Benvenuti nella città invisibile, ma non silente!

La città invisibile è una contraddizione in termini. Se una città esiste, con le sue case, le strade, i lampioni, gli abitanti, come può essere invisibile?! La città invisibile però c’è: è dentro ognuno di noi. Le fondamenta delle sue case sono quello che abbiamo costruito fino ad oggi, le nostre esperienze passate, gli avvenimenti della nostra vita. I mattoni delle case sono i nostri sogni, le aspettative, le speranze, tutto ciò che vorremmo fosse, domani, presto o tardi che sia. Le vie della città invisibile sono i nostri pensieri, che si ramificano innervandosi e collegano case, ponti, quartieri, costituendo una fitta rete di scambi e connessioni. La città invisibile è lo spazio vivo in cui ognuno si sente quello che è, ed è libero di esprimersi, di sognare, di dire “no”, persino di creare mondi diversi, realtà parallele: con la speranza che quel tesoro invisibile custodito dentro ognuno di noi possa rappresentare la fiaccola del cambiamento e si riesca a passarne, tutti insieme, il testimone. La via per riuscirci, a mio parere, è quella indicata da Italo Calvino: “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio".

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mercoledì 30 novembre 2011

La correttezza dei numeri primi.

Renato Brunetta all'attacco in un talk-show
[Dal Prof. Woland per la Città Invisibile]


Ora che una stagione politica sembra finita ed è cominciata una specie di primavera italiana possiamo ricominciare a sperare.

Tante sono le cose che vorremmo vedere realizzate: economia, lavoro, welfare, scuola, università, sanità, giustizia, fisco sono naturalmente in cima alla lista e di questo si parlerà a tempo debito.

Qui desidero considerare due argomenti che mi stanno particolarmente a cuore.

1. I media.

Non c'è dubbio che in questi anni abbiamo capito quanto sia importante per una democrazia matura il controllo dell'informazione.

Questo significa che dobbiamo profondere il massimo impegno affinché si realizzi il pluralismo, l'indipendenza, la concorrenza dei mezzi di comunicazione di massa (mass medium), con particolare attenzione al mezzo televisivo.
Ma c'è di più.
Spero di non vedere più, in futuro, esponenti del Governo dell Repubblica in trasmissioni come quelle condotte da Vespa, Santoro, Lerner, Floris ed altri.
In un paese normale ministri, vice ministri, sottosegretari non vanno in tv a sostenere il proprio partito litigando sguaiatamente con gli avversari politici.
Anche i semplici parlamentari o esponenti di partito sarebbe bene apparissero in tv in dosi omeopatiche e svolgessero i loro compiti in parlamento e nelle sedi opportune.

Basta con la politica spettacolo tipo Grande Fratello.

Le trasmissioni tornino a fare informazione, approfondimento culturale e politico, tramite educati commentatori, giornalisti, docenti, politologi di varia estrazione.
Infine basta anche con gli inamovibili, eterni personaggi: che deve succedere perché un altro conduttore prenda il posto di Vespa (cito un esempio per tutti)? In cosa devono  sperare i giovani giornalisti? Quando verrà il loro turno?

2. I rappresentanti.

Spero di non veder mai più in Parlamento, o in altre sedi istituzionali, persone volgari, ignoranti e anonime che stanno lì solo perché hanno favorito in qualche modo il capo o per far numero e pigiare il bottone in aula.
Abbiamo assistito a scene incredibili di parlamentari che non sanno cosa sia lo spread o il debito pubblico o la Consob (penso ad alcune memorabili interviste delle Iene).

Quelle poche centinaia di persone che siedono in Parlamento dovrebbero essere all'altezza della situazione sotto tutti i punti di vista: onestà, rettitudine, competenza, cultura, dignità, decoro.

D'altronde i parlamentari  sono 945 e il corpo elettorale, nel 2008, era costituito da più di 50 milioni di cittadini:  i parlamentari costituiscono dunque lo 0,001% del corpo elettorale.

Vi sembra plausibile che nel nostro paese non ci sia un cittadino su centomila che possegga le qualità elencate?


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martedì 29 novembre 2011

Simboli.

È un notissimo bimestrale statunitense.

Nel 2003, nel 2007 e nel 2009 è risultato vincitore del premio National Magazine Awards - bandito annualmente dall'American Society of Magazine Editors - nella categoria General Exellence (quest'anno è stato invece finalista nella categoria "magazine of the year").

Si chiama Foreign Policy.

Anche per il 2011 il bimensile ha pubblicato la sua classifica sui 100 Top Global Thinkers, cioè la classifica degli intelletti di maggior peso a livello mondiale per l'anno in corso.

Al n° 57, l'unico personaggio italiano in classifica: Ilda Boccassini.

Ecco le motivazioni:


Che tradotto alla buona - mi perdoneranno i puristi - suona grosso modo così (grassetto mio):
«Se c'è un simbolo vivente del tracollo del Mediterraneo di quest'anno, è Silvio Berlusconi, i cui "bunga bunga"- parties e il cui maldestro governo hanno reso l'Italia uno zimbello a livello mondiale e, cosa ben più seria, un freno importante all'intero progetto europeo. Il Primo Ministro italiano, alla fine, ha dato le dimissioni dopo essere scampato a 24 processi dalla prima volta che prese il potere nel 1994. Questo, in modo non irrilevante, lo si deve ad Ilda Boccassini, pubblico ministero di Milano.
Soprannominata "Ilda la Rossa" per i suoi capelli di fuoco e le tendenze politiche di sinistra, la Boccassini è conosciuta per le sue indagini audaci nei confronti di alcuni tra i più noti clan mafiosi d'Italia. Dall'inizio degli anni 1990, però, Berlusconi è stata la sua preda principale e quest'anno sembra averlo finalmente preso, per il presunto pagamento di una 17enne in cambio di favori sessuali e per aver abusato della sua posizione per nascondere l'atto. Il primo ministro lo nega, ma decine di migliaia di intercettazioni telefoniche, ordinate dalla Boccassini, hanno rivelato la decadenza dei baccanali di Berlusconi, oltre che la corruzione e l'insensibilità della politica italiana nel bel mezzo di una crisi finanziaria. Le indimenticabili dichiarazioni di Berlusconi al riguardo svettano in cima alla classifica insieme con i peggiori scandali rivelati da Wikileaks.
Nonostante la strenua controffensiva del fiammeggiante impero mediatico del Primo Ministro, la Boccassini ha continuato con tranquillità a mettere sotto processo l'intero sistema corrotto del 'berlusconismo'. Come ha detto lo scorso anno della mafia, "o siete con lo Stato o siete contro lo Stato". Anche se pensate di possederlo, lo stato.»
Intendiamoci: non so se tra le personalità italiane Ilda Boccassini sia realmente la più meritevole di comparire come unico rappresentante del nostro disgraziato paese nella lista dei "pensatori influenti".

E devo dire la verità: la sola idea che all'estero lo pensino, credo possa essere considerata da un lato una delle più gravi ferite alla reputazione dell'Italia.

Dall'altro tuttavia - a sforzarsi di vedere il bicchiere mezzo pieno - credo che la cosa possa essere considerata, per le medesime ragioni, come un piccolo motivo d'orgoglio.

Perché significa, fortunatamente, che oltreoceano non sono arrivate solo le disarmanti gesta di un piccolo uomo che ha reso l'Italia a sua immagine e somiglianza.

Ma anche gli atti encomiabili e i nobili intenti di chi come la Boccassini lotta da sempre per uno dei beni più preziosi di qualunque stato che voglia definirsi democratico: la legalità.

Con la speranza che proprio da qui - scrollandosi di dosso il pesante fardello lasciato in eredità dal Sire di Arcore - si possa al più presto ricominciare daccapo.


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lunedì 28 novembre 2011

Risvegli.

Lo so che vi fidate.

E tuttavia mi sembrava giusto documentarlo.

Così ho deciso di riportare qualche prima pagina degli amici del Giornale - solo da agosto in poi - da quando cioè la crisi si è palesata in tutta la sua veemenza non lasciando più adito a dubbi (i giorni in cui si cominciò a parlare della "tassa di solidarietà" per far quadrare i conti impazziti, ricordate?!).

Dal 12 agosto all'8 settembre:
[Cliccare per ingrandire: da destra a sinistra a partire dal basso]
Dal 9 settembre al 5 ottobre:
[Cliccare per ingrandire: da destra a sinistra a partire dal basso]
Dal 6 ottobre al 1 novembre:
[Cliccare per ingrandire: da destra a sinistra a partire dal basso]

In estrema sintesi: non un titolo sulla gravità della crisi italiana.

Non un'apertura sul tonfo delle borse - Milano in testa - nella drammatica settimana che ha portato alle dimissioni di Berlusconi, dal 3 al 10 novembre (il primo timido accenno è un editoriale di Feltri del 10 novembre, all'indomani - guarda caso - dell'annuncio delle dimissioni del Premier):
[Cliccare per ingrandire: da destra a sinistra]
Oggi, improvvisamente, inaspettatamente, il risveglio:


Una sola parola: inimitabili.

Specie se si considera che la notizia del giorno, oggi, è stata la seguente:


Notizia, evidentemente, di secondo piano per il quotidiano della famiglia Berlusconi.

[Le prime pagine del Giornale sono tratte dal sito Funize]


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Il ladro di ombrelli.


Chi sarà mai il misterioso ladro che da qualche mese saccheggia Montecitorio facendo incetta degli ombrelli dei nostri poveri deputati?!

Sarebbe davvero interessante saperlo.

Magari è un singolare Robin Hood della pioggia, che caritatevolmente rifornisce i più bisognosi di un piccolo riparo nelle giornate di maltempo.

O forse è un comune cittadino che, a modo suo, vuole lanciare un segnale di protesta alla Casta (il famoso "gesto dell'ombrello"...).

Certo se si scoprisse invece che a sottrarre furtivamente decine di ombrelli in pochi mesi è stato un deputato della Repubblica Italiana, delle due l'una.

O il primo requisito con cui oramai viene scelta la classe politica è l'innata tendenza alla cleptomania.

O questa nostra smania di chiedere a gran voce che vengano eliminati i privilegi della Casta sta facendo sì che qualcuno (o magari molti... o forse tutti?!) si stia preparando a farcela pagare.

Mettendo in atto la famosa metafora di Altan:

Per non saper né leggere né scrivere, date retta a me: non abbassate la guardia.

E diffidate da chi si aggira serafico, con un ombrello in mano, nei pressi di Montecitorio.

Non si sa mai.


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sabato 26 novembre 2011

Viva la demagogia!


Fortuna che gli 'amici' del Giornale vigilano senza tregua sui soprusi e le ingiustizie perpetrate ai danni dei cittadini italiani dai nostri politici.

Giuliano Pisapia, il sindaco di Milano, ha "requisito" i consueti biglietti omaggio in possesso del Comune per la prima della Scala - il prossimo 7 dicembre - disponendo che siano normalmente messi in vendita e che parte dei proventi vada alle zone alluvionate di Liguria e Toscana (e un'altra parte alla Fondazione Scala e a "progetti per la città").

