Benvenuti nella città invisibile, ma non silente!

La città invisibile è una contraddizione in termini. Se una città esiste, con le sue case, le strade, i lampioni, gli abitanti, come può essere invisibile?! La città invisibile però c’è: è dentro ognuno di noi. Le fondamenta delle sue case sono quello che abbiamo costruito fino ad oggi, le nostre esperienze passate, gli avvenimenti della nostra vita. I mattoni delle case sono i nostri sogni, le aspettative, le speranze, tutto ciò che vorremmo fosse, domani, presto o tardi che sia. Le vie della città invisibile sono i nostri pensieri, che si ramificano innervandosi e collegano case, ponti, quartieri, costituendo una fitta rete di scambi e connessioni. La città invisibile è lo spazio vivo in cui ognuno si sente quello che è, ed è libero di esprimersi, di sognare, di dire “no”, persino di creare mondi diversi, realtà parallele: con la speranza che quel tesoro invisibile custodito dentro ognuno di noi possa rappresentare la fiaccola del cambiamento e si riesca a passarne, tutti insieme, il testimone. La via per riuscirci, a mio parere, è quella indicata da Italo Calvino: “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio".

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lunedì 9 aprile 2012

Un valore su tutti.


Dopo Umberto, è la volta di Renzo.

Il Trota si è dimesso.

Del resto, in una definitiva intervista rilasciata un paio di anni fa a Daria Bignardi, aveva espresso tutto il suo universo valoriale, non riuscendo ad arrivare a tre valori personali richiesti, per l'importanza schiacciante di uno solo:



Ecco, appunto.

Bye, bye anche a te Renzo.


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The bodyguard.

Il bodyguard del Trota, Alessandro Marmello, vuota il sacco.
«Non ce la faccio più, non voglio continuare a passare soldi al figlio di Umberto Bossi in questo modo: è denaro contante che ritiro dalle casse della Lega a mio nome, sotto la mia responsabilità. Lui incassa e non fa una piega, se lo mette in tasca come fosse la cosa più naturale del mondo. Adesso basta, sono una persona onesta, a questo gioco non ci voglio più stare».
Parola di Alessandro Marmello, autista e bodyguard di Renzo Bossi, assunto a tempo indeterminato dalla Lega nell'aprile 2011.

Nella sua intervista rilasciata ad Oggi (in edicola domani), Marmello dichiara tra le altre cose:
Ogni volta che avevo bisogno di soldi per fare benzina, oppure pagare eventuali spese per la manutenzione dell’auto, ma anche per pagare il ristorante quando ci trovavamo, spesso, fuori Milano, potevo andare direttamente all’ufficio cassa alla sede della Lega, in via Bellerio, firmare un documento che non prevedeva giustificazioni particolari e ritirare ogni volta un massimo di 1.000 euro. Anche più volte al mese [...] tra queste ricevute molte mi erano state date da Renzo per coprire sue spese personali: poteva essere la farmacia, ristoranti, la benzina per la sua auto, spese varie, cose così. Insomma, quando avevo finito la scorta di denaro andavo in cassa, firmavo e ritiravo. La situazione stava diventando preoccupante e ho cominciato a chiedermi se davvero potevo usare il denaro della Lega per le spese personali di Renzo Bossi. L’ho fatto presente a Belsito, spiegandogli che avevo pensato addirittura di dimettermi. Lui non mi ha dato nessuna spiegazione chiara.
Parole bomba. Corredate con altrettanti video girati dallo stesso Marmello.

Altro che uova di Pasqua: più le ore passano, più la sensazione è che il vaso di Pandora leghista, da poco scoperchiato, abbia appena iniziato a riservarci le sue infinite sorprese.



Abbiate pazienza ma a me viene alla mente Nicola Porro, che sabato sera, a In Onda, su La7, dichiarava che "le cartelle dei magistrati stanno creando un clima..." e aggiungeva "del resto tra qualche mese, come successo in altre occasioni, potrebbe sgonfiarsi tutto"...

No comment.

Nel frattempo, direi di metterci comodi gente: Mani Pulite 2 ha l'aria di essere appena cominciata.


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venerdì 10 febbraio 2012

Il vero statista.

Due copertine del Time a caso messe a confronto (by Wil).
Trionfalismo del Giornale e di Alessandro Sallusti riguardo all'intervista di Monti rilasciata al Time, che ha dedicato al Presidente del Consiglio una copertina più che lusinghiera nell'edizione euro-asiatica della rivista.

No, certo che no: non per il successo di Monti - che ha dato lustro all'Europa e dunque all'Italia - bensì per l'elogio che il Professore avrebbe riservato a Silvio Berlusconi in un passaggio dell'intervista.

Ecco dunque la prima pagina del Giornale di oggi:



Ed ecco come Alessandro Sallusti ha rilanciato su Twitter la (presunta) "notizia":


Medesima solfa sulla versione online del quotidiano.

Troppi elementi destavano sospetto: 
  1. la notizia era del Giornale/di Sallusti (cosa che già di per sé fa venir voglia - di qualunque cosa si tratti - di approfondire e verificare); 
  2. la notizia riguardava Silvio Berlusconi (aggravante che porta in genere a ritenere la manipolazione dei fatti da parte del quotidiano di famiglia altamente probabile); 
  3. la notizia consisteva in un elogio a Berlusconi (elemento  praticamente decisivo per far pendere il piatto della bilancia sull'ipotesi "sofisticazione" della realtà);
  4. la notizia era che Monti aveva definito Berlusconi "un vero statista" (e passino gli scivoloni sul posto fisso, ma questa pareva francamente una gaffe comunicativa davvero esagerata per SuperMario...).

