E non di rado uno di questi elementi tende a prendere il sopravvento, con tutto quello che ne consegue.

L’aforisma di Foucault Noi non moriamo perché ci ammaliamo, ma ci ammaliamo perché fondamentalmente dobbiamo morire ” mi pare una sorta di sillogismo che giostra su sé stesso. Uno che è sano come un pesce, improvvisamente muore d’infarto e non fa in tempo ad ammalarsi: cosa ha combinato? È un irresponsabile perché non si è attenuto al precetto? No, semplicemente è morto perché è venuto al mondo.

È proprio vero come ebbe dire Einstein: “Es scheint hart, dem Herrgott in die Karten zu gucken”, ma continuare a rimescolare le nostre e rimetterci in discussione, come scrivi tu, ci rende umanamente perfettibili.
Tutto ciò mi porta ad accogliere anche, senza se e senza ma, il senso della vita di mia nonna. Lei mai si sarebbe sognata di chiedersi se è stato Dio a inventare l’uomo o, viceversa, l’uomo a inventarsi Dio per dare un “senso” alla propria vita.

Quell’adorabile vecchietta semplicemente lo sentiva dentro (parte) di sé e della sua vita familiare e sociale. Così riusciva a sopportare, a farsi una ragione dei lutti che aveva dovuto patire. La sua preghiera quotidiana era di comprensione e d’auspicio nell’aldilà.

Per ora è assodato che alla fine dei nostri giorni tutti siamo destinati a morire.

L’indifferenza della natura.
Lei non si accorge della nostra fugace e chiassosa parentesi terrena. Sottoscrivo le tue parole: 
Non piove perché la pioggia serve per fare crescer l’erba.

La natura è indifferente?

Che sia solo matrigna o anche madre benigna, dipende anche da noi nell’avvertire lo scorrere dei granelli di sabbia tra le mani, per il tempo che ci è consentito e poi riuscire, serenamente, a passare la mano.

Saluti dal Sassolungo testimone immoto dello scorrere imperturbabile del tempo.






Share/Bookmark

Se ti è piaciuto l'articolo, puoi iscriverti ai post per tenerti sempre aggiornato sui nuovi contenuti del blog!

martedì 24 gennaio 2012

La morte e il morire.

Il Sassolungo della Val Gardena.

[Dall'amico gardenese  Marco Forni, lessicografo e traduttore, riceviamo e volentieri pubblichiamo


La morte e il morire: due parole mute che continuano a fare un silenzio assordante dentro di noi.
Meglio non pensarci, parliamo d’altro: finalmente è arrivata la neve e inizia la stagione.
In vita taluni tentano di buttare la chiave del loro stare al mondo nelle urne di chi non c’è più. Requiescantinpaceamen e andiamo avanti, non c’è tempo da perdere.
Altri, pervasi da velleità d’eternità, traducono maldestramente la locuzione dei frati trappisti memento mori con: ricordati di morire, come a dire che gli smemorati corrono il rischio di vivere in eterno.
Una delle poche certezze della vita è che prima o poi toccherà anche a noi.

Fino a un attimo prima però noi ci ritroviamo, volenti o nolenti, a dover fare i conti non solo con le agenzie di rating sparse per mari e Monti, ma soprattutto con la morte degli altri.
La morte di persone a noi lontane possono intirizzire i nostri sensi il tempo di una notizia. La perdita di una persona cara, invece, ci sconvolge, ci lascia senza parole. Veniamo colti dalla paura. Il credo nell’esistenza di un aldilà si fortifica o s’indebolisce a seconda dei canoni che ci sono stati inculcati dalla morale comune.
Perché ci lasciamo sopraffare da un senso d’impotenza, di perdita irreversibile?
Forse perché continuiamo ad aggrapparci disperatamente alla fisiognomica, alla corporeità, dei sentimenti, degli affetti. Dobbiamo poter toccare, vedere, per riuscire a „credere“. Quando il corpo si svuota dall’identità definita che gli è stata appiccicata addosso da un ufficio d’anagrafe, sembra esaurirsi tutta la sua ragion d’essere.
Per chi resta a guardare e senteziare parole prese a prestito, permane la sensazione di una paura fottuta di quella che chiamiamo morte (o forse è il „morire“ con dolore che ci terrorizza di più). La nostra morte è un accadimento al quale non possiamo più renderci partecipi. Sono altri che pasticciano la sceneggiatura e assumono il ruolo di protagonisti, interpreti della nostra morte, per riaffermare il senso acquisito della propria vita.
È consolatorio barricarsi dietro il diritto alla vita; un alibi per sentirsi dalla parte del giusto e non andare a intralciare pensieri pronti all’uso. L’accanimento terapeutico è rispetto della vita o è un modo per tentare di accomodare la propria coscienza?
Affidare una persona cara alla morte, lasciarla andare, può tradursi in un estremo atto d’amore. Continuerà a raccontarsi, a riproporsi sotto un altro sembiante dentro di noi.

