Benvenuti nella città invisibile, ma non silente!

La città invisibile è una contraddizione in termini. Se una città esiste, con le sue case, le strade, i lampioni, gli abitanti, come può essere invisibile?! La città invisibile però c’è: è dentro ognuno di noi. Le fondamenta delle sue case sono quello che abbiamo costruito fino ad oggi, le nostre esperienze passate, gli avvenimenti della nostra vita. I mattoni delle case sono i nostri sogni, le aspettative, le speranze, tutto ciò che vorremmo fosse, domani, presto o tardi che sia. Le vie della città invisibile sono i nostri pensieri, che si ramificano innervandosi e collegano case, ponti, quartieri, costituendo una fitta rete di scambi e connessioni. La città invisibile è lo spazio vivo in cui ognuno si sente quello che è, ed è libero di esprimersi, di sognare, di dire “no”, persino di creare mondi diversi, realtà parallele: con la speranza che quel tesoro invisibile custodito dentro ognuno di noi possa rappresentare la fiaccola del cambiamento e si riesca a passarne, tutti insieme, il testimone. La via per riuscirci, a mio parere, è quella indicata da Italo Calvino: “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio".

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mercoledì 3 agosto 2011

La scuola e le rivoluzioni copernicane.

[Dal Prof. Woland per la Città Invisibile]


L'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico ha rivolto agli insegnanti un esplicito e chiaro invito"Non bocciate, è dannoso".
Ho già riassunto in un post  le serie argomentazioni dell'OCSE, qui voglio tornare in generale sull'argomento poiché insegnanti, educatori, uomini di cultura hanno avuto un vigoroso soprassalto e molti hanno dichiarato la loro perplessità - o addirittura contrarietà - nell'immaginare una scuola senza filtri, senza selezione (lo sconcerto degli insegnanti è ben rappresentato dall'ottimo libro di Paola Mastrocola, Togliamo il disturbo, Guanda 2011).

Io sono persuaso che non dobbiamo temere i cambiamenti, anche quelli più radicali e  dobbiamo rivedere le nostre convinzioni.

Per inerzia siamo portati a respingere il nuovo (d'accordo: esiste anche l'altro lato della medaglia che ci spinge qualche volta ad accettare con entusiasmo il nuovo anche quando forse non dovremmo, ma questo è un altro discorso) ed ecco pertanto una serie di perplessità: no alla biro al posto della classica penna, no alla calcolatrice, no al computer, no ad Internet, no alla televisione, no al cellulare e così via. 

Tutte battaglie perse, ne converrete, e aggiungerei per fortuna. Non c'è bisogno di essere indovini per leggere il futuro: basta guardarsi indietro ed imparare dal passato. 
Si possono fare migliaia di esempi di rivoluzioni "copernicane" contrastate ostinatamente dai nostri avi: il sistema eliocentrico - la rivoluzione copernicana per antonomasia - è addirittura costata la vita ad alcuni suoi fautori.

Per secoli e secoli la medicina ha riconosciuto nella disidratazione il più importante ausilio terapeutico: clisteri, sanguisughe, salassi, purghe etc. erano le primissime prescrizioni (pensate a Le Malade imaginaire di Moliere). 
Poi la rivoluzione copernicana: ora il primo intervento medico consiste sostanzialmente nell'idratare.

Citerò un solo altro esempio.

Uno studio della Columbia University afferma che la possibilità offerta dalla rete di rinvenire ogni tipo di informazione in pochi istanti sta mutando in modo radicale il modo di immagazzinare i dati nel cervello. 

Ciò che conta non è più archiviare l'informazione bensì il luogo dove essa può essere reperita. 

Scandalo? 

No, dice il neuroscienziato Stefano Cappa (Università Vita-Salute San Raffaele di Milano): l'essere umano ha sempre fatto ricorso agli strumenti più svariati per rinforzare la memoria. Google è solo uno dei più avanzati.

"Internet sta cambiando le nostra capacità cognitive: tra quindici anni non saremo più pigri, useremo invece la memoria in modo più funzionale, veloce ed efficace."