Morale della favola: mi sono andato a cercare il passaggio incriminato nell'intervista in questione.
Il giornalista chiede a Monti come mai Berlusconi ha cambiato idea sull'appoggio al suo governo rispetto a qualche tempo fa.
Ecco la risposta del Presidente del Consiglio (dal minuto 2:50):
I think he sees that he's gaining ground in international credibility, reputation and consideration as a statesman the more he seems to favour this transformational evolution in Italy”.
Dunque qualcosa come: 
Penso che si accorga di guadagnare tanto più terreno in termini di credibilità internazionale, reputazione e considerazione come statista, quanto più dà mostra di favorire questa evoluzione trasformazionale in Italia”.
Insomma, la versione di Monti è che Silvio l'appoggia perché questo gli consente di riacquistare punti agli occhi degli osservatori internazionali.

'Spiterina.

Se così fosse, sarebbe la solita storia, in pratica: anche stavolta, per il Sire di Arcore, una scelta politica all'insegna del conflitto di interessi.

Un appoggio ad personam, in pratica.

Altro che "vero statista".

Per dirla con Sallusti: e adesso come la mettiamo?


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giovedì 12 gennaio 2012

I benpensanti - 2


Il radicale Maurizio Turco: voterà contro l'arresto di Nicola Cosentino.

Nelle file dei benpensanti, c'è anche Maurizio Turco, radicale e - cosa da non poco - membro della Giunta per le autorizzazione della Camera (suo uno dei 10 voti del no all'arresto per Cosentino nella votazione di martedì terminata 11-10 a favore dell'arresto).

L'Onorevole Turco, in un'intervista rilasciata ieri, quasi poetica nel suo essere surreale (questo l'incipit: “l'indecisione che mi si è attribuita in questi giorni non era indecisione: non avevo deciso quale voto fare”...) ha delineato con lucidità invidiabile il cuore pulsante dell'argomentazione che lo spingerà oggi a votare contro l'arresto di Cosentino (qui l'audio, dal minuto 8:30):
(se Cosentino era consapevole) perché richiedi l'arresto per concorso esterno? Se sei il referente nazionale tu devi essere giudicato come componente della banda, devi andare in 41 bis [...]  Ad un referente nazionale non gli si dà il concorso esterno, gli si dà il concorso interno. Ecco, ci sono queste incongruenze...”
Sorvolando sugli aspetti giuridici (concorso interno?!) e su quelli logici (‘referente’ è per definizione qualcuno cui ci si riferisce, dunque di fatto esterno), la sorpresa sta tutta in quel “concorso esterno” chiamato in ballo da Turco.

Perché le accuse rivolte a Cosentino, in questa seconda tornata giudiziaria, parrebbero ben altre: riciclaggio (aggravato dalla finalità mafiosa), falso e violazioni delle leggi bancarie (qui l'ultima parte del carteggio del Tribunale del riesame).

Sorge il dubbio che Maurizio Turco si confonda con l'altro provvedimento a carico dell'Onorevole - il processo è tuttora in corso - quello cioè per cui si votò il 10 dicembre 2009.
Allora sì che l'accusa era “concorso esterno in associazione camorristica” (la Camera respinse la richiesta di custodia cautelare per il deputato del PdL: l'Onorevole Turco si espresse già allora contro l'arresto e del resto, con coerenza, aveva votato anche contro le dimissioni di Cosentino, nella seduta del 28 gennaio 2009).

A poco tempo dal voto, insomma, anche per l'Onorevole Turco la domanda è la medesima rivolta agli altri benpensanti: ma lei che carte ha letto, Onorevole, per decidere di votare no all'arresto di Nicola Cosentino?

Tanto più che le parole conclusive del giudice del Tribunale del Riesame sono state, per la precisione:
molteplici elementi probatori gravi e convergenti consentono di ritenere dimostrata nell'attuale fase procedimentale la sussistenza della fattispecie prevista e punita dall'art. 648 ter”.
Più chiaro di così...

P.P. [Post Post]
L'articolo citato si riferisce al reato di riciclaggio di denaro, tanto per intenderci.
Lo dico a beneficio di quanti non sono addentro alla materia.
Perché senza dubbio una cosa come questa non può sfuggire ad un deputato membro della Giunta per le autorizzazioni quale l'Onorevole Turco.
Giusto?

[La prima puntata de I benpensanti la trovate qui]


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domenica 8 gennaio 2012

Monti da Fazio: qualcosa è cambiato.

Il Presidente del Consiglio Mario Monti intervistato da Fabio Fazio

Il Presidente Monti, ospite di Che Tempo che Fa, dà ancora una volta prova, come in altre circostanze negli ultimi giorni, di come debba essere un capo del Governo (qui il video dell'intervista).

Lo si capisce bene da alcune sue battute.

Per esempio quando Fazio gli chiede i motivi del suo ‘ottimismo’. Monti lo corregge: “sono fiducioso”.

Oppure quando deplora la tendenza della politica degli ultimi anni di rispondere a tutte le domande pur di dare una risposta, rivendicando invece l'importanza di una riflessione più articolata riguardo alcune questioni complesse, sulle quali qualsiasi risposta immediata rischierebbe di essere frettolosa o casuale.

Guardate che non sono aspetti da sottovalutare.

Giudicheremo con attenzione, provvedimento dopo provvedimento, la politica del tecnico Monti.

Ma più passano i giorni più è forte l'impressione che Monti possa essere molto utile al nostro paese, in un momento difficile e confuso in cui l'immagine della politica appariva ed appare ancora consunta e lacera, intrisa com'è di beceri populismi e di sterili ricerche del consenso a scapito di linee politiche definite e credibili.

Monti ha dato mostra di avere ben chiara questa condizione di svilimento in cui versa la politica, tanto da affermare che tra i suoi obiettivi c'è quello di normalizzare in qualche modo i partiti e i reciproci rapporti fra di essi. Un obiettivo ambizioso, che - diciamocelo - gli fa onore.

