Benvenuti nella città invisibile, ma non silente!

La città invisibile è una contraddizione in termini. Se una città esiste, con le sue case, le strade, i lampioni, gli abitanti, come può essere invisibile?! La città invisibile però c’è: è dentro ognuno di noi. Le fondamenta delle sue case sono quello che abbiamo costruito fino ad oggi, le nostre esperienze passate, gli avvenimenti della nostra vita. I mattoni delle case sono i nostri sogni, le aspettative, le speranze, tutto ciò che vorremmo fosse, domani, presto o tardi che sia. Le vie della città invisibile sono i nostri pensieri, che si ramificano innervandosi e collegano case, ponti, quartieri, costituendo una fitta rete di scambi e connessioni. La città invisibile è lo spazio vivo in cui ognuno si sente quello che è, ed è libero di esprimersi, di sognare, di dire “no”, persino di creare mondi diversi, realtà parallele: con la speranza che quel tesoro invisibile custodito dentro ognuno di noi possa rappresentare la fiaccola del cambiamento e si riesca a passarne, tutti insieme, il testimone. La via per riuscirci, a mio parere, è quella indicata da Italo Calvino: “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio".

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lunedì 28 febbraio 2011

Minculpop: la strana voglia di Berlusconi...



Non vi fate ingannare.

Quello che ha detto Berlusconi sulla scuola non è affatto da sottovalutare.

Lo dico perché sto percependo che molti (ri)cominciano a chiedersi se ha ancora senso continuare a "riflettere" sulle esternazioni del nostro Premier.

La domanda è assolutamente lecita, ma la risposta è .

Perché dietro il solito atteggiamento berlusconiano della serie "io sono uno di voi" (messo in atto praticamente con chiunque: operai, carabinieri, ecc. ecc.) è spesso possibile ravvisare un fil rouge che lega le parole agli atti politici: è quello che va colto, per non dimenticare mai con chi abbiamo a che fare. 
E perché la nausea di cui molti di noi sono preda da anni - e che sta comprensibilmente aumentando negli ultimi tempi - non rischi di farci desistere dallo sdegno e dalla denuncia, in un momento così delicato come quello che stiamo vivendo.

Al congresso dei Cristiano Riformisti, grossomodo, è andata così: Berlusconi è salito sul palco e ha arringato la folla plaudente, per più di 20 minuti, con i classici e arcinoti temi (no ai diritti e alle adozioni per le coppie gay, il comunismo è il male assoluto, la patrimoniale è in arrivo e via dicendo).
In tutto questo ciarpame pre-elettorale, la chicca sulla scuola. 
Questa:
video



Dunque la libertà, per Berlusconi, è poter scegliere di non mandare i propri figli nella scuola statale, dove ci sono insegnanti che inculcano idee diverse da quelle che la famiglia vorrebbe.

Alessandro Gilioli ha ragione da vendere nel commentare che la diversità delle idee (e dunque l'educazione ad essa) dovrebbe essere uno dei capisaldi di una democrazia moderna.

Ciò che infatti mi preoccupa maggiormente, in questo delirio ideologico, è il modello che ho spesso definito del "pensiero unico". Che ha come assunti di base i seguenti:

1. Ciò che non va nella mia direzione, è male. 
2. Ciò che è diverso da me, va cancellato. 
3. Chi diverge o dissente va ridotto al silenzio.

Non è forse in base a questi principi che il governo vuole ridisegnare i confini della giustizia (guardate le ultime dichiarazioni di oggi di Berlusconi sul Colle che "interviene puntigliosamente su tutto")?

Non è forse in base a questi principi che il governo sta ridisegnando i palinsesti Rai (e tenta di ridisegnarli da anni, dall'editto bulgaro in poi)?

Non è per questi principi che l'entourage berlusconiano sostiene da anni che: 
a. la televisione di stato NON può attaccare il governo, ma anzi DEVE parlare per voce della maggioranza;
b. rappresentare le voci non maggioritarie che dissentono (cioè non governative) è da considerarsi illegittimo e antidemocratico?

La scuola, pare di capire dalle parole del Premier, dovrebbe subire il medesimo trattamento.

Tutte le idee (attenzione: non le ideologie!) che si discostano dal pensiero unico berlusconiano devono rimanere emarginate, o meglio ancora devono essere "tagliate fuori". 
In barba, sia ben chiaro, all'articolo 33 della Costituzione, che recita:
L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento.
Dal nostro Premier, invece, la libertà non viene intesa come la possibilità di scegliere quale idea, fra le molte che legittimamente mi vengono proposte, mi pare la migliore, ma come l'opportunità di vivere in un contesto (la scuola privata) dove si evita la diversità delle idee e si favorisce un modo unico di leggere la realtà. Quello preconfezionato da Mr. B, naturalmente

Noto assertore del liberismo economico, il Premier scalpita auspicando un perfetto monopolio culturale delle idee (le sue), del tutto privo di concorrenza, recalcitrando per qualsiasi ipotesi che si allontani dal modello assolutistico da lui vagheggiato (a quando la riedizione berlusconiana del Ministero della Cultura Popolare?)

Riguardo alla scuola, in termini strettamente politici, tutto questo va nella direzione di un riguardo sempre maggiore nei confronti delle scuole private, più facilmente controllabili, naturalmente a scapito di quelle pubbliche. 
E viene anche da chiedersi en passant, se in quest'ottica il ritorno al maestro unico non possa ricondursi anche a fattori politoco-ideologici, oltre che economici (per la serie un maestro=una "idea"...).

In termini sociali, la rincorsa al pensiero unico si traduce invece nel ridurre il più possibile gli spazi di pensiero indipendente, dalla televisione alla stampa, dalla rete al parlamento (dove la maggioranza si comporta sempre come un solo uomo, appunto perché esprime il pensiero di un solo uomo).

Berlusconi lavora da anni per colonizzare le menti degli italiani.

Si badi bene: quegli italiani che lui stesso, nel 2004, dichiarò essere in media, testuali parole, "un pubblico che rappresenta l'evoluzione mentale di un ragazzo che fa la seconda media e che non sta nemmeno seduto nei primi banchi" (qui il filmato, per chi vuol farsi del male)

Ora, non so a quale età evolutiva sia da ricondurre il pubblico che sabato applaudiva il Premier.