Voglio dire con queste considerazioni che cultura e competenze sono funzioni del tempo ed è sbagliato pensare che siano invece delle costanti, cioè che siano invariabili nel tempo.

Torniamo alla scuola.

Quando un insegnante di liceo dice che i ragazzi oggi non imparano il latino e non sono in grado di apprezzare Catullo possiamo certamente dispiacerci. 
Ma da un punto di vista evolutivo non c'è nulla di sorprendente. 
Ci lamentiamo, infatti, se un  ingegnere oggi non sa accendere il fuoco in una foresta servendosi  di due bastoncini? 
Chi saprebbe su due piedi emulare il grande Eratostene (vissuto ad Alessandria più di due millenni or sono) e calcolare  il raggio della terra?

Un pool di scienziati contemporanei non è riuscito a ripetere la straordinaria impresa di Giulio Cesare (De bello Gallico, Libro IV) consistente nel costruire in soli dieci giorni un ponte sul fiume Reno, il fiume più grande che i Romani avessero mai visto.

Dunque dobbiamo accettare che le cose cambiano. 

L'altro giorno rileggendo il capolavoro di Giorgio Bassani (Il giardino dei Finzi Contini) mi sono imbattuto in una pagina che mi ha fortemente sorpreso:  descriveva esattamente le emozioni che provavo io quando - adolescente - andavo a vedere "i quadri" scolastici. 

Che soddisfazione vedere scritto accanto al proprio nome in bella grafia "promosso" e di seguito una teoria di bei voti. I compagni, specie quelli rimandati o bocciati, guardavano con invidia i pochi eletti ed il momento era solenne.

La vicenda del romanzo si colloca nel 1929, la mia nel 1959: a distanza di trent'anni nulla era ancora mutato. La scuola era la vita. 
Quando il protagonista del romanzo - abituato fin ad allora ad eccellere -  vede nei quadri un cinque (in rosso) e realizza di essere stato rimandato in matematica si dispera e pensa addirittura al suicidio.

Allora la scuola era la strada maestra per l'affermazione personale. Rappresentava inoltre il rito di iniziazione che il giovane doveva superare per essere accettato nella società degli adulti. 
Le regole di questo rito erano severe ma arbitrarie. 
Bastava ignorare un aoristo per essere cacciati dall'eden. 
Se un esordiente giornalista avesse scritto in un articolo "manu militare" anziché "manu militari" - sbagliando dunque l'ablativo - avrebbe finito lì la sua carriera. 

Fino a qualche tempo prima non si poteva accedere alla laurea in medicina con la maturità scientifica. 

Regole giuste o pregiudizi? 

Conosco grandi luminari della medicina che hanno la maturità scientifica. 

La famosa politologa Nadia Urbinati - titolare della cattedra di Scienze Politiche alla Columbia University di New York - si è diplomata all'Istituto Magistrale di Rimini. 

Avesse frequentato il liceo classico poteva accadere che un zelante professore di greco non le perdonasse un errore di troppo - che so - sulla "legge sotera" e magari avremmo perso una grande scienziata.

In una intervista alla Repubblica (25 luglio 2011) il grande scrittore, saggista, critico letterario George Steiner (insegna a Cambridge) dice:
"bisogna sapere che il novanta per cento degli americani, parlando, usa 380 parole d'inglese, mentre nelle opere di Shakaspeare ce ne sono 24.000".
Come può allora  un simile popolo imperare sul mondo intero?
Che dire?

Credo che si possa concludere dicendo che la cultura e la competenza richieste "oggi" dalla società non siano più in linea con le aspettative dei docenti meno giovani. 

La scuola non è più un rito d'iniziazione. 

Compito degli insegnanti è soprattutto educare alla vita bambini e giovani - questo sì - attraendoli alla cultura, operazione che può riuscire solo se si amano gli alunni e se si è capaci di affascinarli. 
Aggiungerei che quali che siano le discipline insegnate queste devono essere impiegate soprattutto per la costruzione del cittadino e della persona.