Se poi vogliamo parlare di contenuti, un'altra notazione rilevante è che di tutto il chiacchiericcio politico cui eravamo oramai abituati e quasi rassegnati, nelle risposte di Monti non c'è praticamente traccia. 

Ora si parla davvero di politica. 
E guardate che di cose ne sono venute fuori tante e significative. Un intero programma politico, a ben vedere.

A partire dalla lotta serrata all'evasione - scontato il riferimento all'operazione Cortina - che Monti considera giustamente fondamentale.

Per continuare (occhio al linguaggio) col “disarmo multilaterale delle corporazioni e dei privilegi”.
Un obiettivo spiegato in modo chiaro: siamo abituati a tutelare ciascuno la propria categoria (anche a discapito delle altre): è giunto il momento di invertire la rotta.

Altro punto in agenda enunciato da Monti: dare un'occupazione ai giovani, e non precaria, dettaglio non da poco uscendo dall'epoca del berlusconismo per cui il lavoro a tempo determinato appariva quasi un inevitabile segno dei tempi, da non demonizzare più di tanto.

E ancora le liberalizzazioni (compresi i gruppi energetici) e - a quanto è parso di capire - una qualche forma di privatizzazione della Rai.

Un programma impegnativo e per certi versi rivoluzionario se si pensa all'immobilismo degli ultimi anni, nei quali tante montagne di parole hanno partorito altrettanti topolini, ma soprattutto hanno prodotto molteplici smottamenti.

Parlando come Capo del Governo, doverosa e sensata mi è parsa infine la riflessione sull'antipolitica: nella contrapposizione tra opinione pubblica (cittadini) e politica, Monti - dicendo di far parte della prima categoria - ha rilanciato la necessità di un rapporto più equilibrato. E ha invitato tutti a chiedersi cosa ognuno fa per il proprio paese e come può contribuire a migliorarlo.

Quasi un messaggio a ritrovare, in generale, un pensiero etico, l'orgoglio della comunità civile, il piacere del contribuire - come si può - ognuno al benessere dell'altro.

Solo due mesi fa, la politica italiana era preda di un ultrasettantenne plurindagato per ogni tipo di reato, col pallino delle diciottenni, l'ottimismo forzato da pubblicità dei dentifrici e i ministri in odore di mafia.

L'aria è leggermente cambiata, ne converrete.

Molto - lo ha fatto capire lo stesso Monti con un fugace riferimento (“lavoriamo tutti sotto questa grande ispirazione del Capo dello Stato”) - lo dobbiamo al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano (non a caso bersaglio preferito del Giornale, negli ultimi tempi).

Uscire da quel periodo buio era fondamentale. 
Lo sarebbe stato anche se non avessimo avuto una gravissima crisi economica in atto.
Perché, di quel passo, il nostro paese sarebbe presto imploso.

Non ne siamo usciti, ancora. Né dalla crisi né dal solipsismo italiota in cui la nostra società si è ripiegata sempre più negli ultimi anni.

Ma una figura come Monti, autorevole, esperta, seria, rigorosa, può essere utile per ricordare a tutti cosa dovrebbe essere la politica: responsabilità, serietà, riflessività, priorità data alla collettività, intransigenza con chi rema contro la società, obiettivi a breve ma anche a lungo termine, decisioni ponderate e qualificate (che ci piacciano oppure no).

Non è poca cosa, per come eravamo messi.

Il resto lo giudicheremo strada facendo. 


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giovedì 13 ottobre 2011

Nemici miei - Atto II...

Domenico Scilipoti e Silvio Berlusconi: scene da un matrimonio. Finito?

Una delle cose più inquietanti di tutta questa storia di assenze strategiche, non voti, interviste 'minatorie' rilasciate qua e là e gazze tiratrici varie - ché falchi mi pare eccessivo! - è la spavalderia e la spregiudicatezza con cui si muovono taluni, in questo particolare momento storico della nostra repubblica.

Domenico Scilipoti, ad esempio - politico di cui ognuno può giudicare le gesta eroiche compiute dal 14 di dicembre dello scorso anno ad oggi - intervistato dal Corriere della Sera sulla sua assenza chiave durante il voto della Camera di due giorni fa ha dichiarato:
"C'erano rischi? Potevano farmi una telefonatina!"
Come se la responsabilità parlamentare ("responsabilità": vi dice nulla questa parola associata a Scilipoti, Segretario del Movimento di Responsabilità Nazionale?!) fosse, come dire, on demand, a richiesta. 
Anzi meglio: on call, su chiamata!

E badate che Scilipoti si è spinto addirittura oltre, nell'analisi della situazione politica del governo, quando ha chiosato:
"Io non ci parlo con quelli che stanno in Parlamento da trent'anni e si propongono come alternativa a Berlusconi" (Scajola e Pisanu, Ndr).
E ha aggiunto: "rin-no-va-re, rin-no-va-re"!

Non è un caso che il Re dei Peones - come lui stesso si è definito a suo tempo - da sempre parli di sé in questi termini, sul suo sito personale:


"Il nuovo che avanza", si definisce.

Il concetto è lo stesso ribadito più volte, l'ultima in un comunicato stampa datato 11 ottobre, due giorni fa (grassetto mio):
"È una cosa triste che personaggi che siedono da trent’anni sugli scanni parlamentari non trovano il buon senso di mettersi da parte e permettere ai veri nuovi, cioè a quelli che fanno i parlamentari solo da pochi anni, di agire"
Badate che soltanto una riga prima Scilipoti aveva detto:
"Nella complessa situazione storico-economica che stiamo vivendo, il Presidente Berlusconi rappresenta ancora il nuovo".
Ed ecco le parole di Scilipoti a neppure 24 ore di distanza, nell'intervista al Corriere sopra citata:
"Berlusconi di qua, Berlusconi di là... Senta: io, quando feci la scelta che sappiamo, e che m'è costata cattiverie e insulti, decisi con il Cavaliere un certo tipo di percorso. Ora, visto che le cose non stanno andando come previsto, io entro nel dibattito che s'è sviluppato dentro la maggioranza, e sto, come dicono quelli che parlano bene, nella dialettica, e mi muovo, ascolto".
Come cambiano rapidamente gli scenari parlamentari in questo delicato momento, vero?