Il sorriso carezzato di serenità di Leah Beth non è acconciato. È stato plasmato dal dolore e dalla sofferenza; esprime un senso di pulizia e mi porta a dire: „Lasciatemi andare, devo sbrigare una faccenda, poi torno“. Ed è già tornata, continua a raccontarsi a noi e a scalfire le certezze, usa e getta, che ci lasciamo cucire addosso per colmare le nostre inquietudini.
Leah Beth voleva colori sgargianti e sorrisi al suo funerale. Lei ha avuto il tempo di andare incontro al buio; il buio che contiene tutti i colori, se ti accorgi di poter accendere la luce e di regalarla agli altri prima che si spenga. Le nostre certezze possono essere invalidanti. Sono riempitivi per convincerci (illuderci) di stare sempre dalla parte della ragione. Sono gli altri dalla parte del torto.
È il dubbio che ci rende più umani, più perfettibili.
Lo stare al mondo può risolversi nel quanto, l’esserci nel come.
E se questo fosse l’ultimo giorno della mia vita come vorrei viverlo?
Quali conti mi andrebbe di far quadrare?
Forse semplicemente riconciliarmi con gli altri e con me stesso.
Il pensiero della morte può essere ingannevole se ci fa dimenticare di vivere e di coltivare gli affetti, i sentimenti, i dubbi che costellano la nostra esistenza.

Socrate vuota impassibile la coppa del veleno e va incontro serenamente al proprio destino di morte decretato dai benpensanti. Platone gli mette in bocca parole intagliate nella roccia: „Ma ecco che è l’ora di andare: io a morire, voi a vivere. Chi di noi due vada verso il meglio è oscuro a tutti (ometto volutamente le ultime parole che ognuno ha il diritto di aggiungere o togliere: fuori che a Dio).“

Leah Beth ci affida un lascito prezioso, quello di continuare a coltivare l’umanità della persona e il senso della misura. La morte è una parola muta, che non si affronta con il silenzio assordante di certezze precostituite.
È salutare pensare che il mondo, da che mondo è mondo, va avanti  imperterrito con o senza di noi. E che la morte (degli altri) ci accompagni lungo il cammino entusiasmante che ci siamo abituati a chiamare vita.

Un saluto da Selva e dal Sassolungo silente ammantato di neve.
Marco Forni


Share/Bookmark

Se ti è piaciuto l'articolo, puoi iscriverti ai post per tenerti sempre aggiornato sui nuovi contenuti del blog!

sabato 23 ottobre 2010

Quando accade qualcosa.



«Molte volte un guerriero della luce è preda dello scoramento. Pensa che niente riuscirà a risvegliare l'emozione che desiderava. Spesso, il pomeriggio e la sera, è costretto a mantenere una posizione conquistata senza che un nuovo avvenimento sopraggiunga a restituirgli l'entusiasmo.
 Gli amici commentano: "Forse la sua lotta è terminata".
Udendo questi commenti, il guerriero prova dolore e confusione, perché sa di non essere giunto dove voleva. Ma è caparbio e non abbandona ciò che ha deciso di fare.
Poi, quando meno se lo aspetta, una nuova porta si apre

Questa settimana è accaduto qualcosa.

E' vero. Accade sempre qualcosa; nella vita voglio dire. Un gesto, una parola, uno sguardo, un silenzio.