Parliamo in tutto di 110 biglietti: 62 tagliandi di platea (2.400 euro) e 58 di palchi (prezzi da 840 a 2.400 euro).

Ebbene prontamente il Giornale ha titolato:


"Demagogia pura", chiosano, perché, essendo presenti le più alte cariche dello Stato:
La sera di Sant’Ambrogio, pertanto, non potranno non essere al Piermarini, dovranno, anzi, necessariamente esserci, anche i massimi rappresentanti dello Stato a Milano, civili e militari. I quali, evidentemente saranno costretti a mettere mano al libretto degli assegni per pagarsi di persona i 1800 o 2000 o 2400 euro del biglietto.
E già, saranno davvero problemi seri per i poveri "rappresentanti dello Stato, civili e militari".

Siamo certi che saranno costretti ad accendere un mutuo, se decideranno di essere ligi al loro "dovere".

E siamo certi che iniziative come questa - e come altre della nuova amministrazione Pisapia (come ad esempio le luminarie natalizie a costo zero) - faranno letteralmente insorgere i cittadini di Milano.

Che presto si riverseranno in Piazza Duomo in segno di protesta, gridando allo scandalo.

Insieme ai massimi rappresentanti dello Stato, civili e militari, lesi nella loro dignità, oltre che nel portafoglio.

In Piazza Duomo mancheranno forse giusto gli alluvionati.

Che potrebbero non avere la possibilità - né la voglia  - di fare un salto a Milano per inveire contro un sindaco demagogo.

Ma saranno lì idealmente, col pensiero, insieme a tutti i numerosissimi manifestanti e naturalmente agli amici del Giornale, in difesa dei più elementari diritti.

I diritti dei più forti.


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venerdì 25 novembre 2011

Democrazia e gerontocrazia.

Paul Demeny
[Dal Prof. Woland per la Città Invisibile]


Nel mio ultimo post Altro che democrazia sospesa, che prendeva spunto da un articolo di Piergiorgio Paterlini, si potevano intuire alcune incertezze sul ruolo della democrazia nel mondo contemporaneo.
Sulla democrazia si sono scritte montagne di volumi e sarebbe ora troppo oneroso affrontare, in poche righe, le mille problematiche che riguardano questa istituzione.
Abbiamo spesso tentato, di fronte alle tante perplessità che non potevamo fare a meno di nutrire, di consolarci con il famoso aforisma di Winston Churchill “democracy is the worst form of government except all those other forms that have been tried from time to time”, ma ci ripetevamo la frase come fanno i bambini quando vogliono farsi coraggio.

La realtà è che la democrazia è un tabu, ed è quindi difficile affrontare l'argomento senza provocare preoccupazioni e diffidenze. Inoltre pochi sanno cosa si dovrebbe intendere davvero per democrazia: i più considerano democratico un paese dove vi siano libere elezioni.
Chiunque abbia studiato seriamente l'argomento sa, invece, che questa condizione, pur necessaria, non è sufficiente per la realizzazione della democrazia.
Mi limito, in proposito, a rimandare al saggio di Robert Alan Dahl* On democracy (Sulla democrazia, Laterza, 2006).

In quest'occasione vorrei mettere a fuoco un solo aspetto del problema: come si possa, in un mondo in cui la vita media è in continuo aumento, combattere la gerontocrazia.

È sotto gli occhi di tutti il fatto che la nostra società è governata dagli anziani: in politica, nei giornali, in tv, nei consigli d'amministrazione, direi ovunque, la presenza dei "vecchi" è preponderante.
Quale futuro allora possono avere i giovani e quando potranno dare il loro contributo di idee nuove, se non c'è mai posto per loro?
Come si potrà porre rimedio al cosiddetto "accorciamento della scala temporale" secondo il quale non solo i mercati, ma anche i nostri governanti vivono nella dimensione del mark-to-market che si traduce nell'incapacità di un'ottica temporale, in una "veduta corta"** per cui conta solo l'oggi e non il domani? 

Ma il domani è il futuro dei nostri giovani.

Una delle teorie che hanno tentato di correggere questa deriva demografica va sotto il nome di Demeny voting** (Paul Demeny è un illustre demografo americano di origine ungherese).
È una teoria che risale al 1986 ma che sta diventando attuale in questi anni.
Secondo Demeny i minori non devono essere senza diritti e senza rappresentanza fino alla maggiore età, quindi occorre dare un proxy vote (voto delega) ai loro genitori. Ogni genitore avrebbe così un voto che vale mezzo punto - questo per rispettare eventuali diversità di opinione politica tra i genitori - per ogni figlio a carico.
Naturalmente il voto delega sarebbe esercitato fintanto che il minore non sia maggiorenne.
Questo sistema, afferma Demeny, consentirebbe  “to make the political system more responsive to the young generation's interests”, di rendere il sistema politico più sensibile agli interessi delle giovani generazioni.

L'idea non è cosi peregrina se in Germania nel 2003 il Kinderwahlrecht fu oggetto di una mozione al Bundestag da parte di 47 deputati, in Austria esiste un movimento intitolato Kinderwahlrecht jetzt! (diritto di voto ai bambini subito!) e il politologo Philippe C. Schmitter (Professore emerito del Department of Political and Social Sciences at the European University Institute) ha elaborato un progetto di Costituzione Europea che estende il diritto di voto ai minorenni in tutti i Paesi dell'Unione.
Se un tale progetto dovesse realizzarsi ci sarebbe davvero una rivoluzione: l'Italia, per esempio guadagnerebbe  ex abrupto 10 milioni di elettori. Voti delega, certo, ma pur sempre voti.
Anche il Giappone - che ha un grave problema di distorsione demografica a favore degli anziani - sta studiando il Demeny voting e nel marzo del 2011 ha ospitato un importante convegno sul tema.