Questione di ore, addirittura.

Un po' come il 14 dicembre 2010.

E domani, giorno della fiducia, sarà nuovamente 14.

Che sia un segno?


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sabato 8 ottobre 2011

L'incontro: Stefano Folli nella Città Invisibile.



Stefano Folli, già Direttore del Corriere della Sera ed oggi editorialista del Sole 24 ore, ha concesso alla Città Invisibile un'intervista sulla situazione politica italiana (e non solo).

Dott. Folli, intravede qualche analogia tra la fine della prima repubblica e quello che molti chiamano "il crepuscolo della seconda repubblica", cioè il momento attuale della politica italiana?
«In effetti si sta un po' ripetendo un copione che abbiamo già conosciuto. La fine della prima repubblica fu la disgregazione del sistema politico fondato sui partiti. Ora stiamo assistendo ad un'estrema difficoltà delle forze politiche di interpretare i cambiamenti del paese e pertanto di governare. Questo porta ad una sorta di paralisi e quindi in qualche modo ad un rischio di collasso. Certamente la seconda repubblica è fallita. La prima repubblica non era fallita, si era consumata. Oggi invece, a distanza di 17 anni, stiamo assistendo alla consunzione di una seconda repubblica in fondo mai nata. Questo è qualcosa che somiglia ad una analogia ed è qualcosa che preoccupa per il futuro».
Taluni osservatori politici sostengono che il centrosinistra sia stato, negli anni, fin troppo tenero con Berlusconi e che questa ricerca di buonismo sia uno dei principali motivi della perdita di identità del centrosinistra stesso. Qual è la sua idea al riguardo?
«Penso che l'Italia non ha avuto una opposizione capace di presentarsi come alternativa credibile al governo di centrodestra. Quando il centrosinistra è andato al governo si è dilaniato rapidamente. E oggi non riesce secondo me ad offrire un profilo convincente. Non parlerei tuttavia di “buonismo”. Parlerei di difficoltà ad interpretare con vigore un'opposizione che sia realisticamente credibile. Questo non significa che il centrosinistra non possa vincere le prossime elezioni; le può vincere in relazione alle crescenti difficoltà di Berlusconi, ma non sarebbe una vittoria che denoti una sintonia ritrovata con il paese. E questo potrebbe portare all'ennesima prova di cattivo governo. Cosa che naturalmente non possiamo certo augurarci in un momento simile».
Qual è stato, a suo giudizio, il più grande errore politico di Silvio Berlusconi?
«Palesemente quello di non essere riuscito, non aver saputo o non aver voluto costruire le istituzioni della seconda repubblica. Berlusconi ha avuto l'intuizione del bipolarismo, l'intuizione di aggregare delle forze disperse e di riportarle alla vittoria elettorale, è stato uno strepitoso uomo di campagna elettorale, ma assolutamente insufficiente come “costruttore di istituzioni”: questo è il suo peccato storico. Sarebbe troppo facile dire soltanto che si è occupato prevalentemente dei suoi problemi personali. Ha mancato proprio nella visione istituzionale, che deve essere propria di un Presidente del Consiglio che resta sulla scena appunto per 17 anni, tutto l'arco della cosiddetta seconda repubblica». 
Sul ruolo della Lega: sempre più spesso si sente parlare dei malumori della base. Lei ritiene che questi malumori possano essere tra le cause di un eventuale crisi di governo? 
«È possibile. Anche se questo presuppone un rovesciamento di Bossi. Perché Bossi ha fatto palesemente la scelta di sostenere Berlusconi fino alla fine: solo se fosse messo in minoranza all'interno della Lega lo scenario cambierebbe completamente. Ma questo al momento mi pare difficile, perché Bossi ha ancora un ascendente enorme sul suo partito, come dimostrano ad esempio le difficoltà di Maroni, che non riesce a trovare un vero spazio politico. In definitiva, se ci fosse una fine dell'era Bossi, ci sarebbe senza dubbio la fine dell'era Berlusconi».
Nella sua rubrica Il Punto, lei sottolinea che le parole di Bagnasco lasciano intravedere un progetto di riaggregazione dei politici di ispirazione cattolica di ambo le parti. Si punta secondo lei, in qualche modo, ad una nuova Democrazia Cristiana? O a cosa?
«Non credo a una nuova DC in senso stretto. Penso che la Chiesa guardi alla fine dell'era di Berlusconi – alla quale comunque siamo vicini - e si ponga il problema di una forza moderata che sappia occupare stabilmente il punto di equilibrio del sistema e lo sappia orientare. Non sarà una DC, può essere anche qualcosa di completamente nuovo, ma in ogni caso non direi che il discorso di Bagnasco è soltanto sui valori. È un discorso che ha senz'altro una prospettiva politica».
Veniamo allo scontro tra Berlusconi e la magistratura. Sempre nella sua rubrica Il Punto lei dice che il ruolo del Presidente della Repubblica sarà fondamentale in questo lacerante conflitto. Ritiene che se questo ruolo di mediatore fallisse, Napolitano si vedrebbe costretto a sciogliere le camere per evitare che lo scontro tra istituzioni arrivi ad un punto di non ritorno? Che scenari immagina in questo caso?
«Non credo che il presidente Napolitano possa sciogliere le camere per lo scontro con la magistratura. Lo scontro c'è stato già ed è stato duro, durissimo - e nulla esclude che possa essere ancora più duro - ma non credo che possa essere determinante per lo scioglimento delle camere. Per questo occorre che vi sia un fatto parlamentare. Il Parlamento deve cioè manifestare un dissenso, una lacerazione dentro la maggioranza. Se questo non avviene, non credo potrà esserci uno scioglimento delle camere».
A proposito del Presidente Napolitano: quando Futuro e Libertà presentò la famosa mozione di sfiducia nel novembre 2010, il Presidente della Repubblica fece in modo che il voto slittasse di un mese. Lei ritiene che sia stata questa la causa principale per cui il governo si è salvato, come molti sostengono?
«Io non sono convinto di questo. Penso che il Presidente della Repubblica si sia mosso con cautela perché in quel momento c'era il rischio concreto che il governo cadesse con la finanziaria aperta e quindi la situazione avrebbe potuto creare enormi problemi per la credibilità del paese, come abbiamo visto con tutti quei nodi che sono poi venuti al pettine più di recente: avremmo rischiato di esporci alla speculazione e ai mercati internazionali. Lo slittamento pertanto, in quel momento, era nell'interesse del paese e non credo che il rinvio del Presidente della Repubblica - dettato da giuste considerazioni – possa essere stato la causa del cambiamento di scenario in Parlamento».
Quando vi fu la scissione dal PdL, Futuro e Libertà aveva un potenziale enorme e i sondaggi lo attestavano tra il 6 e l’8%. Oggi siamo al 3% circa. Cosa è accaduto e dove hanno sbagliato?