Un compito davvero straordinario quello affidato agli insegnanti del duemila, che naturalmente richiede grandi competenze e meriterebbe una vera selezione con retribuzioni adeguate. 

Ciò dobbiamo pretendere come cittadini per i nostri ragazzi di oggi e di domani.

Finisco osservando che lungi da ogni populistica interpretazione lo stato dovrebbe secondo me chiamare ad una partecipazione economica tutti i genitori che abbiano un reddito medio alto. 

Ma questo è un altro discorso.


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Sechi, missione impossibile: difendere Renato Brunetta.

Il Direttore del Tempo Mario Sechi mentre intervista il Ministro Brunetta a Viterbo.

Il Direttore del Tempo Mario Sechi è tornato qualche giorno fa sull'incidente del Ministro Brunetta in quel di Viterbo, lanciandosi nella missione impossibile di sviare l'attenzione dal fattaccio - il "cretini" dato all'indirizzo di coloro che fischiavano e protestavano (qui il video) - agli aspetti sociali della libertà individuale e, udite udite, agli effetti nefasti della comunicazione via web e social network.

Ecco le argomentazioni principali attraverso le parole dello stesso Sechi:
1. I contestatori erano pochissimi: "un pugno di persone. Cinque sei, forse meno. Fino a quando il legittimo dissenso di una minoranza riunita in una piazza può prevaricare la libertà di espressione di un altro gruppo?"

2. La rete semplifica tutto e lo riduce all'evento negativo mentre invece il discorso è stato ben ampio e articolato: "Il dialogato e serrato confronto nei tre minuti e trentasette secondi di filmato che va online non c’è. Puoi fare un discorso da premio nobel dell’Economia, ma se ti scappa un «cretino!», il tuo messaggio finale diventa quello. La banalizzazione del messaggio sulla rete è micidiale."
3. I social network sono superficiali, spesso parziali e dunque pericolosi: "nei social network gli utenti pensano di vivere in una sorta di mondo dell’impunità. In tanti scrivono cose terribili, false e pensano che tutto questo sia reale, intelligente e soprattutto legale. Non solo. Quella è la verità. Questo è il destino che attende inesorabilmente anche il dibattito di Viterbo."
Sul primo punto: è del tutto evidente che in un dibattito pubblico debbano esserci delle regole di civiltà e rispetto reciproco, come Sechi auspica.
Però attenzione: non hanno nulla a che vedere coi concetti di maggioranza e minoranza evocato dal Direttore del Tempo. 
Se a fischiare Brunetta fosse stato il 99,9% degli spettatori, quei due o tre soggetti che intendevano ascoltare Brunetta avrebbero avuto meno diritti solo perché erano pochissimi davanti ad una maggioranza schiacciante?
E allo stesso modo la maggioranza di contestatori, in quel caso, si sarebbe potuta sentire legittimata a  contestare e vociare proprio per il fatto stesso che era maggioranza?

Il rispetto reciproco non dipende dai numeri.

Ragionare in termini numerici, tra l'altro, può portare a conseguenze paradossali: se in Italia delinque un consistente numero di politici, ad esempio, e un gruppo minoritario no, chi va considerato di più e chi sarebbe preferibile che prendesse le decisioni?!

Tornando a Viterbo, la domanda da porsi era piuttosto un'altra: perché il Ministro Brunetta provoca puntualmente questi pruriti in una parte dell'uditorio (minoritaria o maggioritaria che sia)?

Sechi dice di Brunetta: "trascinato dal carattere, reagisce abbassando il suo linguaggio a quello dell’interlocutore. Passa all’insulto." E condanna questo atteggiamento.

Ma non fa alcun cenno, nel suo editoriale, alle motivazioni dell'impopolarità - per usare un eufemismo - di Renato Brunetta.
Nessun riferimento ai "poliziotti panzoni", agli "statali fannulloni", ai precari dell'"Italia peggiore", alla sinistra che deve andare "a morire ammazzata" e via discorrendo.