Sbirciando nel sito dei Cristiano Riformisti, tuttavia, sono rimasto folgorato dal loro statuto

Cito testualmente:
Donne e uomini cristiani animati da senso civico e che credono fortemente nella possibilità di riscatto della politica solo se essa ha dei forti punti di riferimento morali.

Un vero, sano e costruttivo progetto politico deve avere principi e valori che lo fondino, altrimenti tutto diventa lecito, tutto consentito e la politica non può che divenire l’aberrazione di se stessa
Occorre ripartire da un riscatto etico - morale che, prima umano e poi politico consenta una cesura con il passato e una speranza per l’avvenire.
Come si arrivi, da questi presupposti, a scegliere Silvio Berlusconi per incarnare il modello descritto, non è dato sapere.

E forse, in fin dei conti, non sono neppure sicuro di volerli conoscere davvero, i motivi alla base di questa scelta.

Perché alle volte, diciamocelo, viene da pensare che non aveva tutti i torti il buon Giacomo Leopardi, quando scrisse (Zibaldone, 1817/32):
La felicità consiste nell'ignoranza del vero.
 Specie se, come sta accadendo ultimamente, il vero va oltre l'umana sopportazione.


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sabato 26 febbraio 2011

Il Cavaliere dalla Trista Figura.

I Viaggi del Don Chisciotte, di Ciro Palumbo.


Ieri sera ero a teatro (Don Chisciotte di Franco Branciaroli: testo intrigante, grandissima prova d'autore, audio pessimo. Un po' snervante, alla fine di un'intensa settimana lavorativa).

Tra una parola e l'altra - che si smarriva nei circuiti dell'amplificazione, non arrivando a me - mentre viaggiava il Don Chisciotte, viaggiava la mia mente. Ripensavo.

Ripensavo a quante volte ho sentito dire al popolo di centro-destra (politici, elettori, simpatizzanti, benpensanti e malpensanti) che le tv (non a caso plurale, dunque non di lapsus calami si tratta, ma di  lapsus freudianonon spostano voti (tesi che troppo spesso suona un tantino di parte, aggiungerei, ma fa lo stesso).

Ci ripensavo perché ad un certo punto - credo sia stato alla menzione del "Cavaliere dalla Trista Figura" - mi è tornato alla mente quello che avevo appena letto nel pomeriggio: Giuliano Ferrara sta per riapprodare in Rai, con un programma stile Radio Londra, nella fascia oraria 20:30-21.
Per intenderci, lo spazio che fu del compianto (e sempre più rimpianto) Enzo Biagi, prima dell'arcinoto editto bulgaro del Sire di Arcore.

Evidentemente gli usi criminosi fatti dall'Elefantino dei testi di celebri drammaturghi (Shakespeare) e immensi filosofi (Kant) devono piacere molto ad una certa destra, o comunque ad un solo uomo (che è lo stesso).
... E poi ci si lamenta che non c'è meritocrazia!

Dunque, dopo che hanno, in ordine sparso:
- tolto di mezzo Biagi, Luttazzi, Sabina Guzzanti (RaiOt);
- tentato con ogni mezzo di silurare ed affondare Santoro e Dandini;
- provato a togliere la tutela legale a Report della Gabbanelli;
- messo in plancia di comando dell'azienda Rai il Megadirettore Galattico Cav. di Gran Croc. Dott. Lup. Mann. Mauro Masi, uomo di comprovata indipendenza;
- affidato a Minzolini il Tg1 trasformandolo in una succursale televisiva del Giornale, con qualche "sapiente" innesto del Chi di Alfonso Signorini; ;
- rifiutato di stilare un contratto con Travaglio e Vauro, che pertanto intervengono ad AnnoZero a titolo gratuito;
- inserito nel prossimo palinsesto televisivo primaverile Vespa e Sgarbi in prima serata ed ora, appunto, Giuliano Ferrara...
... dopo tutto questo, sperano ancora che si creda alla favola secondo cui le tv non influenzano il voto...

Mah.

Eppure un'indagine del Censis, nel 2009, era stata piuttosto chiara al riguardo.

Tutto questo, pensiero più pensiero meno, viaggiava nella mia testa ieri a teatro - in parallelo al viaggio di Don Chisciotte col fido scudiero Sancho Panza - in particolare quando le parole di Branciaroli si dissolvevano nell'intricato tragitto tra il microfono e le mie orecchie.

Starete pensando che a teatro potrei tentare di distogliere la mente dalle italiche storture.

Che volete farci, sono così. Anch'io, come Montale:

Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale
siccome i ciottoli che tu volvi,
mangiati dalla salsedine;
scheggia fuori del tempo, testimone
di una volontà fredda che non passa.

Altro fui: uomo intento che riguarda
in sé, in altrui, il bollore
della vita fugace — uomo che tarda
all’atto, che nessuno, poi, distrugge.

Volli cercare il male
che tarla il mondo, la piccola stortura
d’una leva che arresta
l’ordigno universale; e tutti vidi
gli eventi del minuto
come pronti a disgiungersi in un crollo.

La Rai che il Cavaliere dalla Trista Figura a capo dell'Italia sta disegnando per noi (al grido di "le tv non spostano voti") è uno degli eventi  simbolo del crollo: un servizio pubblico quanto più possibile asservito agli obiettivi politici, nel quale si "occupano" posti strategici, affidandoli ai portavoce del regime, al solo scopo di preparare al meglio il voto delle prossime elezioni. Altro che pluralismo, cui si inneggia oggi, in casa Pdl.

Però, almeno a teatro, avete ragione voi: dovrei davvero evitare di fare simili pensieri.

Ed è per questo che ve lo giuro: se becco il tecnico audio di ieri, lo strozzo.


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La balbuzie del centrosinistra.



[Dal Prof. Woland per la Città Invisibile]

Nel bellissimo film di Tom Hooper, Il discorso del re (The King's Speech, 4 premi Oscar 2011 e Miglior Film) si narra dei problemi di balbuzie del Re Giorgio VI del Regno Unito, padre di Elisabetta II.

La questione è di grande rilevanza: come può aspirare al trono chi non abbia una bella parlantina con cui affascinare i sudditi? 


Proprio a Re Giorgio spetterà tenere via radio i discorsi alla nazione nel duro periodo di guerra, trasmettendo fiducia e sicurezza al suo popolo in uno dei momenti più terribili della storia europea (da segnalare in particolare, il periodo dei bombardamenti su Londra, quando il sovrano si distinse per coraggio e tenacia, rifiutando ogni ipotesi di fuga).