«In politica non basta avere ragione in modo astratto. Bisogna avere ragione al momento giusto e quando la prospettiva ti permette di raccogliere consenso sulla tua azione. Secondo me Fini ha agito in maniera legittima, dal suo punto di vista, ma intempestiva dal punto di vista politico: Berlusconi era troppo forte in quel momento e non c'era un vero spazio politico che si potesse colmare. Questa è stata una sottovalutazione dei rapporti di forza molto grave. Del resto non basta essere popolari sui mass-media o avere un risalto mediatico: occorre saper interpretare i processi politici. Non c'è dubbio che in futuro avremo un centrodestra, un'area moderata, che non sarà più berlusconiana, ma bisogna saper interpretare i processi politici anche nelle loro tortuosità, nella loro lentezza. Voler prendere scorciatoie, alle volte, può essere molto pericoloso».
Berlusconi ha fortemente voluto l’elezione di Angelino Alfano come segretario del partito. Ma la guerra alla successione è già iniziata e serpeggia evidente nelle file del Pdl, tanto che sempre più spesso si parla di primarie. Il Popolo delle Libertà riuscirà a sopravvivere a Berlusconi?
«Il Popolo delle Libertà non lo so. Tenderei a dire di no. L'area moderata sì: questo è un paese che ha un forte radicamento moderato, che nel corso dei decenni - dal dopoguerra in poi - ha sempre trovato assetti diversi, ma ha sempre mantenuto grossomodo la sua forza elettorale complessivamente intesa, tendenzialmente maggioritaria nel paese. Il Pdl è una forma politica transeunte, molto legata alla personalità di Berlusconi. Il futuro sarà di chi saprà interpretare quest'area moderata meglio di altri. Le primarie possono essere uno strumento, ma presuppongono un Pdl che rimanga compatto e questo potrebbe non essere. Mi sembra che, sia pure su un piano diverso, la Chiesa si ponga il problema del futuro dell'area moderata in maniera più sottile. Quello che credo è che Alfano e gli altri che aspirano ad interpretare, nel futuro, questa area moderata debbano fin d'ora saper prendere le distanze da Berlusconi. Fini ha esagerato in un senso, ma non vedere che Berlusconi sta andando verso la fine della sua stagione e non stabilire alcuni ponti verso il futuro è un atteggiamento che può diventare rischioso per le sorti del paese. Non ci si può limitare ad appiattirsi su Berlusconi. Alfano qualche segnale l'ha dato ma, secondo me, ancora insufficiente».
Ritiene possibile che alla fine la stessa maggioranza si decida ad estromettere Berlusconi?
«Mi sembra molto difficile».
L’alleanza Di Pietro-Bersani-Vendola viene vista, non solo a destra, come un’armata brancaleone. Secondo lei potrebbe funzionare, ha qualche chance?
«Se la crisi del centrodestra dovesse continuare ad avvitarsi, è possibile che – complice una legge elettorale che dà un grosso premio di maggioranza alla Camera – questa alleanza possa vincere. Naturalmente è un'alleanza che può vincere le elezioni, ma difficilmente può governare senza una coesione programmatica. Questo porrebbe innanzitutto il problema di un'alleanza col centro, nient'affatto facile. Quando anche avessero i numeri alla Camera, poi, ci sarebbe il problema del Senato. Ecco perché non sembrano esserci le condizioni necessarie di stabilità e di buon governo per un'alleanza simile».
Sempre sul centrosinistra: molti sostengono che il PD abbia perso fin troppo tempo a cercare un leader e poco a costruire programmi e contenuti. Qual è la sua idea al riguardo?
«Lo penso anch'io. Non hanno un'idea forte da proporre al paese. La loro lettura della società italiana è troppo tattica e poco di prospettiva».
Alla fine della giostra cosa farà l’UDC? Andrà a destra o a sinistra?
«Se i due ghiacciai del bipolarismo non si saranno scongelati, andrà da solo. Se ci sarà un segnale di crisi forte, allora Casini si giocherà la partita nel centrodestra».
Ed Miliband, eletto il 25 settembre segretario del Labour, ha 42 anni; Barack Obama 50 anni; Josè Zapatero 51 anni, Nicolas Sarkozy 56 anni; Angela Merkel 57. Come mai in Italia non riusciamo a sconfiggere la gerontocrazia (non soltanto in politica naturalmente)?
«Secondo me perché abbiamo avuto in definitiva un sistema piuttosto bloccato. La classe dirigente che entrò sulla scena nel dopoguerra, dal 46 al 48 diciamo, era in realtà molto giovane. Essendo molto giovane, e mancando la valvola dell'alternativa, si è consolidata al potere per molti anni. Lo ha fatto cooptando, talvolta, alcuni personaggi più giovani ma complessivamente il meccanismo era tutto in mano ai giovani del 46. Poi c'è stata l'involuzione e la caduta della prima repubblica. Con la seconda repubblica abbiamo avuto una fase in cui alcuni personaggi più giovani sono venuti sulla scena. Casini e Fini erano tutto sommato dei giovani, nel 94-95. Il fatto è che poi si sono come “fossilizzati”. Anche perché, come si diceva prima, la seconda repubblica di fatto non è mai nata e si è ingessata. L'ingessatura è ciò che produce una difficoltà nel ricambio delle classi dirigenti. Aggiungo in proposito che oggi noi non abbiamo dei meccanismi che aiutino una crescita di nuove leve. Nella prima repubblica era relativamente più semplice. C'erano gli enti locali, ad esempio, che erano delle fucine di nuova classe dirigente. Ora è tutto più difficile, certi collegamenti si sono spezzati. Viviamo appunto dentro questa ingessatura e i ricambi avvengono soprattutto per via traumatica. Se Berlusconi dovesse uscire di scena in modo non politicamente semplice, vi potrebbero essere degli sconquassi e questo potrebbe portare alla ribalta dei personaggi nuovi. Anche se in fondo non c'è poi da augurarsi dei traumi così ripetuti».
Come giudica la rete e il fenomeno dei blogger?
«Molto positivamente. Lo giudico come un grande fenomeno di diffusione delle idee e di grande e appassionato dibattito civile. In questo senso un grande fenomeno di democrazia. Con dei rischi, perché saltare tutte le mediazioni comporta comunque dei rischi. E tuttavia mi sforzo di vederne soprattutto i lati positivi».
Quale futuro immagina per il giornalismo? La carta stampata è destinata a cedere il passo all'informazione dei nuovi media?
«In buona misura sì. Questo sono i fatti a dimostrarlo già oggi. Le giovani generazioni comprano pochissimi giornali e si affidano per lo più, anche per l'informazione, agli strumenti elettronici. Questo naturalmente comporta il rischio che venga in qualche modo meno il momento della riflessione, ma è un rischio da correre. Sarà il web che dovrà trovare in se stesso la correzione dei suoi difetti e dei suoi limiti, cioè il modo di favorire la cultura e la riflessione, funzione svolta per decenni e per secoli dalla carta stampata. Non credo per altro che la carta stampata scomparirà. Ridurrà molto il suo range; ci saranno giornali più di nicchia, che avranno un pubblico più ristretto e che dovranno essere fatti molto diversamente da oggi. Oggi le aziende editoriali costano tantissimo perché hanno anche uno spettro informativo molto ampio da coprire: se viene meno questo, viene meno il motivo di tenere su delle aziende editoriali mastodontiche e si arriverà dunque a giornali più snelli. Anche le fonti di informazione sono meno care di una volta. Gli uffici di corrispondenza – ad esempio – avranno meno senso, in prospettiva. Ergo penso che la carta stampata sopravviverà in maniera diversa, integrandosi per quanto possibile col web».