Peccato, perché la via del ragionamento psico-sociologico riguardo alla comunicazione - che pure Sechi ha inteso imboccare - poteva produrre riflessioni interessanti: ad esempio sugli incomprensibili motivi per cui soffiare sul fuoco dello scontro sociale e dividere costantemente l'Italia in categorie di intelligenti da un lato e cretini dall'altro porti all'esasperazione un popolo già di per sé piuttosto provato.

E invece no: le responsabilità sono evidentemente altrove.

E quello che rimarrà nella storia dell'incontro viterbese, si lamenta Sechi, è solo un episodio insignificante di un povero Ministro che infama i suoi contestatori.

Tutta colpa della rete, per il Direttore, perché è un fatto che "la diffusione del free content, del contenuto libero, del cazzeggio senza controllo di fonte e autore, sulla rete abbia distrutto il valore del sapere, dell’autorevolezza e della responsabilità".

Certo, come no: le chiacchiere informali - davanti ai focolari, nelle piazze, nei bar - in effetti si sono sempre condotte enciclopedie alla mano fino alla nascita del web...
E del resto lo sanno tutti: il pettegolezzo - con le sue semplificazioni - non è nato con l'uomo ma appunto con la rete!

Ne prendiamo atto, caro Direttore.

Come prendiamo atto che in tutto questo scenario apocalittico spalancato dalla rete e dai social network, tuttavia, una nota positiva, quasi commovente, c'è eccome nel suo astuto editoriale.

Quando parla di una sua precisa volontà:
"introdurre l’intervista-dibattito nel miglior modo possibile, cioè dando la possibilità a Brunetta di raccontare chi è e da dove viene, le sue umili origini, la Venezia delle bancarelle, una storia lontana anni luce dai ministeri, dalle auto blu, dalla casta".
Ecco qua. 

In queste righe la missione impossibile si palesa in tutta la sua complessità.

Specie per chi ricorda una piccola indagine dell'espresso di un paio d'anni fa, in cui si ricostruiva la storia di un tale Renato Brunetta diventato Ministro, per nulla lontano anni luce dalle storie di casta.

In estrema sintesi: la rete è un luogo infernale e Brunetta è un piccolo angelo sceso dal cielo per sanare i guasti della Pubblica Amministrazione.

Attendiamo con ansia il prossimo pezzo sugli asini che volano.


[Di seguito, i 3 minuti e 30 dell'inchiesta del 2009 dell'Espresso su Brunetta]


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martedì 2 agosto 2011

I partigiani della politica.

La Strage di Bologna, opera di Carlo Carosso.

Mettiamola così: ve lo immaginate se una certa squadra di calciatori (o di qualsiasi altro sport, naturalmente), la nazionale magari, si rifiutasse di scendere in campo in un determinato stadio perché solitamente in quella struttura, in quella città - o in quella nazione - i giocatori prendono bordate di fischi ben più generose che altrove?

Quante ne penseremmo sulla loro professionalità? Quante gliene manderemmo a dire?

E ora pensate ad un evento non sportivo, un evento in cui non c'è il sapore della vittoria che si profila all'orizzonte, né i coriandoli festosi a segnalare il gradino più alto del podio.

Pensate invece al sapore della polvere di un'esplosione e ai drammatici frammenti delle lamiere di una stazione ferroviaria ridotta a un cumulo di macerie.

Pensate alla tragicità delle vite spezzate; alla ferita di una società civile impossibile da rimarginare.

Pensate alla strage della stazione di Bologna.

31 anni fa, il 2 agosto, come oggi.

E pensando a questa ricorrenza riflettete per un momento alle occasioni emblematiche di quella funzione della rappresentatività che i nostri politici dovrebbero incarnare in quanto eletti, appunto, come  rappresentanti di ogni singolo cittadino.

Ebbene Libero - chi se no? - ci ha spiegato ieri candidamente per quale motivo, oggi, nessun rappresentante del Governo della Repubblica italiana sarà presente alla commemorazione per la strage di Bologna:


Nell'articolo si riportano, per chiarire meglio il concetto, le parole del coordinatore regionale del Pdl Filippo Berselli (grassetto mio):
"In passato ho partecipato alle celebrazioni e mi sono preso bordate di fischi. Mi sono stancato. Queste celebrazioni non sono più un momento di raccoglimento e di omaggio alle vittime, ma si sono trasformate in una strumentalizzazione politica e in un'occasione di attacco al Governo"
Ecco qua.