Il giovane re riuscirà a sconfiggere la sua balbuzie e ad essere all’altezza della grave situazione tramite l’aiuto del logopedista australiano Lionel Logue, che gli sarà accanto in tutti i suoi discorsi, cementando così un’amicizia che durerà per tutta la vita.

Lo confesso: mi ritrovo spesso a sognare l’intervento di un valente logopedista che consenta al centro-sinistra di superare la grave balbuzie che lo affligge da tempo.

Se c’è un Lionel Logue, da qualche parte in giro per il mondo, per pietà: si faccia avanti.


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giovedì 24 febbraio 2011

La Giustizia secondo Berlusconi: scacco matto in due mosse.



... Perché non esiste riparo
nei confronti dell'uomo che per sazietà di ricchezza
ha preso a calci l'altare della Giustizia,
fino a distruggerlo.
                                                                           (Eschilo, Agamennone, vv. 381-384)

Da mesi scrivo che i possibili colpi di coda di questo periodo da basso impero berlusconiano mi spaventano non poco.

La strategia del Sire di Arcore appare ogni giorno e ogni ora più chiara.

La partita finale si gioca su un semplice assunto, oramai sempre più un'ossessione ricorrente: "chi non è con me, è contro di me". Da cui consegue il corollario: "chi è contro di me deve essere annullato".

Che sia la Corte Costituzionale, che boccia - parole del Premier - "leggi giuste" (le quali pertanto, come annunciato, verranno riproposte appena la Consulta sarà ridimensionata a strumento ininfluente)...

Che siano i magistrati, che hanno poteri incontrollati e usano le intercettazioni come strumento "per rovesciare il voto"...

Che siano i giornalisti, che quelle intercettazioni osano pubblicarle, "violando la privacy" dei poveri cittadini.

L'involuzione di un Berlusconi che, ripiegato su se stesso e come assediato, parla sempre più spesso soltanto ai "suoi", tramite audiomessaggi o telefonate, nel periodo più buio della sua storia politica, farebbe quasi 'tenerezza', se non lasciasse trapelare, in controluce, una filigrana che rievoca quegli stili politici assolutistici - non a caso apprezzati da Mr. B. - che in queste ultime settimane e ancor più nelle ultime ore stanno collassando in scenari cruenti, con conseguenze imprevedibili.

Nel suo ultimo audiomessaggio, affidato domenica al sito dei Promotori della Libertà, è possibile scorgere la veemenza dell'imminente controffensiva giudiziaria.

Controffensiva rivolta contro una giustizia, parole del Premier, "che è divenuta sempre più un contropotere politico che esonda dai principi costituzionali".

Un passaggio, in particolare, dell'ultimo audiomessaggio merita un'attenzione specifica.
Questo:
Introdurremo anche procedure più snelle per invocare la responsabilità civile dei magistrati e anche una normativa sulle intercettazioni telefoniche che ponga fine agli abusi e alle violazioni della nostra privacy, che si verificano anche in danno di chi non è neppure indagato, con l’introduzione di nuove norme di garanzia che scoraggino la pratica di fornire ai giornali il risultato delle intercettazioni, così come avviene in tutti, tutti i Paesi civili, e tra l’altro come avviene negli Stati Uniti, dove chi passa le intercettazioni alla stampa va in galera, e ci resta per molti anni.

Innanzitutto, impossibile non notare il paradosso: l'imputato Berlusconi intente introdurre misure rapide per "punire" chi lo indaga (come lui stesso aveva più volte preannunciato) nonché mettere alla sbarra chi rende pubbliche le notizie di reato, riferite a lui.

Sul paradosso non aggiungo altro, essendo il concetto, come direbbero gli anglosassoni, self- explaining.

Nel merito delle questioni, mi pare che invece qualcosa si debba dire.

1) La responsabilità civile dei magistrati esiste ed è dettagliatamente normata. La volontà di introdurre procedure più snelle al riguardo, pertanto, appare avere come obiettivo principale quello di intimidire la magistratura; di costringerla in confini più delimitati e più angusti; di disporre comunque di mezzi per contrastarne e possibilmente bloccarne l'azione.

Ciò è del tutto inaccettabile e inammissibile.

2) Il Premier cita i paesi civili che tutti, e dice tutti, hanno ferree normative sulle intercettazioni.

Bene: qui trovate una sintesi del 2008 sulla disciplina legislativa delle intercettazioni in Europa e negli Stati Uniti.
Qui invece trovate un riassunto sulla situazione negli altri paesi riguardo alla questione della privacy e del diritto di cronaca legato alle intercettazioni.

Cito, per brevità, solo il caso degli USA, preso ad esempio di inflessibilità da Berlusconi:
Stati Uniti: “Wiretap” legale e accessibile ai media. Il wiretapping, l’intercettazione, da parte di terzi è legale negli Stati Uniti, a patto che sia autorizzata da un giudice. E i media, in virtù del primo emendamento della Costituzione sulla libertà di stampa, hanno il pieno accesso alla pubblicazione di qualsiasi materiale, purché non presenti una minaccia imminente alla sicurezza nazionale o all’incolumità fisica di qualcuno.
Già, perché negli Stati Uniti, ai principi del 1° emendamento - libertà di culto, parola e stampa - ci credono davvero (qui trovate, in inglese, un piccolo sunto relativo alla normativa delle intercettazioni, differenziata a seconda degli Stati).

Del resto, gli Stati Uniti citati da Berlusconi è lo stesso paese che si è espresso a più riprese contro il decreto restrittivo sulle intercettazioni che il nostro Premier sta per riproporre con grande urgenza, ad esempio dicendosi preoccupato perché le intercettazioni sono fondamentali nelle indagini contro la criminalità organizzata e decisive per l'attività dei magistrati.

E sarà per questo che sempre gli Stati Uniti, con Obama, stanno pensando ad una legge per rendere più rapide le intercettazioni, in particolar modo quelle su Internet.

E sempre statunitense è la testimonianza di un ex agente della CIA e dirigente dell'Antiterrorismo USA, che ha affermato che "una disciplina delle intercettazioni come quella che state discutendo in Italia qui in America sarebbe impensabile".

Da noi invece è pensabile.

Semplicemente, non lo deve essere.

Dal punto di vista giudiziario, non deve esserlo per gli stessi motivi espressi giorni fa dalla Corte dei Conti.

