Benvenuti nella città invisibile, ma non silente!

La città invisibile è una contraddizione in termini. Se una città esiste, con le sue case, le strade, i lampioni, gli abitanti, come può essere invisibile?! La città invisibile però c’è: è dentro ognuno di noi. Le fondamenta delle sue case sono quello che abbiamo costruito fino ad oggi, le nostre esperienze passate, gli avvenimenti della nostra vita. I mattoni delle case sono i nostri sogni, le aspettative, le speranze, tutto ciò che vorremmo fosse, domani, presto o tardi che sia. Le vie della città invisibile sono i nostri pensieri, che si ramificano innervandosi e collegano case, ponti, quartieri, costituendo una fitta rete di scambi e connessioni. La città invisibile è lo spazio vivo in cui ognuno si sente quello che è, ed è libero di esprimersi, di sognare, di dire “no”, persino di creare mondi diversi, realtà parallele: con la speranza che quel tesoro invisibile custodito dentro ognuno di noi possa rappresentare la fiaccola del cambiamento e si riesca a passarne, tutti insieme, il testimone. La via per riuscirci, a mio parere, è quella indicata da Italo Calvino: “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio".

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venerdì 13 aprile 2012

Il fondo del barile.



Il Consiglio dei Ministri ha appena approvato la riforma della Protezione Civile.

Per fronteggiare le emergenze sapete cosa è stato disposto?

Un aumento di 5 centesimi al litro sulla benzina.

Suvvia Professori: tagliamo i livelli intermedi, le tappe di avvicinamento di questo ingegnoso piano.

Passiamo direttamente all'obiettivo vero: la tassa sulla povertà.

Anzi, specifichiamo meglio: una sopraffina tassa proporzionale sulla povertà crescente.
Qualcosa tipo "più perdi più paghi".

Lo dico per voi, eh, sia ben chiaro: solo perché mi pare di capire che non riusciate più a farne a meno, che vi piaccia troppo.

"Raschiare il fondo del barile", intendo.


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giovedì 17 marzo 2011

Proscioglimento senza appello: un'idea graziosamente asinina.


[Il Prof. Woland per La Città Invisibile]

Uno dei punti più controversi della epocale riforma della giustizia del governo Berlusconi è l’inappellabilità delle sentenze di proscioglimento da parte del pubblico ministero. In altre parole, il PM non potrà ricorrere in appello contro una sentenza di assoluzione.

Classico esempio di quella che si chiama ‘coazione a ripetere’. 

Già nel 2006 infatti - benché rinviata al Parlamento dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che manifestava seri dubbi sulla sua costituzionalità - fu approvata la cosiddetta legge Pecorella, che sostanzialmente (art.593) dichiarava appellabili soltanto le sentenze di condanna.

In un articolo dal titolo “Appello, ecco perché si viola la Costituzione”, apparso nel gennaio 2006 su Repubblica, il giurista Franco Cordero, che studia procedura penale da oltre mezzo secolo, dimostrava, direi matematicamente, che la legge era incoerente nel nostro ordinamento giuridico e, soprattutto, era incostituzionale.
Gli argomenti di Cordero erano impeccabili e infatti la legge Pecorella fu dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale (6 febbraio 2007 n.26).

Ora, come preannunciato, la si ripresenta. Per la serie “a volte ritornano”.

Puntualmente, di nuovo dalle pagine di Repubblica, Franco Cordero ribadisce il suo pensiero su tale disegno di legge, che definisce “un’idea graziosamente asinina”. 

In sintesi ecco gli argomenti principali del giurista, nel nuovo articolo dal titolo “La giustizia secondo il re dei caimani”.

1. La norma è incostituzionale perché viola l´art. 111 Cost., c. 2, che “garantendo pari risorse alle parti” (accusa e difesa) esclude proscioglimenti inappellabili: sarebbe monco quel contraddittorio dove l'imputato soccombente può appellare e l’accusatore no.