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domenica 2 ottobre 2011

Il ministro Brambilla, l'Apocalisse e il cavaliere (in)esistente.

I Cavalieri dell'Apocalisse, di Victor Vasnetsov.

Le sue metafore ardite spaziano efficacemente dal mondo della stregoneria (nessuno ha "la bacchetta magica"), a quello dell'alchimia (il documento della Marcegaglia vuole essere "la pietra filosofale di chi ha compiti di governo"), a quello militare ("l'Italia non può permettersi di restare senza comandante"), a quello sportivo ("è più comodo osservare la partita e fare i commenti a bordo campo").

Qualche problemino, il ministro del turismo Michela Vittoria Brambilla, mostra di averlo soltanto con l'ambito biblico.

Ecco le sue parole in un'intervista al Corriere della Sera (2 ottobre), prontamente rilanciata sul sito dei Promotori della Libertà:
La Marcegaglia e gli altri hanno la presunzione di presentarsi come i cinque dell’Apocalisse.
Com'è noto, i cavalieri dell'Apocalisse sono quattro: Guerra, Carestia, Pestilenza e Morte.

Evidentemente un lapsus freudiano deve aver fatto affiorare alla mente della sciura Brambilla il nostro personalissimo e apocalittico Cavaliere:


Quattro più uno uguale cinque, per l'appunto.

Se la matematica, almeno quella, non è ancora diventata un'opinione.


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lunedì 12 settembre 2011

Satrapi ricchi e viziati.

A soli dieci giorni di distanza (!) dalla notizia che la cantante Madonna ha dichiarato di concordare sul giudizio espresso a suo tempo dall'Economist su Silvio Berlusconi ("inadatto a governare l'Italia"), oggi è partito il fuoco nemico del PdL all'indirizzo della popstar italo-americana.