Dal punto di vista costituzionale, non deve esserlo perché anche noi abbiamo il nostro 1° emendamento, l'articolo 21 della nostra Costituzione:
"tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Né autorizzazioni, né censure.

L'ipotesi di introdurre la galera come pena per la pubblicazione delle intercettazioni, con il chiaro intento di intimidire i giornalisti ed annullare così, bloccando le divulgazioni scomode, il conseguente impatto mediatico, ritengo possa definirsi efficacemente ricorrendo alle parole di Blaise Pascal:
La giustizia senza forza è impotente; la forza senza la giustizia è tirannica.


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mercoledì 23 febbraio 2011

Dal New York Times. Firmato: Roger Cohen.

Sangue sulla Libia.


La questione libica è esplosa in tutta la sua drammaticità. 
In cerca di opinioni autorevoli riguardo la vicenda, mi sono imbattuto oggi in un interessante articolo di un paio di giorni fa, apparso sull'edizione online del New York Times, a firma del noto giornalista Roger Cohen.
L'articolo fa riflettere: se da un lato infatti offre uno spaccato assai indicativo dell'immagine dell'Italia all'estero - e soprattutto dell'attuale governo italiano - dall'altro pone anche questioni molto rilevanti riguardo l'Unione Europea e la sua politica estera, con particolare riferimento alla problematica della "primavera araba".
Ho deciso così di tradurre l'articolo e di offrirlo in questo spazio, sperando di essere riuscito a rendere decentemente l'intensità originaria (duro mestiere quello del traduttore!). 
La parola a Roger Cohen.


 LA DANZATRICE ARABA DI BERLUSCONI
E' indicativo della misera risposta europea alla primavera araba che il personale contributo del Primo Ministro Silvio Berlusconi alle questioni nordafricane – la sua presunta relazione con una danzatrice marocchina diciassettenne – prenda solo il premio per la performance più abietta. 
Il suo Ministro degli Esteri, Franco Frattini, non ci era andato molto lontano con la sua risposta alla coraggiosa sollevazione del popolo tunisino che ha cacciato il longevo dittatore Zine el-Abidine Ben Ali: “La priorità numero uno è la deterrenza del fondamentalismo islamico e delle cellule terroristiche”. 
Cose nobili di ogni sorta si possono auspicare per gli Arabi al di là del Mediterraneo - ed anzi sono state auspicate, a seguito della fatua pensata di Nicolas Sarkozy, i 43 membri dell’Unione per il Mediterraneo – ma naturalmente la democrazia e la libertà non sono fra quelle. 
L’Unione, di stanza a Barcellona - che dovrebbe essere smantellata all’istante - ha preferito concentrarsi su problemi quali il “disinquinamento del Mediterraneo”. Che, per gli Europei, ha generalmente significato tenere lontani gli Arabi. 
Non c’è da meravigliarsi che Orhan Pamuk, lo scrittore turco vincitore del Premio Nobel, abbia scritto lo scorso anno un saggio intitolato “Europa: il sogno che svanisce”. Qui constatava l’intima, meschina virata, in direzione opposta all'immigrazione, del continente europeo, che una volta aveva rappresentato per lui l’apice e molte delle aspirazioni come turco. Tutto questo era stato scritto prima dei più recenti e gretti atteggiamenti dell'Europa. 
A suo modo, l’attempato multimilionario Berlusconi - con i suoi capelli troppo neri , il suo adulante entourage , il suo controllo dei media, le sue ville private e il suo svilimento dello stato italiano – ha scimmiottato i modi di quei despoti arabi che i popoli dell’Egitto, della Libia, del Bahrein hanno cacciato ribellandosi. Come loro, egli ha confuso se stesso con la nazione, estasiato dal culto della sua personalità. 
O invece - poco importa quali - questi dittatori arabi e i loro compagni d’affari hanno scimmiottato Berlusconi, imitando il peggio dell’Occidente che non offriva nulla in termini di apertura politica, creando un simulacro senza valore della raffinatezza dell’Europa danarosa, mentre i loro popoli languivano senza i più elementari diritti affermati dalla stessa Unione Europea. 
Griffes prive della libertà di parola o dello Stato di Diritto costituiscono una forma virulenta di barbarie contemporanea. 
Berlusconi incarna una lunga connivenza trans-mediterranea con la sottomissione araba, un matrimonio di convenienza che ha condannato gli arabi ad essere supplici (danzatori marocchini buoni per titillare). Uomini e donne in tutto il Nord Africa sono scesi in piazza per rovesciare questo status quo che nega la dignità. Vogliono stare su con le proprie gambe, piuttosto che continuare per sempre ad essere banditi come popoli in declino. 
Un giudice, Cristina Di Censo, ha citato in giudizio Berlusconi, 74 anni, per aver pagato per fare sesso con una ragazza di 17 anni, Karima el-Mahroug, che ha negato di aver avuto rapporti sessuali con lui. La forza del popolo, secondo lo stile italiano, ha portato un milione di manifestanti nelle strade il 13 febbraio scorso. 
Direi che questa particolare soap italiana è andata avanti abbastanza: un leader più consumato dalla sua virilità e da donne arabe con 1/4 della sua età piuttosto che dal governare non serve bene l'Italia.
Quelle di Berlusconi tuttavia non sono le prime dimissioni da chiedere, in Europa. Il ministro degli Esteri francese, Michèle Alliot-Marie, ha accumulato gaffe su gaffe da quando l'insurrezione tunisina cominciò, 17 dicembre. 
Non è sufficiente che abbia offerto il "know-how" delle forze di sicurezza francese a Ben Ali. Non è sufficiente che abbia accettato un passaggio su un jet privato da un partner di business Ben Ali, durante una vacanza in Tunisia nel pieno delle proteste. Non è sufficiente che i suoi genitori abbiano firmato un contratto relativo a delle proprietà con questo intimo di Ben Ali. Non è sufficiente che fosse al telefono con Ben Ali, sebbene avesse in precedenza negato ogni "contatto privilegiato". 
Invece è sufficiente eccome, Signora Ministro. 
È vero, il primo ministro François Fillon all’epoca accettava voli ed alloggio da Hosni Mubarak. Ma l'Egitto allora non era ancora insorto, e il caso di Fillon è di tutto rispetto, a differenza della commedia degli errori di Alliot-Marie da quando è diventata ministro degli Esteri. 
L'Unione europea deve ripensare le relazioni con il mondo musulmano alle sue porte, a cominciare dall’accettare la Turchia come membro, cosa che avrebbe creato i presupposti perché il Continente iniziasse ad uscire dalla meschinità che Pamuk descrive. Non sono sicuro che la Turchia, in pieno boom, sia ancora interessata; tenete qualcuno alla porta abbastanza a lungo e quella persona se ne andrà. Ma una Unione con la Turchia al suo interno non avrebbe risposto al risveglio arabo con un imbarazzo così traballante. 
Un nuovo patto europeo con i vicini arabi che vanno verso la democratizzazione è  urgentemente richiesto. Cancellare i fondi per i bei progetti ambientali e quelli relativi agli stipendi dei burocrati di Barcellona. Mettere il denaro europeo sulla formazione di rette società democratiche al di là del mare. Questo sarà un progetto generazionale, ma è l'unico modo per fermare il disperato flusso umano verso la Spagna meridionale e l'Italia. 
La prima grande sfida internazionale per l'Europa del post-Lisbona ha rivelato che il trattato del 2009 non ha fatto nulla per cambiare l'approccio da "minimo comune denominatore" che rende l'Unione europea un pigmeo della politica estera. Immagino che questo sia il modo in cui la vogliono gli stati-nazione della mediocre potenza europea.  Un'acclamazione è d'obbligo: per il ministro danese Lars Lokke Rasmussen, il primo a dire: "Mubarak è storia. Mubarak deve dimettersi". Paragonate queste frasi esplicative con le dichiarazioni senza senso di Bruxelles. I danesi, come la seconda guerra mondiale ha mostrato, a volte si distaccano dalla massa e fanno bene.
[Roger Cohen, New York Times: qui il testo originale.] 


