Benvenuti nella città invisibile, ma non silente!

La città invisibile è una contraddizione in termini. Se una città esiste, con le sue case, le strade, i lampioni, gli abitanti, come può essere invisibile?! La città invisibile però c’è: è dentro ognuno di noi. Le fondamenta delle sue case sono quello che abbiamo costruito fino ad oggi, le nostre esperienze passate, gli avvenimenti della nostra vita. I mattoni delle case sono i nostri sogni, le aspettative, le speranze, tutto ciò che vorremmo fosse, domani, presto o tardi che sia. Le vie della città invisibile sono i nostri pensieri, che si ramificano innervandosi e collegano case, ponti, quartieri, costituendo una fitta rete di scambi e connessioni. La città invisibile è lo spazio vivo in cui ognuno si sente quello che è, ed è libero di esprimersi, di sognare, di dire “no”, persino di creare mondi diversi, realtà parallele: con la speranza che quel tesoro invisibile custodito dentro ognuno di noi possa rappresentare la fiaccola del cambiamento e si riesca a passarne, tutti insieme, il testimone. La via per riuscirci, a mio parere, è quella indicata da Italo Calvino: “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio".

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venerdì 2 settembre 2011

Silvio: "cheese"!

Silvio Berlusconi, interrogato sulle sue intenzioni di lasciare a breve l'Italia - paese da lui definito "di merda" nell'ormai famosa telefonata con Lavitola - fa sapere da Parigi:
"Sono cose dette a tarda sera, magari con un sorriso o in modo paradossale, è una cosa che non esiste".
Va bene Silvio, tranquillo: ti crediamo. 

Non hai in mente nessuna fuga e sprizzi serenità da tutti i pori.

Però, la prossima volta, in ambito internazionale, in occasione della foto di rito, cerca di dissimulare un po' meglio i tuoi sentimenti.

Perché visto così, dai retta, hai proprio l'aria di chi non solo si sente profondamente a disagio, ma ha un'auto che lo aspetta dietro l'angolo.

Col motore acceso.
[Fonte: Ansa]


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domenica 28 agosto 2011

Gheddafi e il viale del tramonto.


[Dal Prof. Woland per la Città Invisibile]

Sì, lo so, Nassim Nicholas Taleb lo ha detto con estrema chiarezza: quando dopo aver scalato certe vette, specialmente se senza particolare merito, si incomincia a precipitare, non si è più in grado di arrestarsi. Eppure non me ne capacito.
Mi riferisco a Muʿammar Gheddafi.
Continuo a chiedermi perché non abbia provato a chiudere dignitosamente la sua straordinaria vicenda. Quando, credo soprattutto per un effetto domino, è arrivata anche in Libia la "primavera", non sarebbe stato meraviglioso se il Raʾīs avesse detto in un memorabile discorso alla nazione :
"Compatrioti, in questi decenni è stato necessario un regime che ha avuto come fine la difesa della nostra patria, dei nostri interessi economici, contro gli imperialisti americani, i colonizzatori italiani... ora la situazione è sotto controllo ed è giusto avviare una nuova fase della nostra storia. Il Paese è pronto per la democrazia. Io mi faccio garante della transizione. Affidatevi ancora una volta a me: entro sei mesi vi darò elezioni democratiche e subito dopo, in ogni caso, mi ritirerò a vita privata"
Io credo che nonostante tutto avrebbe avuto una chance per essere ricordato come un salvatore della patria.
Ecco invece che il volto di Gheddafi appare sui manifesti come quello di un outlaw nell'era dell' Old West con sotto la scritta dead or alive e l'ammontare della taglia, ecco che il Raʾīs s'appresta ad una fine ignominiosa che renderà terribilmente tragica la pagina di storia che lo riguarda e che rattrista anche noi che non l'abbiamo certo amato.

Del resto non a caso già Publilio Siro sentenziava:

                                             Stultum facit Fortuna quem vult perdere.


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domenica 1 maggio 2011

Gheddafi reloaded...

Berlusconi con l'amico Gheddafi, che definì leader "di grande saggezza".

Viaggiare con la macchina del tempo, talvolta, può essere alquanto straniante.

30 Aprile 2011, ieri.

Nel commentare il discorso di Gheddafi, Il Giornale lo accusa di delirio.



Aldilà della plausibilità di un simile giudizio sulle parole del Rais, quello che mi pare più interessante da osservare, in un'ottica direi quasi storicistica, è lo stile comunicativo adottato dal quotidiano della famiglia Berlusconi nei confronti di Gheddafi: se infatti il Giornale parla di "ultimo" delirio, implicitamente imputa al Colonnello una serie di deliri di cui quello di ieri non appare che l'ultimo.
Se è così, ammetterete che sarebbe interessante capire quando è iniziata una simile inversione di rotta, dal momento che il dittatore è stato considerato fino a pochi mesi fa un fondamentale partner economico e che le sacrosante critiche (non solo da sinistra) sull'opportunità di fare accordi economici con un paese non democratico venivano bollate come ipocrite  solo il 29 agosto scorso, in occasione dell'ultima visita di Gheddafi in Italia:



Se poi si programma la macchina del tempo un po' più indietro negli anni, l'effetto straniante diventa ancora più evidente.