Questa è l'etica dell'impegno dei nostri politici di Governo, il senso del proprio ruolo istituzionale.

Per riprendere la metafora: se c'è da prendere applausi, scendono subito in campo; sono in prima fila a rappresentare l'Italia.

Altrimenti restano in tribuna e appendono momentaneamente le scarpe al chiodo.

Facciamo così: visto e considerato che gli applausi li avete solo da una parte - sempre più minoritaria - di quel popolo italiano che invece dovreste rappresentare per intero (senza distinguo di sorta), perché non cominciate col decurtarvi lo stipendio dell'equivalente in percentuale di quelli che non vi approvano?
A conti fatti, grosso modo, stando agli ultimi sondaggi, circa il 65% degli italiani.

- 65% al vostro stipendio di "partigiani della politica".

Dareste finalmente un bell'esempio di coerenza: per la serie "non rappresento, non percepisco".

A pensarci bene, in fondo, non è quello che chiedete ai dipendenti pubblici?

Loro non possono certo scegliere - come voi state facendo in questa occasione - di non andare a lavorare.

Persino la malattia, se supera un certo limite, gli comporta una decurtazione sullo stipendio.

Non vorrete mica darci modo di pensare che le regole valgano solo per noi e non per voi?

Mica per altro: sempre per quella storia dell'anello al naso.

Per quanta riguarda noi, sia ben chiaro, ci stringiamo attorno ai familiari delle vittime, idealmente al loro fianco.

Da cittadini della Repubblica.

La nostra Repubblica, almeno.

Non la vostra.

Oggi no.


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lunedì 1 agosto 2011

I tagli del Quirinale e la megalomania di Libero.

Sono veramente incredibili.

Quelli di Libero, al solito.

Come ricorderete, 19 luglio il quotidiano di Belpietro usciva con questa scandalosa prima pagina:



Tutti papponi, per Belpietro e soci. 
Tutti gli avversari del Caimano, si intende (nella vignetta né il Sire di Arcore, né uomini del PdL, notoriamente a digiuno da anni...).

Nella rete finisce anche il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. 
Risultato: sdegno generale.
E Maurizio Belpietro indagato per vilipendio.

Ma veniamo ad oggi, anzi a ieri.
Libero - in modo incredibilmente goffo e maldestro, a dire il vero - tenta la furbata: smarcarsi in qualche maniera dalle accuse di vilipendio plaudendo a Napolitano e contestualmente accaparrarsi i meriti della rigorosa politica anti-sprechi del Presidente della Repubblica.




E questa invece è la prima pagina di Libero ieri in edicola:


Testuale: "Napolitano si alza dalla tavola dei papponi: grazie Presidente".

E nel pezzo di Fosca Bincher si legge (grassetto mio):
Il passo poteva essere più deciso, ma dopo aver sbuffato insieme al Segretario Generale del Quirinale, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, si è arreso in pochi giorni alle richieste di Libero.
Chiaro dunque?
Se Napolitano, come il Quirinale ha annunciato, ha restituito 15 milioni di euro e ha detto no all'adeguamento dello stipendio è tutto merito di Libero!

E noi gli crediamo vero?

Urca se gli crediamo!

Soprattutto perché non avevamo mai visto il Presidente Napolitano imboccare la retta via prima delle rampogne di Libero.

Non lo aveva fatto nel 2007:


Né si era sognato di mettere mano a qualcosa di simile nel 2008:


Nulla di neppure lontanamente riconducibile ad oggi era avvenuto nel 2009:



E l'anno buono non era stato nemmeno il 2010:


Ugualmente, neppure il 2011 lasciava presagire qualcosa di simile da parte del Quirinale prima che Libero lanciasse il suo grido di dolore a luglio:


Come si vede, quello di Belpietro e soci è davvero l'emblema perfetto del giornalismo di denuncia.

... O forse da denuncia?


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