Non saprei dire se il sistema Demeny possa funzionare - sono stati suggeriti anche altri metodi, come ad esempio quello di pesare il voto secondo l'età - ma certo gli esempi riportati indicano che il problema della rappresentanza e del futuro dei giovani è sempre più importante e più urgente nel mondo.

E che in qualche modo occorrerà seriamente affrontarlo.
__________________________________________
*Professore emerito di scienze politiche all'Università di Yale, viene considerato il più grande studioso del modo sull'argomento.
** Tommaso Padoa Schioppa La veduta corta, il Mulino, 2009.
***Il termine è stato coniato nel 2007 da Warren C. Sanderson, demografo ed economista (Stony Brook University).

http://www.wikio.it
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mercoledì 23 novembre 2011

Il lassativo del Caimano.


Jamie Oliver è un personaggio molto noto nel Regno Unito: cuoco, ristoratore, conduttore televisivo di programmi culinari di successo, si è imposto nel panorama mediatico britannico come strenuo difensore del mangiar sano nelle scuole statali, tanto da indurre la politica ad inserire la questione nell'agenda delle problematiche da affrontare.

Non a caso, per questo suo impegno, è stato addirittura nominato come "la personalità politica di maggiore ispirazione del 2005".

Non è uno qualsiasi, insomma.

Ebbene, intervistato in un programma televisivo canadese, Oliver ha raccontato un gustoso aneddoto relativo al G20 di Londra.

Sì, proprio quello dell'aprile del 2009.

Il summit in cui Berlusconi riuscì in un colpo solo a:
- fare il solito siparietto durante la foto di gruppo e poi farsi riprendere dalla Regina Elisabetta per aver alzato sguaiatamente la voce  chiamando Barack Obama;
- dire al Presidente Obama che gli Stati Uniti dovevano tirarci fuori dalla crisi perché la colpa delle nostre difficoltà era tutta loro;
- minacciare una giornalista che stava scrivendo una sua simpaticissima battuta ("i ministri nel frattempo stavano al cesso") dicendole "Cosa scrivi? Guarda che ci sono a casa mia le riunioni per la Rai, eh: stai attenta!".
Beh, in occasione della cena di quel G20 Jamie Oliver - che era uno degli chef - ricorda che era presente anche Noemi Campbell. E che lui, in un certo momento della serata, si ritrovò ad avere giusto 3 secondi per avvicinarsi alla top-model e conoscerla. 
Peccato, ha raccontato Oliver, che Berlusconi lo spostò letteralmente di peso proprio mentre stava per presentarsi, facendosi avanti lui e lasciando alla Campbell il suo numero di telefono scritto su un bigliettino.

Oliver ha concluso ricordando che quella sera, fortunatamente, aveva portato con sé dei lassativi.

Food revenge, ha chiosato l'intervistatore divertito. La vendetta del cibo...

Sapete una cosa? Ora che Berlusconi si è dimesso, a veder sghignazzare due personaggi televisivi stranieri sul Presidente del Consiglio italiano sembra quasi di assistere ad uno sketch surreale.

Eppure gli ultimi 18 anni della nostra vita politica sono stati una triste realtà, mutata da sole due settimane.

Una realtà da non dimenticare. 

Da decifrare in ogni suo dettaglio, in ogni sua forma, in ogni sua espressione.

Per evitare di ritrovarci nuovamente, un giorno o l'altro, nella medesima condizione in cui abbiamo vissuto tutti noi negli ultimi 18 anni.

Cioè come Berlusconi quella sera. 

Col lassativo nella minestra.

[Di seguito il filmato originale dell'intervista di Oliver].




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lunedì 21 novembre 2011

10, 100, 1000 Celestini.

Ci sono almeno un paio di buone ragioni per guardare con attenzione i 4 minuti e 41 secondi del filmato che vi propongo di seguito.

La prima è che l'arte straniante di Ascanio Celestini merita davvero di essere assaporata parola dopo parola, un po' come un vino d'annata; o se preferite contemplata con devozione, come un paesaggio esotico in un particolare momento della giornata.

La seconda ragione è che vedere accostata all'arte di Celestini - studiata in ogni vocabolo, in ogni metafora, in ogni iperbole - la becera ed istintiva reazione di Ignazio La Russa che dà all'artista del "coglione" è un'occasione unica.

Per riflettere una volta di più sullo stile e sulla profondità intellettuale di una certa destra cui il popolo italiano, negli ultimi 20 anni, ha creduto più volte di affidare le proprie sorti e il proprio futuro.

E anche per provare a capire dove abbiamo sbagliato e come abbiamo fatto ad arrivare dove siamo oggi.

Prima di lasciarvi al filmato, un'ultima precisazione.

Oltre all'offesa, La Russa definisce Celestini "giornalista".

Ebbene ad Ascanio Celestini possono essere attribuite varie qualifiche professionaili: attore teatrale, regista cinematografico, scrittore, drammaturgo.

Non giornalista.

Ora la domanda sorge spontanea: come accade che un pluripremiato artista venga definito "giornalista"?

Solo perché lo si suppone satiricamente schierato contro una parte politica (supposizione errata, naturalmente, giacché Celestini ne ha invece per tutti, nessuno escluso)?!

Ecco: il fatto che un individuo che esercita artisticamente il suo sacrosanto diritto di critica passi per politicamente schierato e venga pertanto definito - praticamente per scherno - un "giornalista" mi pare possa davvero dirsi paradigmatico.