Il duo Giovanardi-Santanchè ha inanellato le seguenti perle a KlausCondicio:
(Giova) "l'Inghilterra è un Paese in preda a un evidente sfascio delle strutture familiari, a una disgregazione totale della società. Insomma se il pulpito cui si ispira Madonna è quello inglese allora possiamo stare tranquilli".
(Santa) "Mi auguro a questo punto che gli italiani pensino di lei quello che lei pensa di loro e che, quindi, il suo peraltro stroncatissimo film se lo veda da sola".
Ai due supereroi si è aggiunta una sobria Gabriella Carlucci, che ha inteso buttare acqua sul fuoco per rasserenare il clima incandescente:
"Evidentemente ha un ufficio stampa comunista che le ha detto di dire così per farla uscire meglio sui giornali comunisti". E' stata certamente imbeccata".
E tuttavia, la palma d'oro per l'affermazione più bislacca va a Giovanardi, che alle solite dichiarazioni omofobe ("la signora Ciccone è apertamente per le famiglie omosessuali, quindi schierata palesemente contro la nostra cultura e la nostra Costituzione che non prevedono famiglie gay") ha ritenuto di dover  aggiungere: 
"Il pensiero politico di Madonna non conta nulla. Gli italiani sanno che è una supermiliardaria e non è che la gente si lasci irretire da questi satrapi ricchi e viziati".
Non c'è che dire: il sottosegretario è davvero un profondo e attento conoscitore dello stivale e della sua gente, notoriamente mai caduta nella rete di alcun supermiliardario satrapo, ricco e viziato!

P.P. [Post Post] Se avete stomaco e con insano autolesionismo decidete di ascoltare gli audio cliccando sui nomi dei vari personaggi, vi prego di prestare attenzione a quelli che a me sono parsi i due aspetti più inquietanti: gli intercalari di Klaus Davi ("esatto" a rafforzare le dichiarazioni pro Silvio e contro Madonna) e le sue domande. Su tutte questa: "perché dicono cose così disinformate? Da dove derivano tanti pregiudizi?"
Già, quesito sacrosanto: da dove deriveranno mai queste impressioni negative sul nostro Premier?
Certo che al mondo ce n'è di gente strana, eh Klaus?!


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sabato 20 agosto 2011

Libero, Bersani e la preoccupazione sovversiva.

In pratica funziona così: di' che nel paese non tira una bella aria - un'aria da gente inviperita con una certa politica e stanca dei privilegi a senso unico: un'aria pericolosa, in un aggettivo - e ti chiamano "avvoltoio", "uccello del malaugurio".

Mi riferisco agli amici di Libero, ieri, nei confronti di Pierluigi Bersani.

Guardate qua:

                             

Un'intervista del Segretario del PD al Messaggero trasforma Bersani in uno che sogna la piazza violenta e lo scontro di piazza.

Per via di queste parole:
«C’è in questo momento in Italia una paura, un’incertezza, un disamore e uno scoramento che non ha precedenti. C’è anche un distacco pericoloso dalla politica e dalle istituzioni: temo che questo dato sia largamente sottovalutato. La temperatura è molto più alta di quel che comunemente si pensi. Basta una scintilla perché queste cose possano sfociare in ribellismi. O può essere anche una tensione sorda e forse perfino più pericolosa, un disamore totale»
Che preoccupazione eversiva, eh?

Anche un bambino si accorgerebbe che i timori di Bersani appaino tremendamente fondati.

E invece no, Belpietro e colleghi devono costruire la notizia evocando l'immarcescibile spauracchio della sinistra no-global collusa coi centri sociali e cugina dei vari black-block di tutto il mondo.

Poi, come se non bastasse, ci infilano una balla grossa come una casa e si sentono a posto con la coscienza.
La balla è nel sommario, proprio sotto al titolo:
"Il Segretario del Pd non presenta nessuna controproposta".
Peccato che ben sei giorni fa (non sei minuti, né sei ore: sei giorni) Bersani e il PD abbiano presentato la loro controproposta in ben 7 punti, per altro di tutto rispetto.

Proposta per la quale, ad oggi, si attende ancora un cenno di riscontro dal Governo.

Ma agli amici di Libero questo non importa nulla.

Quello che gli interessa è essere pronti ad additare il loro colpevole se un domani, in qualche piazza d'Italia, dovesse saltare la mosca al naso a qualche facinoroso. 

Colpevole che non sarà l'autore del gesto, ma quello che definiranno come il mandante politico.

Che a sua volta, naturalmente, sarà chiunque ad eccezione degli autori primi dello smottamento della democrazia in Italia, quel Popolo delle Libertà che agli ordini del Sire di Arcore legifera da un ventennio come un sol uomo, invalidando di fatto la nostra repubblica parlamentare.

Così, il mandante politico delle eventuali mosche che salteranno al naso sarà, ad esempio, l'incendiario Bersani.

Che detto in altri termini sarebbe come incolpare dell'incendio di Roma chi - preoccupato - chiama a gran voce i soccorsi avendo visto qualcuno palesemente intento ad attizzare il fuoco già appiccato da Nerone.

Con grande religiosità, rendiamo tutti insieme grazie a Libero.

Per l'ennesima pagina di giornalismo dell'Italia che non vogliamo.


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lunedì 18 luglio 2011

Bufala di una notte di mezza estate (primo tempo).


Ora, intendiamoci.

Non so se la escort barese Patrizia D'Addario sia stata effettivamente "usata per colpire Berlusconi", come lei stessa afferma oggi con gran clamore (naturalmente a Libero).

Che la questione appaia piuttosto inverosimile, al vaglio dei fatti, appare un eufemismo.

Il bello (si fa per dire) di tutta questa vicenda, tuttavia, è un altro: la disinvoltura con cui la stampa filo-Caimano cavalchi una notizia traballante per tentare di sviare l'attenzione dallo psicodramma berlusconiano in atto (con l'Italia economicamente alle corde e una manovra finanziaria appena approvata che ha scontentato tutti) e di riabilitare al contempo l'immagine e la reputazione - sempre più logore - del Sire di Arcore.

Dico questo perché una cosa deve essere ben chiara: il fatto più eclatante della storia accaduta due anni fa - cioè il ricevimento di escort da parte del Presidente del Consiglio a Palazzo Grazioli, sede istituzionale - la D'Addario non lo smentisce, né potrebbe d'altronde, date le prove da lei stessa prodotte in tal senso.