Mi piacerebbe sapere le vostre riflessioni al riguardo.

[Aggiornamento del 27 febbraio: il Ministro francese Alliot-Marie si è dimessa.]


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martedì 22 febbraio 2011

Diplomazia.



Ricorda oggi Metilparaben che il Ministro degli Esteri Frattini, riguardo all'Afghanistan, ebbe a dichiarare che "la democrazia si esporta con tutti i mezzi necessari", mentre in questi giorni, riguardo alla rivolta egiziana ha affermato "l'Europa non deve esportare la democrazia".

Ora, capisco che i nostri accordi economici con gli afghani sono ben diversi da quelli con la Libia, ma santo Dio!

Dopo aver assistito all'incredibile zelo del nostro Presidente del Consiglio nel coordinare azioni e parole (oltre ad un voto parlamentare) nel disperato tentativo di evitare un incidente diplomatico con l'Egitto per la presunta nipote di Mubarak... 

... no, dico, dopo tutto questo, è troppo chiedere che le parole e le (non) azioni del nostro Premier e del nostro Ministro degli Esteri mostrino una qualche velata preoccupazione, sia pur minima, di non scatenare un gigantesco incidente diplomatico?

Non fraintendetemi: non con la Libia (quello sta già accadendo).

Con tutto il resto del mondo, voglio dire.


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Le tautologie del Presidente Napolitano.

Il Presidente? Costretto alla tautologia...

[Dal Prof. Woland per la Città Invisibile]


Il Leitmotiv del coro dei collaboratori e sostenitori del Premier, negli ultimi tempi, è sempre più fantasioso e ridicolo.

Alcuni esempi.

Giuliano Ferrara scomoda prima Shakespeare  poi Kant, il filosofo etico per antonomasia, per giustificare le ‘debolezze’ di Berlusconi.

Vittorio Sgarbi dice, a proposito di talune ‘chiacchierate’ donne che hanno commerci con persone ricche ed influenti, che non di prostituzione bisogna parlare ma di ‘furbizia’ (sic!).

Marco Taradash elabora un contorto teorema che potrebbe essere così enunciato “il vero problema non sta nell’attendibilità dell’accusa, bensì nella sua enormità”.
Come dire che se una madre uccide il proprio bambino nessun Pm deve azzardasi a muovere l’accusa, che sarebbe troppo grave ed infamante per la povera donna.

Giuseppe Cruciani emula Ludwig Wittgenstein. La sua celebre frase “su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere” (che il nostro valente giornalista avrebbe fatto bene a prendere alla lettera) diventa nella sua ‘arguta’ parafrasi “i reati che non si possono dimostrare non vanno indagati”.

Fabrizio Rondolino sostiene che non è affatto strano che alcune signore siano state cooptate nel sistema politico solo perché conoscevano (sic!) Berlusconi. In fondo, è la sua tesi, tutti conoscono qualcuno. Come dire che Andreotti conosceva De Gasperi o Togliatti conosceva Gramsci.

L’elenco potrebbe continuare all’infinito.

A fronte di questa rincorsa all’immaginazione più fervida e paradossale, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in una intervista rilasciata al giornalista Thomas Schmid alla vigilia della sua visita ufficiale in Germania e pubblicata da "Welt am Sonntag" con il titolo "La Fortuna dell'Italia", ha pronunciato (c’è da pensare dinanzi ad uno stupito giornalista) due sconcertanti tautologie:

1. «Io credo che un Governo regge finché dispone della maggioranza in Parlamento e opera di conseguenza»
. 
2. «Sia la nostra Costituzione, sia le nostre leggi garantiscono che un procedimento come questo, in cui si sollevano gravi accuse che il Presidente del Consiglio respinge, si svolgerà e concluderà secondo giustizia».

Ebbene, secondo voi, quanto potrà essere grave la situazione italiana, se un uomo come il Presidente Napolitano, di grande intelligenza e cultura, ha ritenuto di dovere affermare dinanzi ad un giornalista straniero queste imbarazzanti ovvietà?


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lunedì 21 febbraio 2011

Luca Barbareschi e la "bufala mediatica".

Quante facce ha la Verità? Quella di Barbareschi, forse, qualcuna di troppo...


Certo che questi giornalisti sono veramente indecenti.

E quelli che scrivono i blog peggio ancora.

Oggi ha ripreso a circolare la panzana che Luca Barbareschi lascia il FLI.

Ma cosa deve fare un povero cristo per farsi ascoltare?

L'ha detto e ripetuto, il derelitto, che non lascerà, Fli, che si è commosso alla convention di Futuro e Libertà a Perugia, che il nome ha contribuito a crearlo lui stesso, che l'incontro con Berlusconi non era indice di nulla...