Di quale idea abbiano oggi certi politici della libertà di espressione.

E di quale sia l'immagine che hanno dei nostri giornalisti: una compagine di aspiranti comici politicamente schierati.

Inquietante, non vi sembra?

Buona visione.





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domenica 20 novembre 2011

Altro che democrazia sospesa!

Berlusconi consegna a Monti la campanella 
[Dal Prof. Woland per la Città Invisibile]


Qualche giorno fa, nel suo blog Piovono rane, Alessandro Gilioli ha ospitato un post di Piergiorgio Paterlini dal titolo Senza casa.
Piergiorgio è un giornalista che collabora da sempre al Manifesto, è stato co-fondatore con Michele Serra del settimanale satirico Cuore, ha scritto libri, ha lavorato per la radio e per la televisione ed è certamente un uomo di sinistra.
L'incipit del post è già un programma: “Dio mi perdoni per ciò che sto per scrivere.”
Cosa ha sostenuto di così sconvolgente il nostro giornalista?  
Ecco una sintesi pressoché letterale:
Io, per mia formazione politica, non mi sono mai sentito lontano da qualcosa quanto dalle banche e dalla Bocconi quindi ho pensato, nell'apprendere la composizione del Governo Monti, bene ingoiamo questa medicina, facciamo in fretta a guarire dalla grave malattia che ci affligge e torniamo subito al voto.
Poi ho visto i neoministri giurare: senza gesti osceni o scomposti, senza deliri padani, senza sorrisi fasulli da stelline di avanspettacolo... e subito mi ha colpito la visione di un prossimo futuro giuramento.
Giuravano persone, storie, facce come quella di Buttiglione, di Casini, dei protetti di Casini, degli amici di Rutelli, dei cattolici integralisti del Pd, dei finti giovani del Pd, degli amici di Bersani, degli amici di Veltroni, dei cortigiani di D’Alema, nella migliore delle ipotesi personaggini senza arte né parte, tutti usciti da bilancini sfibranti ma per loro così importanti e che chiamano “politica”, saltati fuori come conigli dal cappello dei vari manuali cencelli, da spartizioni piccine e interessi meschini.
Li ho proprio visti davanti agli occhi e mi son detto: ma io voglio davvero che fra un anno, poco prima poco dopo, a salire al Quirinale siano queste facce questi nomi queste persone? È questo il trionfo della democrazia e del “voto del popolo” che aspetto con tanta urgenza? E ho dovuto rispondermi che no. Tragicamente, a quell’immagine mi è venuta la nausea, un rifiuto istintivo, fortissimo, insanabile. Se oggi al posto di Monti avesse giurato Bersani, io non sarei stato più felice. Anzi.
E ho capito, tragicamente, che ai i miei rappresentanti democraticamente eletti preferivo loro.
E mi sono mai sentito così privo di alternative, così senza risposte, così senza futuro. Senza casa.
Devo amaramente ammettere che sottoscrivo queste parole una per una.

Qualcuno ha detto - e tra questi Silvio Berlusconi - che il governo Monti rappresenta una sospensione della democrazia.
Beh, se la democrazia è quella rappresentata in questi anni, sospenderla era sacrosanto.
Lo spettacolo è stato così indecente che ne siamo davvero sconvolti.
Se la democrazia si traduce nel dito alzato di Bossi, nelle parolacce di Borghezio, nei fazzoletti verdi, nei vari Trota, Santanchè, Scilipoti, La Russa, Gasparri, Storace; negli avvocati di Berlusconi in Parlamento, come Paniz e Ghedini; nei Rotondi, Giovanardi, Carfagna, Gelmini, Brambilla, Scotti, De Feo - moglie di Fede, eletta senatrice nel 2008 - Pomicino; nei partitini di Dini e di Rutelli; nei battibecchi tra Vendola e Veltroni;  nelle pretese di Pannella e nelle girandole di Renzi; in una pletora di individui sconosciuti nominati dai partiti col solo compito di pigiare il bottone nelle votazioni, beh allora c'è forse qualcosa da rivedere in questa democrazia.

Se poi pensiamo alle vicende private e giudiziarie di molti personaggi democraticamente eletti, allora ci rendiamo conto che i nostri cosiddetti rappresentanti non solo non ci rappresentano affatto, ma spesso sono addirittura impresentabili.

Dunque non ci resta che sperare che il Governo dei Professori duri abbastanza, affinché i cittadini riaprano gli occhi e - abbandonato il tifo da stadio - siano in grado di esprimere, col voto, delle persone degne non tanto di rappresentarli quanto di ricoprire cariche che richiedono competenza, dignità, onore, serietà, compostezza, lealtà, fedeltà alla Costituzione e alla patria una ed indivisibile.
Con buona pace del parlamento padano, di certi commentatori mai soddisfatti e, si spera, di tanti lestofanti.

Un'ultima osservazione.

A me, in realtà, non sembra affatto che ci sia stata una sospensione della democrazia.

Il popolo sovrano con regolari elezioni ha eletto nel 2008 un Parlamento* che espresse la fiducia ad un Presidente del Consiglio: Silvio Berlusconi.
Ora, è accaduto che quest'ultimo si sia volontariamente dimesso.

Secondo il dettato costituzionale, il Presidente della Repubblica ha affidato l'incarico di formare un nuovo governo al Prof. Monti.

Il Governo Monti ha ricevuto la fiducia quasi plebiscitaria delle due camere e quindi anche  il voto dell'ex maggioranza compreso quello del Presidente del Consiglio uscente.