2008, 30 agosto.


E' il giorno della firma dell'accordo italo-libico.
La foto ritrae Berlusconi che mostra a Gheddafi il nipotino appena nato in braccio alla moglie Veronica Lario.

Sono passati poco più di due anni e mezzo.

Tra gli avversari personali di Berlusconi, c'è oggi proprio la ex moglie Veronica Lario, rea di aver definito "malato" il Presidente del Consiglio per la sua passione nei confronti delle minorenni, ricorrendo all'arcinota metafora delle vergini che si offrono al Drago.

Tra i nemici politici, invece, il Colonnello Gheddafi.

Sconcertante, no?

Com'è sconcertante, tornando ad oggi, che uno dei giudizi più vicini al pensiero di buona parte degli italiani sulla nostra situazione politica si ritrovi in queste parole:
"Ci rendiamo conto che non esiste un Parlamento in Italia, né tanto meno la democrazia. Solo l'amico popolo italiano vuole la pace".

Firmato, un (delirante?) معمر القذافي‎. 

Pardon: Muammar Gheddafi.


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mercoledì 23 febbraio 2011

Dal New York Times. Firmato: Roger Cohen.

Sangue sulla Libia.


La questione libica è esplosa in tutta la sua drammaticità. 
In cerca di opinioni autorevoli riguardo la vicenda, mi sono imbattuto oggi in un interessante articolo di un paio di giorni fa, apparso sull'edizione online del New York Times, a firma del noto giornalista Roger Cohen.
L'articolo fa riflettere: se da un lato infatti offre uno spaccato assai indicativo dell'immagine dell'Italia all'estero - e soprattutto dell'attuale governo italiano - dall'altro pone anche questioni molto rilevanti riguardo l'Unione Europea e la sua politica estera, con particolare riferimento alla problematica della "primavera araba".
Ho deciso così di tradurre l'articolo e di offrirlo in questo spazio, sperando di essere riuscito a rendere decentemente l'intensità originaria (duro mestiere quello del traduttore!). 
La parola a Roger Cohen.