Ha persino rilasciato al Corriere della Sera un'apposita intervista di chiarimento quando si scatenò la bufera un paio di settimane fa.

Era esattamente l'8 febbraio scorso:

[cliccare sull'immagine per ingrandirla]
L'intervista al Corriere di Barbareschi (dalla rassegna stampa del Ministero Ec. e Fin.)

Chiaro?

Una bufala mediatica, quella del suo abbandono di Futuro e Libertà.

Una fantasia dei giornalisti.

Punto.

Ristabilita la verità, attendiamo a momenti la secca smentita dell'interessato sulle voci false e tendenziose che hanno indotto le agenzie di stampa a titolare da ieri a caratteri cubitali:



Dai Luca: bacchettali tutti.

Aspettiamo con ansia.

E se è vero, come hai dichiarato (riquadro in rosso nell'intervista al Corriere di cui sopra) che Berlusconi è quel "fuoriclasse geniale" che tanto somiglia a tuo padre, affidati ad un proclama, vai di videomessaggio, fa' qualcosa insomma!

Così ce ne convinciamo anche noi che sei degno figlio di cotanto padre.

Un Grande Bluff, insomma.


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domenica 20 febbraio 2011

Berlusconi e il gallo ad Asclepio.

Morte di Socrate, di Jacques-Louis David

[Dal Prof. Woland per la Città Invisibile]

Celeberrime, nel Fedone di Platone, sono le ultime parole pronunziate da Socrate, prima di morire dopo aver bevuto un φάρμακον (veleno):
«O Critone, disse, noi siamo debitori di un gallo ad Asclèpio: dateglielo e non ve ne dimenticate». 
Molte sono state le interpretazioni di queste parole un po’ misteriose. 
A me ha sempre affascinato quella fornita da Georges Dumézil nel suo «... Il monaco nero in grigio dentro Varennes» (Adelphi, 1987). 

Ricordiamo i fatti. 

Il discepolo Critone aveva più volte suggerito a Socrate di sottrarsi con la fuga all’iniqua sentenza cui era stato condannato. Socrate però obietta, introducendo la figura retorica della prosopopea (personificazione) delle Leggi. 
Ecco il famoso passo:
«Bene: considera la cosa da questo lato. Se, mentre noi siamo sul punto... sì, di svignarcela di qui, o come altrimenti tu voglia dire, ci venissero incontro le Leggi e la città tutta quanta, e ci si fermassero innanzi e ci domandassero: "Dimmi, Socrate, che cosa hai in mente di fare? Non mediti forse, con codesta azione cui ti accingi, di distruggere noi, cioè le leggi, e con noi tutta insieme la città, per quanto sta in te? O credi possa tuttavia vivere e non essere sovvertita da cima a fondo quella città in cui le sentenze pronunciate non hanno valore e anzi, da privati cittadini, sono fatte vane e distrutte?» (dal Critone, traduzione di M.Valgimigli).
Naturalmente Critone non sa cosa rispondere, ma il progetto della fuga continua ad aleggiare nell’aria. 

E veniamo dunque all’interpretazione di Dumézil del controverso passo del Fedone.

Secondo lo studioso francese, Critone è stato colpito da un delirio della mente (far fuggire Socrate dal carcere sottraendosi alle leggi) e Socrate ne è stato un po’ contagiato. 
Fortunatamente, complice anche un sogno provvidenziale di Socrate, sono entrambi guariti da quel morbo: ecco perché hanno entrambi un debito di riconoscenza per Asclepio, il dio delle guarigioni. 
Prima di morire, Socrate ricorda dunque all’amico che occorre saldare quel debito. 

Continuo a sperare che Berlusconi, al quale auguro cent’anni di vita (pardon, centoventi), faccia anch'egli un bel sogno provvidenziale.

E radunati i suoi dica loro di offrire un gallo ad Asclepio.


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sabato 19 febbraio 2011

L'integralismo ideologico nell'epoca berlusconiana.



E sul palcoscenico dell'Ariston salì Antonio Gramsci

Con un pezzo dal titolo "indifferenti", tratto dal numero unico del giornale dei giovani socialisti, La città futura, del 1917.

L'hanno interpretato Luca e Paolo, due comici.

E' un brano intenso e accorato, che tocca le corde della passione e della partecipazione civile e quelle dell'avversione contro l'indifferenza civica. Tra i passi più incisivi:
L'indifferenza è il peso morto della storia. [...] Opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera.
Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare...
I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa.
Sul palco di Sanremo, dunque, tra canzoni e canzonette, è andato in scena un testo di impegno civile e di chiara denuncia all'immobilismo dei cittadini, quelli perlomeno che non vedono, o fingono di non vedere.

Osservo incidentalmente che appare sempre più bizzarro che nel nostro paese alcuni tra i momenti più alti della tv, dal punto di vista dei contenuti, provengano da chi di mestiere non è né filosofo, né pensatore, bensì artista e nella fattispecie comico (Benigni, Luca e Paolo...).

E' come se, nella aspra contrapposizione fra adulatori e detrattori del Sire di Arcore, si fosse con gli anni creato un vuoto pneumatico, anzi un buco nero, che ha ingoiato irrimediabilmente i contenuti di spessore, livellando tutto in un magma incolore e indefinito e rendendo silente la voce di chi invece avrebbe titolo per parlare di storia, di cultura, di etica, di società civile.

Da riflettere, credo.

Perché anche questo potrebbe essere il segno di un annullamento delle coscienze, di un appiattimento della morale, di uno svilimento dei valori cardine di una società realmente "civile".

Un fenomeno che insomma potrebbe essere una delle spie che denunciano lo sfaldamento intellettuale del nostro paese.

Certo, nulla a confronto con l'integralismo ideologico di Libero.

Leggete l'incredibile "sommario" riportato sotto il titolo della notizia relativa a Luca e Paolo che appariva stamani sull'edizione online del quotidiano del duo Feltri-Belpietro.



Chiaro?

Ripetiamo: "i due comici dell'Ariston citano il filosofo rosso nonostante il contratto di 6 anni con Mediaset".

E ora ditemi se questo non è puro delirio ideologico.

In sostanza, se io ho un contratto con l'"anticomunista" Berlusconi non sono libero di citare "il rosso" Gramsci?!