Ebbene, di quale sospensione della democrazia parliamo?

_________________________________
*Sorvoliamo sul fatto che i parlamentari sono "nominati" cioè imposti dai partiti anziché scelti dagli elettori.


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venerdì 18 novembre 2011

Quando la Res Publica si affida a Cincinnato.

Lucio Quinzio Cincinnato

[Dal Prof. Woland per la Città Invisibile]


Nel suo post Il governo-tecnico cattolico Ivan Scalfarotto scrive:
Se dovessi darne una definizione, “ministri tecnici” sono coloro che vengono scelti sulla base delle loro competenze e non sulla base delle loro convinzioni. Di più: le convinzioni dei “tecnici” dovrebbero essere del tutto irrilevanti e anzi sarebbe preferibile che tali convinzioni non fossero nemmeno di dominio pubblico. Si prenda il caso di Ignazio Marino, il cui nome non è nemmeno mai stato fatto in questi giorni per l’incarico alla Sanità. Certo nessuno può dubitare del fatto che Marino sia un “tecnico” eccellente: e tuttavia il fatto che le opinioni di Marino siano note fa sì che le sue indubbie competenze siano cancellate dalle sue opinioni politiche e che il suo nome non sia nemmeno preso in considerazione, causa la sua appartenenza al PD.
Alessandro Gilioli ha già osservato nel post Homo technicus che non esistono uomini neutrali:
 “l’essere neutrali non è di questo mondo, anzi non è di questa umanità”.
Concordo e aggiungerei qualche considerazione.

In un paese serio si intenderebbe per tecnico esclusivamente ciò che suggerisce la semantica.
Tecnico è colui che conosce l'arte, l'esperto (la parola greca τέχνη significa arte, mestiere e anche abilità).

Ora, se si ha bisogno di un tecnico non gli si chiede la sua fede politica: l'importante è che sia riconosciuta la sua professionalità. 
Se poi proprio non ci si fida, allora potrebbe invece essere più utile sapere quali siano le sue convinzioni politiche (piuttosto che non saperlo e scoprirlo quando è tardi).

In ogni caso poi, se la situazione d'emergenza è tale che occorre affidarsi ad un dictator - il magistrato straordinario della Repubblica Romana che non veniva eletto dalle assemblee popolari, ma nominato dai consoli, di concerto con il senato, per affrontare grandi emergenze - affinché questi risolva i problemi che la politica non è riuscita a risolvere, non dico di conferirgli il summum imperium ma almeno di lasciargli la piena libertà nella scelta dei collaboratori.

Ciò richiede la coerenza. Tutto il resto, a mio giudizio, è flatus vocis.

Un'ultima osservazione, infine, me la suggerisce il post Ci piace o non ci piace  di Antonio Padellaro.
Scrive il direttore de il Fatto Quotidiano
 “Non ci piace la sospensione della democrazia rappresentativa. Avremmo preferito andare subito ad elezioni”,
anche se poi ammette che quella del governo Monti è “un’occasione di riscatto che non si può assolutamente perdere”.

Ebbene, capisco perfettamente le perplessità e l'amarezza di Padellaro.
Ma c'è da dire che da noi, in Italia, in questo preciso momento storico, la democrazia rappresentativa è un lusso che non ci possiamo permettere.

Sono davanti agli occhi di tutti le nefande conseguenze delle scelte del popolo sovrano.

Tito Livio definì Cincinnato (il dictator per antonomasia) “Spes unica imperii populi romani”.

Io lo penso oggi di Mario Monti: è l'unica speranza del popolo italiano.


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giovedì 17 novembre 2011

La quiete dopo la tempesta.


Il governo Monti è ufficialmente in carica. I Ministri hanno giurato.

L'impressione ad oggi, mentre scrivo, è che vi sia una certa euforia, non saprei quanto salutare.
Euforia che pervade - si badi bene - non tanto un popolo liberato, quanto un parlamento alleggerito.

Le manifestazioni di giubilo di sabato sera, dopo le dimissioni di Berlusconi, sono state un episodio.
Che si è praticamente dissolto passata la nottata. Com'era giusto che fosse, aggiungerei, considerata la drammatica situazione economica che ci vede tristemente protagonisti.

Anche per questo la sensazione è che questo popolo disgraziato sia senz'altro più avveduto della classe politica che lo rappresenta (ci vuole poco, direte voi).

Classe politica che infatti, fatta eccezione per alcuni interessi personali divergenti (vedere alla voce Lega), si è ricompattata su un governo tecnico che agli occhi dell'opinione pubblica li deresponsabilizza da qualsiasi ruolo decisionale.
In tal senso, l'atteggiamento che si profila all'orizzonte appare fin troppo lampante: quando ci sarà da votare misure o riforme impopolari, le voteranno, salvo dire "non l'abbiamo deciso noi e comunque abbiamo votato per responsabilità verso la nazione in crisi".

La chiave di lettura del sollievo dei nostri parlamentari mi pare giustifichi come mai sia a destra che a sinistra ci sia un compiacimento generale che va ben aldilà della cortesia istituzionale e dell'appoggio deciso a tavolino per amor di patria.

Con questo non intendo dire che la scelta dei Ministri fatta dal Presidente Monti sia discutibile. 
Certo mi chiedo se la nutrita rappresentanza cattolica e il delinearsi dell'asse Milano-Torino nella compagine di governo possano considerarsi casuali (e mi rispondo che è piuttosto improbabile).
Ma in definitiva non è questo il punto.

Il punto è che la soddisfazione bipartisan dei nostri amati politici è quantomeno sospetta.

E mi pare sollevi un paio di quesiti nient'affatto scontati.