 LA DANZATRICE ARABA DI BERLUSCONI
E' indicativo della misera risposta europea alla primavera araba che il personale contributo del Primo Ministro Silvio Berlusconi alle questioni nordafricane – la sua presunta relazione con una danzatrice marocchina diciassettenne – prenda solo il premio per la performance più abietta. 
Il suo Ministro degli Esteri, Franco Frattini, non ci era andato molto lontano con la sua risposta alla coraggiosa sollevazione del popolo tunisino che ha cacciato il longevo dittatore Zine el-Abidine Ben Ali: “La priorità numero uno è la deterrenza del fondamentalismo islamico e delle cellule terroristiche”. 
Cose nobili di ogni sorta si possono auspicare per gli Arabi al di là del Mediterraneo - ed anzi sono state auspicate, a seguito della fatua pensata di Nicolas Sarkozy, i 43 membri dell’Unione per il Mediterraneo – ma naturalmente la democrazia e la libertà non sono fra quelle. 
L’Unione, di stanza a Barcellona - che dovrebbe essere smantellata all’istante - ha preferito concentrarsi su problemi quali il “disinquinamento del Mediterraneo”. Che, per gli Europei, ha generalmente significato tenere lontani gli Arabi. 
Non c’è da meravigliarsi che Orhan Pamuk, lo scrittore turco vincitore del Premio Nobel, abbia scritto lo scorso anno un saggio intitolato “Europa: il sogno che svanisce”. Qui constatava l’intima, meschina virata, in direzione opposta all'immigrazione, del continente europeo, che una volta aveva rappresentato per lui l’apice e molte delle aspirazioni come turco. Tutto questo era stato scritto prima dei più recenti e gretti atteggiamenti dell'Europa. 
A suo modo, l’attempato multimilionario Berlusconi - con i suoi capelli troppo neri , il suo adulante entourage , il suo controllo dei media, le sue ville private e il suo svilimento dello stato italiano – ha scimmiottato i modi di quei despoti arabi che i popoli dell’Egitto, della Libia, del Bahrein hanno cacciato ribellandosi. Come loro, egli ha confuso se stesso con la nazione, estasiato dal culto della sua personalità. 
O invece - poco importa quali - questi dittatori arabi e i loro compagni d’affari hanno scimmiottato Berlusconi, imitando il peggio dell’Occidente che non offriva nulla in termini di apertura politica, creando un simulacro senza valore della raffinatezza dell’Europa danarosa, mentre i loro popoli languivano senza i più elementari diritti affermati dalla stessa Unione Europea. 
Griffes prive della libertà di parola o dello Stato di Diritto costituiscono una forma virulenta di barbarie contemporanea. 
Berlusconi incarna una lunga connivenza trans-mediterranea con la sottomissione araba, un matrimonio di convenienza che ha condannato gli arabi ad essere supplici (danzatori marocchini buoni per titillare). Uomini e donne in tutto il Nord Africa sono scesi in piazza per rovesciare questo status quo che nega la dignità. Vogliono stare su con le proprie gambe, piuttosto che continuare per sempre ad essere banditi come popoli in declino. 
Un giudice, Cristina Di Censo, ha citato in giudizio Berlusconi, 74 anni, per aver pagato per fare sesso con una ragazza di 17 anni, Karima el-Mahroug, che ha negato di aver avuto rapporti sessuali con lui. La forza del popolo, secondo lo stile italiano, ha portato un milione di manifestanti nelle strade il 13 febbraio scorso. 
Direi che questa particolare soap italiana è andata avanti abbastanza: un leader più consumato dalla sua virilità e da donne arabe con 1/4 della sua età piuttosto che dal governare non serve bene l'Italia.
Quelle di Berlusconi tuttavia non sono le prime dimissioni da chiedere, in Europa. Il ministro degli Esteri francese, Michèle Alliot-Marie, ha accumulato gaffe su gaffe da quando l'insurrezione tunisina cominciò, 17 dicembre. 
Non è sufficiente che abbia offerto il "know-how" delle forze di sicurezza francese a Ben Ali. Non è sufficiente che abbia accettato un passaggio su un jet privato da un partner di business Ben Ali, durante una vacanza in Tunisia nel pieno delle proteste. Non è sufficiente che i suoi genitori abbiano firmato un contratto relativo a delle proprietà con questo intimo di Ben Ali. Non è sufficiente che fosse al telefono con Ben Ali, sebbene avesse in precedenza negato ogni "contatto privilegiato". 
Invece è sufficiente eccome, Signora Ministro. 
È vero, il primo ministro François Fillon all’epoca accettava voli ed alloggio da Hosni Mubarak. Ma l'Egitto allora non era ancora insorto, e il caso di Fillon è di tutto rispetto, a differenza della commedia degli errori di Alliot-Marie da quando è diventata ministro degli Esteri. 
L'Unione europea deve ripensare le relazioni con il mondo musulmano alle sue porte, a cominciare dall’accettare la Turchia come membro, cosa che avrebbe creato i presupposti perché il Continente iniziasse ad uscire dalla meschinità che Pamuk descrive. Non sono sicuro che la Turchia, in pieno boom, sia ancora interessata; tenete qualcuno alla porta abbastanza a lungo e quella persona se ne andrà. Ma una Unione con la Turchia al suo interno non avrebbe risposto al risveglio arabo con un imbarazzo così traballante. 
Un nuovo patto europeo con i vicini arabi che vanno verso la democratizzazione è  urgentemente richiesto. Cancellare i fondi per i bei progetti ambientali e quelli relativi agli stipendi dei burocrati di Barcellona. Mettere il denaro europeo sulla formazione di rette società democratiche al di là del mare. Questo sarà un progetto generazionale, ma è l'unico modo per fermare il disperato flusso umano verso la Spagna meridionale e l'Italia. 
La prima grande sfida internazionale per l'Europa del post-Lisbona ha rivelato che il trattato del 2009 non ha fatto nulla per cambiare l'approccio da "minimo comune denominatore" che rende l'Unione europea un pigmeo della politica estera. Immagino che questo sia il modo in cui la vogliono gli stati-nazione della mediocre potenza europea.  Un'acclamazione è d'obbligo: per il ministro danese Lars Lokke Rasmussen, il primo a dire: "Mubarak è storia. Mubarak deve dimettersi". Paragonate queste frasi esplicative con le dichiarazioni senza senso di Bruxelles. I danesi, come la seconda guerra mondiale ha mostrato, a volte si distaccano dalla massa e fanno bene.
[Roger Cohen, New York Times: qui il testo originale.] 


Mi piacerebbe sapere le vostre riflessioni al riguardo.

[Aggiornamento del 27 febbraio: il Ministro francese Alliot-Marie si è dimessa.]


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martedì 22 febbraio 2011

Diplomazia.



Ricorda oggi Metilparaben che il Ministro degli Esteri Frattini, riguardo all'Afghanistan, ebbe a dichiarare che "la democrazia si esporta con tutti i mezzi necessari", mentre in questi giorni, riguardo alla rivolta egiziana ha affermato "l'Europa non deve esportare la democrazia".

Ora, capisco che i nostri accordi economici con gli afghani sono ben diversi da quelli con la Libia, ma santo Dio!

Dopo aver assistito all'incredibile zelo del nostro Presidente del Consiglio nel coordinare azioni e parole (oltre ad un voto parlamentare) nel disperato tentativo di evitare un incidente diplomatico con l'Egitto per la presunta nipote di Mubarak... 

... no, dico, dopo tutto questo, è troppo chiedere che le parole e le (non) azioni del nostro Premier e del nostro Ministro degli Esteri mostrino una qualche velata preoccupazione, sia pur minima, di non scatenare un gigantesco incidente diplomatico?

Non fraintendetemi: non con la Libia (quello sta già accadendo).

Con tutto il resto del mondo, voglio dire.


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