Ok. Perfetto.

Tutti avvisati. Chi lavora nelle imprese che si rifanno a Berlusconi. O alla sua famiglia. O a suoi amici/referenti.

In pratica si considerino avvisati tutti coloro che a vario titolo lavorano (e direi hanno parenti che lavorano, e aggiungerei, per estrema coerenza, hanno anche solo amici che lavorano) in una delle aziende di QUESTA LISTA: si astengano da oggi da qualsiasi pronunciamento o diffusione di idee anche solo lontanamente riconducibile alla sinistra.

E pensare che il buon Marcello Veneziani ci ammorba da anni con l'accusa di razzismo etico.

Ammesso che l'accusa sia fondata, a destra, invece, ci hanno ampiamente superato ed anzi doppiato.

Oramai siamo alla denuncia di nuovi reati quali il delitto di opinione e la collusione ideologica

Specie per chi, a qualsiasi titolo, è sulla busta paga del Padrone e che dunque, com'è naturale, dovrebbe di conseguenza pensarla, dirla e viverla esattamente come la pensa il Padrone.
Né più, né meno.

Pena?

Per ora il pubblico ludibrio e la riprovazione generale a mezzo stampa.

Domani si vedrà.

I miei complimenti vivissimi.

Anche al direttore di Rai 1, Mauro Mazza, il quale ha dichiarato: "parole alte come quelle di ieri sera si potevano trovare anche tra gli scritti di altri grandi personaggi della storia italiana".

Ah sì? Beh, ho una sola domanda: perché mai?

Perché mai se i contenuti sono stati giudicati alti, si sarebbero dovuti cercare in altri autori?!

Attenzione...

Non abbassiamo mai la guardia, mi raccomando: questo è un tentativo timido, ma non per questo meno pericoloso, di censura culturale.

Dubito fortemente che George Orwell avrebbe saputo immaginare uno scenario sociale più inquietante.

E c'è ancora qualcuno che osa meravigliarsi quando sente pronunciare la parola "regime"...

P.P.[Post Post] Se non l'avete visto, ecco il video di Luca e Paolo:



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venerdì 18 febbraio 2011

Avvenne domani: l'editoriale di Belpietro su "Berlusconi Clown".


Lo straordinario Escher rappresenta così il suo sguardo nel futuro.



[Oggi, per un misterioso ed inspiegabile scherzo del destino, ho ricevuto la copia di Libero che sarà in edicola domani. Come il protagonista di quel vecchio e meraviglioso film del 1943, dal titolo Avvenne domani.  Ho la netta sensazione che questa non sarà l'ultima volta. 
Da Libero del futuro, dunque, eccovi l’editoriale di Belpietro.


Circolano voci assurde sul Presidente Berlusconi. 

Voci gravi. 

Voci eversive. 

Come sapete io non amo dare credito a dicerie o mezze frasi bisbigliate nei corridoi di palazzo. 

La gente è malevola, si sa. E cosa non direbbe per gettare discredito, anzi consentitemi, vero e proprio fango sul buon nome dell’Italia e di chi la rappresenta. Non è in fondo questo lo sport nazionale che taluni vorrebbero dilagasse definitivamente nel nostro paese? 

Ecco perché sarei piuttosto incline a dubitare della veridicità di queste voci. Tra l'altro sono di una tale esagerazione e di una tale violenza, da apparire indubitabilmente o false o faziose, sempre ammesso che oramai vi sia una qualche differenza fra i due concetti. 

Tuttavia, per dovere di cronaca e amore della professione, non posso fare a meno di riportarle, queste voci. 

Anche perché se in effetti le voci fossero vere, ciò significherebbe che una parte del mondo sta incredibilmente cospirando contro l'ultimo baluardo della democrazia italiana, cioè Silvio Berlusconi, quando sappiamo benissimo che tutti gli italiani - al netto del noto manipolo di decerebrati comunisti - sono assolutamente convinti della sagacia e della lungimiranza del nostro Premier, anche e più che mai in questo delicato momento in cui un drappello di toghe rosse sta tentando di rovesciarlo con ignobili accuse scandalistiche. 

Veniamo alle voci. 

Tenetevi forte. 

Si sosterrebbe, a quanto è dato sapere, che Berlusconi "è diventato il simbolo dell'incapacità ed inefficacia dei governi italiani nell'affrontare i problemi cronici del Paese: un sistema economico non competitivo, la decadenza delle infrastrutture, il debito crescente, la corruzione endemica". 

Che “il lento ma reale declino economico minaccia la sua capacità di avere un ruolo nell'arena internazionale”. 

Che le nostre istituzioni “non sono adeguatamente sviluppate come ci si aspetterebbe da un moderno Paese europeo”. 

No, dico: non so se vi rendete conto. 

E non finisce qui. 

Sempre riguardo a Berlusconi, state bene attenti, circolerebbe la voce secondo cui “la sua leadership manca spesso di visione strategica”. 

E, ancora, si malignerebbe che “la non volontà o l'incapacità di dare risposte a molti dei problemi cronici creano apprensione tra i partner internazionali e danno l'impressione di un governo inefficace e irresponsabile”. 

Infine, dulcis in fundo, ci si spingerebbe addirittura ad affermare che: “la sua volontà percepita di porre gli interessi personali prima di quelli dello Stato, la sua preferenza per soluzioni a breve termine invece che per investimenti di lunga durata, il suo frequente uso di istituzioni e risorse pubbliche per conquistare vantaggi elettorali sui suoi avversari politici hanno danneggiato l'immagine dell'Italia in Europa e hanno creato un tono disgraziatamente comico alla reputazione italiana in molti settori del governo statunitense”. 

Da non credere. 

Come affezionati lettori di Libero, vi starete senz'altro chiedendo quale sarà mai la fonte di simili atrocità; chi osa diffondere con tanta leggerezza  baggianate così colossali, con toni -  ridicoli - fra l’apocalittico e il post-atomico. 

E se azzardaste una risposta, stavolta, cari amici, sbagliereste. Perché naturalmente avrete pensato a Repubblica, al Fatto Quotidiano, oppure all’Unità. 

E invece no: si tratta di una persona. 

E anche qui vi meraviglierete, perché non si tratta di Eugenio Scalfari, né di Marco Travaglio, né di Concita De Gregorio. E neppure di Carlo De Benedetti. 