Il primo: possibile che due fazioni così fieramente opposte da anni (almeno sulla carta) riescano a convergere così rapidamente su un piano di emergenza nazionale?

La mia risposta è no: non è possibile. E la spiegazione che mi do di questo atteggiamento è che entrambi gli schieramenti sentivano e sentono di aver bisogno di tempo. Il centrosinistra perché è dilaniato al suo interno e deve ancora capire qual è l'idea di paese che intende proporre unitariamente (ammesso che questo sia possibile). Il centrodestra perché il dopo-Berlusconi va studiato con attenzione per evitare tonfi memorabili.

Ed ecco il secondo quesito: se si poteva convergere così facilmente per il bene del paese, perché non lo si è fatto prima di arrivare sull'orlo del precipizio?
A mio parere perché la presenza di Berlusconi esacerbava insanabilmente la divaricazione tra le due fazioni.

Forse è prematuro giungere a delle conclusioni.

Ma tutti questi elementi mi sembrano confermare la sensazione che il dibattito politico degli ultimi anni si sia talmente svuotato di contenuti reali che non appena i nostri parlamentari sono stati costretti a siglare un armistizio nell'ormai sterile guerra tra bande, le rispettive fazioni si sono ritrovate a fare i conti col vuoto che hanno contribuito a creare e ora si sentano terribilmente disorientati.

Cosa che, ne converrete, equivale a dire che il gravoso compito di riempire nuovamente di contenuto quei due serbatoi svuotati che sono diventati, per motivi diversi, il centrodestra e il centrosinistra sarà ben più complesso di quanto non sembri.


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martedì 15 novembre 2011

Il gioco al massacro degli speculatori mediatici.


E' uno sporco lavoro, quello riassunto nell'immagine qui sopra.
E qualcuno, va detto, lo sa fare alla grande.

Scrivevo ieri tra le altre cose che Libero e il Giornale stanno indirettamente puntando all'obiettivo grosso: soffiare sul fuoco dell'incendio che devasta il nostro paese.

Questa indegna strategia si basa su tre punti cardine:
1. gridare al colpo di stato e alla mossa antidemocratica (la litania dell'Italia commissariata) perché si è ricorsi ad un governo tecnico (peccato che è Berlusconi stesso ad essersi dimesso rimettendo il mandato al Capo dello Stato!);
2. screditare Monti prima ancora che prenda in mano le redini del paese;
3. martellare mediaticamente col becero sillogismo per cui se le borse vanno male ora che Silvio si è dimesso e ha lasciato spazio a SuperMario, questo significa che Berlusconi non ha alcuna responsabilità sullo sfacelo dell'Italia (senza ovviamente chiedersi neppure per un istante se senza Monti, con Berlusconi ancora al comando, saremmo magari già in default!!).
Ecco le prime pagine di oggi dei due quotidiani:



L'assurdità del sillogismo merita qualche riflessione.

Poniamo che venga investito un pedone da un'automobilista pirata ed io, che sono lì sulla scena dell'incidente, vengo visto allontanarmi sulla mia auto senza fare niente. Questa si chiama omissione di soccorso. 
Se quando arriva l'ambulanza gli operatori non riescono a salvare il ferito e qualcuno racconta alle autorità di me e della mia "noncuranza", sarà piuttosto improbabile che la responsabilità di quanto è accaduto venga addebitata agli operatori sanitari sopraggiunti. Sarà invece molto probabile che io sia chiamato a rispondere per le mie gravi inadempienze (... se poi si scopre addirittura che ero io a guidare l'auto...).

Ebbene la ricostruzione che vogliono propinarci i media del regime decaduto è diametralmente opposta.

Vogliono darci a bere che Berlusconi è innocente. Che non solo non era alla guida dell'auto che ha travolto il pedone, ma che addirittura non abbia visto proprio niente. 
Anzi, di più: Silvio non era nemmeno lì.

Beh, almeno su un punto di questa improvvida ricostruzione siamo assolutamente d'accordo: che Berlusconi non fosse neppure lì, in effetti, lo diciamo da tempo anche noi.

E proprio questa consapevolezza è stata purtroppo uno dei problemi più rilevanti per i mercati internazionali: un'Italia senza guida (rammentate l'intercettazione di Silvio: "faccio il Premier a tempo perso"?).

Tornando a Libero e al Giornale, la pervicacia e la sistematicità con cui i media del dictator dimissionario, anziché fare il loro mestiere (informare), fanno già campagna elettorale pro-Silvio, speculando sulle condizioni disastrose del nostro paese, è la fotografia esatta di quanto abbiano a cuore i fragili equilibri di una nazione sull'orlo del baratro e gli animi scossi dei suoi cittadini.

Speculando, sì, proprio così.

Perché degli speculatori economici spesso ci sfugge non solo l'identità, ma persino i connotati più generali.

Mentre degli speculatori mediatici nostrani, sia ben chiaro, sappiamo nomi e cognomi.


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lunedì 14 novembre 2011

Gioco di prestigio.



Altro che "gesto generoso", come lo ha definito ieri nel suo discorso.

Silvio Berlusconi, sia ben chiaro a tutti, ha optato per l'unica soluzione in grado di dargli una piccola chance di salvare il salvabile (della propria immagine politica e delle sue aziende, non già del paese): abbandonare la barca che affondava. 

Pensateci: se rimaneva al timone e il paese colava a picco, per Silvio non ci sarebbe stata alcuna possibilità di sopravvivere politicamente. 

Sia i numeri che i pregiudizi, oltre che i giudizi, avrebbero giocato a suo sfavore e Silvio sarebbe passato alla storia come il Premier che aveva consegnato l'Italia alla rovina.