Ed in fondo è tutto qui il senso di quello che è accaduto anche questa settimana.

Ma il fatto è che non sempre si riesce ad avere nel cuore la sensazione che qualcosa sia accaduto.

A volte i silenzi più grandi sembrano tempeste. O le parole più aspre innocue folate di vento.

A volte invece sembra tutto così maledettamente uguale.
E sembra quasi che i giorni facciano a gara ad assomigliarsi l'uno con l'altro, in una corsa sciocca e forsennata in cui quello che accade, semplicemente, non lo senti accadere.
Le parole non hanno senso, gli sguardi sono muti, i gesti ripetitivi.

Poi invece, d'un tratto, accade qualcosa. Qualcosa che risveglia; una fiamma improvvisa che riscalda; una manciata di stelle filanti e coriandoli; un bagliore che rischiara; una tela che sbuffa colori sgargianti.

E la Vita "ritorna".

Immagino che ognuno trovi in qualcosa o in qualcuno di diverso questo detonatore di emozioni e di senso del vivere. Le parole o la musica di una canzone, la scena di un film, il paesaggio di un dipinto, una montagna che si staglia all'orizzonte, il mare che brilla incessante, il sorriso di un figlio.

A me accade, molto spesso, quando incontro qualcuno di speciale. Che sia un viandante, un autista di autobus, un commesso, un uomo o una donna che frequenta i corsi in cui ho il piacere di insegnare.

E mi sorprende sempre. Come la prima volta in cui ho dato fiducia. Come l'ultima che l'ho rinnovata.

Ciò che mi sorprende, più di tutto, è come, a dispetto di una quotidianità che talvolta rischia di apparire eterea, si riesca invece a scoprirsi infinitamente migliori, nella nostra umanità, di quello che noi stessi pensiamo.

E' questa consapevolezza a riconsegnarmi il senso che sempre cerco e talvolta smarrisco.

Il senso di esistere perché in relazione con qualcuno. Qualcuno che sceglie di dividere con me una parte del suo cammino, mi si svela, mi affida i suoi timori, mi rende partecipe delle sue emozioni, mi suggerisce, inconsapevolmente, il modo per essere migliore

Qualcuno che crede nel suo prossimo, per il senso etimologico del termine. Qualcuno che per il suo prossimo investe senza risparmio risorse ed energie proprie, con una frase, o una poesia; con una lezione, che sia agli adulti o ai bambini; magari con un post, o con un sms; o semplicemente con un abbraccio o un gesto, che sia d'amore o di gratitudine. 
Qualcuno che sa riconoscere perfettamente, in tutto questo, l'unico modo di esistere e di essere degni di questo nome.

Questo volevo dire, oggi.
Due frammenti di infinito...

E rivolgere un grazie di cuore alla generosità esplosiva di Matteo e alla profondità garbata di Gabriel, che in questi ultimi giorni hanno scelto di farmi scoprire due frammenti di infinito che appartengono all'armonia di tutte le cose. 

E che da questa settimana, pertanto, faranno parte anche di me.



«I guerrieri della luce si riconoscono dallo sguardo. Si trovano nel mondo, fanno parte del mondo, e al mondo sono stati inviati senza bisaccia e senza sandali. Molte volte sono codardi. Non sempre agiscono nella maniera giusta.
I guerrieri della luce soffrono per stupidaggini, si preoccupano di cose meschine, si reputano incapaci di crescere. Talvolta si credono indegni di qualsiasi benedizione o miracolo.
I guerrieri della luce sovente si domandano che cosa stiano facendo qui. Molte volte pensano che la loro vita non abbia alcun significato.
Perciò sono guerrieri della luce. Perché sbagliano. Perché si interrogano. Perché continuano a ricercare un significato. E finiranno col trovarlo.»

(Le citazione sono tratte dal Manuale del guerriero della luce, di Paulo Coelho)

[Se ti è piaciuto questo articolo, forse potrebbero interessarti: 


Share/Bookmark

Se ti è piaciuto l'articolo, puoi iscriverti ai post per tenerti sempre aggiornato sui nuovi contenuti del blog!

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...