Le voci pazzesche che stanno circolando sembrerebbero doversi attribuire all’ambasciatore americano in Italia (dal 2005 al 2009) Ronald Spogli, stando alle ultime rivelazioni di Wikileaks

Sempre che siano vere, queste voci. Anzi, queste parole, visto che si tratta di documenti scritti.

Che siamo certi, noi di Libero, si scoprirà ben presto essere dei clamorosi falsi, guarda caso saltati fuori proprio all’indomani della decisione del GIP sul rito immediato contro Silvio Berlusconi. 

Del resto, ipotizzare che un ambasciatore americano si trovi ad essere d’accordo con un branco di toghe rosse ammaestrate, poche radical chic riunite in piazza e un gruppo sparuto di intellettuali di sinistra che fuori dai nostri confini non godono di nessun credito, tali Umberto Eco e Gustavo Zagrebelsky, non è già di per sé assurdamente comico? Altro che "Berlusconi clown".

Tutto ciò, insomma, come capite bene, puzza tremendamente di marcio. 

E in attesa di avere le prove che è tutto falso, nel caso queste prove tardassero ad arrivare, la nostra professionalità, la mia e quella di Libero, ci impone di non tralasciare nulla, nelle ipotesi interpretative di queste incredibili calunnie che hanno voluto diffondere

Ecco perché, da domani, vi racconteremo a puntate la vera storia dell'ambasciatore Ronald Spogli.

A partire dalle origini della sua famiglia paterna: che affondano le radici nella rossissima Gubbio.

Inizieremo così la prima puntata dello speciale dal titolo "Spogli: il libro nero della giungla rossa".

Non lo perdete.

Domani.

Su Libero.


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Sua Maestà pe' terra!



[Dal Prof. Woland per la Città Invisibile]

Ho alcuni amici berlusconiani d.o.c.

Confesso che ad ogni nuovo scandalo riguardante il Premier, mi incuriosisce molto saggiare le loro reazioni.

Ebbene, posso testimoniare che nulla turba questi ottimi padri di famiglia: trovano irrilevante qualsiasi marachella.

La spiegazione di questo assurdo fenomeno l'ho rinvenuta in un piccolo aneddoto riguardante Diego Armando Maradona.

Mi trovavo a Napoli, una sera di diversi anni fa, e ad un cameriere, che mi serviva a tavola, feci notare che nella partita del giorno prima era stato letteralmente inventato un rigore a favore del Napoli: la moviola dimostrava in modo inconfutabile che el pibe de oro era caduto da solo, senza che vi fosse stato alcun contatto da parte del difensore. Il cameriere (che mi conosceva) si accigliò per un momento, poi mi guardò sorpreso e disse, per giustificare l’arbitro:

"Professò, ma vuje vi rendete conto? Sua Maestà pe’ terra!”

Ecco la frase che ogni berlusconiano esclama ad una nuova caduta del Premier.

Tutto il resto non conta.

Purtroppo.


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giovedì 17 febbraio 2011

Paolo Guzzanti e la coerenza sulla via di Damasco.

      San Paolo Guzzanti: dalle epistole ai fatti.

Sabato 12 febbraio. Dalla prima epistola di San Paolo (Guzzanti) al Giornale.
" 1) Ho assoluto rispetto per la magistratura.
2) Su molti comportamenti e scelte di Berlusconi ho espresso e confermo giudizi negativi.
3) Ho raccontato la storia collettiva di una illusione e di una delusione per una più volte annunciata rivoluzione liberale di cui però non si è vista nemmeno l’ombra.
4) Ho rotto politicamente con il presidente del Consiglio a causa dei suoi rapporti con Putin e per l’invasione russa della Georgia nel 2008.

5) Sono uno dei tanti italiani imbarazzati, e peggio, dalle notizie pubbliche sulla vita privata del premier e non per «moralismo laicista piagnone e bacchettone», ma proprio perché da liberale ho un rispetto sacrale per il decoro della Repubblica e di chi, rappresentandola, associa il proprio volto e il proprio stile di vita all'immagine interna ed esterna del Paese.

6) Condivido di conseguenza l’opinione espressa anche da Barbara Berlusconi in una intervista secondo cui la vita privata di chi ha responsabilità pubbliche non è più privata ma è pubblica; e penso - sicuramente in contrasto con quel che pensa lo stesso Berlusconi - che non si possa invocare per chi svolge un ruolo pubblico lo stesso diritto integrale alla privacy di cui gode il normale cittadino.

7) Detesto mignottocrazia e putinismo".

Lunedì 14 febbraio.
Dalla seconda epistola di San Paolo Guzzanti al Giornale:
1) Vorrei tranquillizzare tutti coloro che mi hanno attribuito, tanto per semplificarsi la vita, voltafaccia, giravolte, ritorni, piroette e altre figure retoriche per bambini pigri.

2) Io condanno severamente la mignottocrazia considerandola un cancro della società e della politica, così come trovo pericolosissime dal punto di vista dell’indipendenza nazionale e moralmente indigeribili le frequentazioni putiniane del Presidente del Consiglio; considero inoltre una sciagura un Parlamento di nominati (fra cui io stesso) e non di eletti dal popolo secondo criteri di selezione e vedo con disperazione l’agonia del Parlamento, la mortificazione della politica e la cieca rabbia dei cittadini nei confronti delle istituzioni.

3) Ritengo che Berlusconi non sia l’unico responsabile di questo decadimento, ma certo non lo considero innocente.

4) Io non mi sono mai mosso di un millimetro, non mi sono mai pentito di nulla, non faccio balletti, retrocessioni o avanzamenti.

5) Sono sicuro che la maggior parte dei lettori del Giornale potrà dar atto della mia coerenza (magari detestandomi), comune a quella della sparuta schiera dei liberali italiani, una specie in perenne via di estinzione ma che oggi ha preso di nuovo a crescere.

Oggi, 17 febbraio.

In nome della coerenza, Paolo Guzzanti passa dall'opposizione alla maggioranza, nel gruppo Iniziativa Responsabile. Con Scilipoti, per intenderci.

Cosa sarà mai accaduto in questi tre giorni che separano quel 14 febbraio da oggi?

Sono fiducioso. 

E credo che presto o tardi lo capiremo.

Magari, dalle colonne de Il Giornale, se davvero vi sarà un nuovo contratto.

Quello che offrì il buon Sallusti alla vigilia del voto di fiducia del 14 dicembre scorso.


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