Sono mesi che il nostro paese è sotto attacco speculativo (come lui stesso non ha mai smesso di ripetere).

Ma Silvio si è sempre mostrato risolutissimo a non dimettersi.

Era il 5 novembre scorso quando usciva la seguente nota della Presidenza del Consiglio:


Solo una settimana dopo, le dimissioni.

Come mai?

Colpa del mercoledì nero, considerato il punto di non ritorno.

In realtà non è cambiato nulla nella testa del Premier dimissionario: pensava al proprio personale destino prima, pensa al proprio personale destino ora.

Finché ha potuto, ha retto, sperando che la situazione non precipitasse (troppi interessi in ballo: legittimi impedimenti su tutti). 
Quando il gioco non è più valso la candela, ha mollato, prima che fosse troppo tardi.
Per lui, ovviamente.

Ed infatti l'ex Premier ha inteso subito parlare alla nazione e rilanciare il proprio impegno (raddoppiato, ha detto: il che, giocando con le parole, equivale a dire che fino al giorno prima, con l'Italia ad un passo dal default, il suo impegno era dimezzato rispetto ad oggi... cose che capitano).

E dunque passo indietro e largo a Monti. 

Ora, delle due l'una: o l'Italia si salva o appunto cola a picco.

Pensateci: se si salva, i media amici sbandiereranno ai quattro venti il gesto generoso di Silvio che col suo passo indietro ha contribuito in modo decisivo a salvare il paese.

Se invece l'Italia cola a picco, ebbene Silvio l'aveva detto: lui non aveva alcuna responsabilità sul crollo della nazione, né d'altronde poteva fare alcunché per risollevare le sorti del paese. 
Tant'è vero che non c'è riuscito neppure SuperMario Monti.

Naturalmente, tra le due ipotesi, il Giornale e Libero hanno già scelto su quale puntare:



Anche qui sia chiaro: il fatto che le cose continuino ad andar male ora che Berlusconi si è dimesso non implica certo che lui sia esente dalle gravi responsabilità che ci hanno fatto arrivare dove siamo.

Ed in ogni caso, diciamocelo: speculare sulla crisi dell'Italia, strumentalizzandola per salvare la faccia a chi l'ha già persa, ha tutto il sapore di un'operazione di sciacallaggio mediatico.

Che ha il merito di aiutarci a comprendere, una volta per tutte, la differenza che passa tra i seguaci nominali di un partito chiamato "Forza Italia" (oggi Pdl) e chi quell'incitazione la porta davvero nel cuore, testimoniandola, giorno dopo giorno, con il proprio impegno quotidiano.


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domenica 13 novembre 2011

Silvio: no alla resa. Dei conti.

Saranno i contraccolpi di questo week-end storico, ma al Giornale non hanno propriamente fatto un favore a Berlusconi nel commentare il video registrato dal Presidente dimissionario per tentare di salvare quello che resta della sua immagine mediatica.

Non tanto per il titolo:


Quanto per la foto a corredo dell'articolo. 
Questa foto:


Mai come in questa immagine Berlusconi appare vecchio, appannato, debole, provato.

Non ha certo l'aria di uno che non si arrende, insomma.

Ma del resto Berlusconi stesso si era lanciato in un'inconsapevole quanto gigantesca contraddizione in termini quando nel suo discorso, rilanciando il suo impegno "raddoppiato", aveva detto:
"Non mi arrenderò finché non saremo riusciti a liberare il Paese dalle incrostazioni ideologiche e corporative".
Curiosa la metafora, non vi pare?

Specie se si pensa che una delle più grandi incrostazioni ideologiche e corporative della storia del nostro paese - dalla P2 alla P4 - si è staccata dall'intonaco del Palazzo giusto sabato sera.

Con le dimissioni di Sua Emittenza, naturalmente.


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Scene da un divorzio.

Si è dimesso davvero.

Berlusconi è salito al Colle e ha rassegnato le sue dimissioni al Presidente Napolitano.

A caldo, il Giornale ha bollato gli italiani indignati che hanno manifestato davanti al Quirinale come "l'Italia dell'odio" (Libero invece li ha definiti sciacalli):


Persino all'estero gli osservatori hanno visto altro.

New York Times:


The Times:
Un'orchestra di musicisti e un coro intonano l'Hallelujah di Händel.
Financial Times:


El País:

Frankfurter Allgemeine:


Per carità: ci sono stati sicuramente anche cori di scherno, male parole, gestacci. Che non dovevano esserci.

Ma diciamolo: prevalentemente gioia e tripudio.
Giubilo, come appunto lo ha definito il Frankfurter Allgemeine.

E forse sarebbe il caso che qualcuno, nel centrodestra, si chiedesse come mai l'abbandono politico del loro leader è salutato dalla folla come una vera e propria liberazione.

E come mai le immagini del Quirinale ricordano così da vicino quelle di molte piazze arabe subito dopo la fine dei rispettivi regimi.

La storia dirà quello che c'è da dire su Silvio Berlusconi.

Quello che possiamo affermare con certezza in questo momento è che una larghissima parte di italiani si sente più leggera.
Forse - e lo dico sottovoce - addirittura migliore.

Passata la sbornia sarà il momento di rimboccarsi le maniche e cominciare a ricostruire questo paese dalle macerie.

E bisognerà farlo molto presto. Questione di giorni; di ore forse.

Sempre tenendo a mente come siamo arrivati fin qui.

Con la speranza che quello che abbiamo vissuto - e per molti versi stiamo ancora vivendo - ci abbia almeno insegnato qualcosa.


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