2. Taluni invocano a sostegno di tale norma la circostanza che essa vige negli ordinamenti anglosassoni (common law): negli Usa e nel Regno Unito l’accusa non può appellare.
Il fatto è che in quei paesi i verdetti sono emessi da una giuria popolare: un “consesso di dodici teste” che ha sostituito l’arcaico iudicium Dei. I dodici giurati danno voce ad una infallibile anima comunitaria: ovvio che tali verdetti non siano ripetibili, come non lo erano i duelli, le ordalie e i giuramenti purgatori ossia decisioni a fondamento non razionale (boutade: il popolo urla Barabba libero e Ponzio Pilato ricorre in appello?!). 
Nel nostro ordinamento invece la sentenza è un sapere tecnico. Si tratta di interpretare la legge non di pronunciare un atto oracolare. 
Ecco dunque la necessità di un secondo giudizio: l’appello, strumento romano, mira al rifacimento critico e se la condanna è appellabile lo deve essere anche il proscioglimento. L’errore giudiziario, infatti, ha due possibili facce.
L’appello rappresenta dunque la possibilità di riparare alla malafede (iniquitas) o all’errore (imperitia) dei giudici.
Fin qui Cordero.

A margine mi sembra opportuno chiarire una circostanza. 
Non dobbiamo immaginare lo stato come un persecutore e l’imputato come un cittadino caduto per disgrazia nelle maglie della giustizia: se il poveretto scampa la prima volta sarebbe iniquo perseguitarlo ancora. L’imputato, infatti, può essere un colpevole assolto, in primo grado, per errore o malafede. 
In questo caso si può sperare nella riforma della sentenza.
Il PM, poi, non va considerato solo un accusatore, egli è anche il difensore delle vittime. 
Sì, le vittime - con le loro aspettative di giustizia - che spesso in questo discorso vengono dimenticate. Negare la possibilità, nei casi dubbi naturalmente, di un nuovo giudizio (magari anche più accurato, dal momento che pesa su di esso la prima sentenza assolutoria) sarebbe certamente un errore; come lo è considerare il PM, tout court, un persecutore, dimenticando i veri protagonisti del processo: le vittime, appunto.

Come andrà a finire? Stavolta qualcuno ascolterà le parole di Cordero? 

Purtroppo, per dirla con Freud, Die Stimme der Vernunft ist leise, “la voce della ragione è flebile”.

Come la speranza in questi tempi bui.


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venerdì 11 marzo 2011

La riforma della giustizia e il gioco della torre.



Oggi, per una volta, voglio tentare una sorta di 'approccio rovesciato'.

Voglio provare cioè a non addentrarmi nei singoli dettagli dell'epocale riforma della giustizia appena varata e a rispondere, appunto, con un'ἐποχή (epoché), cioè una sospensione del giudizio: niente contenuti e, pertanto, niente pregiudizi.

E voglio farlo provando a riferirmi solo ed esclusivamente alle dichiarazioni di Berlusconi.

Che ieri, durante la conferenza stampa, ad un giornalista del Corriere che gli chiedeva cosa sarebbe accaduto se questa riforma fosse entrata in vigore 20 anni fa, ha risposto testualmente:
probabilmente non ci sarebbe stata l'esondazione della giustizia; non ci sarebbe stata l'invasione nel campo della politica da parte della magistratura, e non ci sarebbero state quelle situazioni che hanno portato al cambiamento di governi, all'annullamento di un'intera classe dirigente nel '92-'93...
Che tradotto significa:

1. il più importante tentativo di scardinare il colossale sistema di corruzione italiano, Mani Pulite, non vi sarebbe mai stato;

2. il pool di Milano non avrebbe avuto armi adeguate per spazzare via i Corrotti (di prosito con la c maiuscola) di Tangentopoli;

3. la politica avrebbe avuto i poteri necessari per impedire che la magistratura scoperchiasse il vaso di Pandora di tutte le nefandezze commesse per anni nella cosiddetta Prima Repubblica.

Ok. Prendiamo per buone le parole del Presidente del Consiglio.

E senza sapere di legge, senza addentrarsi nei cavilli, senza ricorrere alla consulenza di qualche Azzeccagarbugli, facciamo il gioco della torre.

La salvate o la buttate giù, questa riforma?

La mia risposta, sono certo, la immaginate.


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sabato 27 novembre 2010

Lapsus freudiani.

Essere d'accordo con se stessi? Non è poi così scontato!

Niente da fare.

In questi giorni la Gelmini, appena si parla di voti, va in bambola.

Al punto che sulla sua riforma, riesce incredibilmente a votarsi contro!





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