Ora: possiamo stare fino a domani a chiederci se la D'Addario ha prodotto quelle foto e quegli audio perché le hanno consigliato di farlo - più o meno insistentemente - o per sua stessa scelta.

Il motivo dello scandalo rimane intatto: il Premier - quello che per sua stessa ammissione "non ha mai pagato per andare con una donna" - riceveva escort in una sede istituzionale.

Tutto il resto sono chiacchiere da bar.

O notizie da "Libero", se preferite.

Che poi, in fin dei conti, è la stessa cosa. No?


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lunedì 11 luglio 2011

Domenico è sempre Domenico...

Scilipoti e Berlusconi durante la presentazione del libro dedicato al "Re dei Peones".
La scorsa settimana, il giorno della presentazione del suo libro, Scilipoti è stato intervistato sulla norma salva-Fininvest.

In un momento della breve intervista (il video completo lo trovate qui), sentite un po' cosa dice il buon Domenico:



Congiuntivi a parte ("io spero che si trovano"), sentito dunque?

Scilipoti si dichiara "un positivista", cioè uno che pensa "sempre in positivo".

È un vero peccato che il positivismo sia stato (grassetto mio) "un movimento filosofico e culturale ispirato ad alcune idee guida fondamentali riferite in genere all'esaltazione del progresso e del metodo scientifico che nasce in Francia nella prima metà dell’800 e che si diffonde nella seconda metà del secolo a livello europeo e mondiale" (fonte Wikipedia).

Ora: passi la guerra alla sintassi e alla grammatica; e passi pure il neologismo in quanto tale...
Ma che un fautore della medicina "olistica", sponsor di esperti in branche alternative quali:

  • Medicina Vibrazionale ed Esogetica;
  • Psicosciamanesimo e Sciamanismo;
  • Fire-walking (camminata sul fuoco);
  • Tarocchi evolutivi,

si prenda la libertà di associare impunemente la sua persona ad un movimento filosofico che esalta il metodo scientifico... no, scusate, dite la sincera verità: non vi sembra, francamente, un tantino eccessivo?!

[Se per caso aveste perso il mio post sull'autrice del libro "Scilipoti, Re dei Peones", lo trovate QUI]


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martedì 22 febbraio 2011

Le tautologie del Presidente Napolitano.

Il Presidente? Costretto alla tautologia...

[Dal Prof. Woland per la Città Invisibile]


Il Leitmotiv del coro dei collaboratori e sostenitori del Premier, negli ultimi tempi, è sempre più fantasioso e ridicolo.

Alcuni esempi.

Giuliano Ferrara scomoda prima Shakespeare  poi Kant, il filosofo etico per antonomasia, per giustificare le ‘debolezze’ di Berlusconi.

Vittorio Sgarbi dice, a proposito di talune ‘chiacchierate’ donne che hanno commerci con persone ricche ed influenti, che non di prostituzione bisogna parlare ma di ‘furbizia’ (sic!).

Marco Taradash elabora un contorto teorema che potrebbe essere così enunciato “il vero problema non sta nell’attendibilità dell’accusa, bensì nella sua enormità”.
Come dire che se una madre uccide il proprio bambino nessun Pm deve azzardasi a muovere l’accusa, che sarebbe troppo grave ed infamante per la povera donna.

Giuseppe Cruciani emula Ludwig Wittgenstein. La sua celebre frase “su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere” (che il nostro valente giornalista avrebbe fatto bene a prendere alla lettera) diventa nella sua ‘arguta’ parafrasi “i reati che non si possono dimostrare non vanno indagati”.

Fabrizio Rondolino sostiene che non è affatto strano che alcune signore siano state cooptate nel sistema politico solo perché conoscevano (sic!) Berlusconi. In fondo, è la sua tesi, tutti conoscono qualcuno. Come dire che Andreotti conosceva De Gasperi o Togliatti conosceva Gramsci.

L’elenco potrebbe continuare all’infinito.

A fronte di questa rincorsa all’immaginazione più fervida e paradossale, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in una intervista rilasciata al giornalista Thomas Schmid alla vigilia della sua visita ufficiale in Germania e pubblicata da "Welt am Sonntag" con il titolo "La Fortuna dell'Italia", ha pronunciato (c’è da pensare dinanzi ad uno stupito giornalista) due sconcertanti tautologie:

1. «Io credo che un Governo regge finché dispone della maggioranza in Parlamento e opera di conseguenza»
. 
2. «Sia la nostra Costituzione, sia le nostre leggi garantiscono che un procedimento come questo, in cui si sollevano gravi accuse che il Presidente del Consiglio respinge, si svolgerà e concluderà secondo giustizia».

Ebbene, secondo voi, quanto potrà essere grave la situazione italiana, se un uomo come il Presidente Napolitano, di grande intelligenza e cultura, ha ritenuto di dovere affermare dinanzi ad un giornalista straniero queste imbarazzanti ovvietà?


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giovedì 17 febbraio 2011

In un batter di ciglia.




Dite la verità: li avete guardati bene gli occhi di Nicole Minetti?

Se no, fateci caso. Fidatevi. 

Badate che Nicole è una fucina di spunti per chi ama la comunicazione.

E riguardo a questo, qualche parola sulla CNV oggi fatemela dire.

CNV, sì.

L'acronimo non è riconducibile ad automobili o a motociclette.

Né si riferisce, fortunatamente, a qualche tipologia di arma non convenzionale.

Ed infine no: non è la sigla di un nuovo ceppo influenzale, né di qualsivoglia malattia del secolo.

CNV sta per Comunicazione Non Verbale.

E' l'insieme di tutti quegli elementi che non sono le parole e che pure rivestono un ruolo fondamentale nella comunicazione.

L'intonazione della voce, lo sguardo, i movimenti del viso, i gesti, la postura, l'orientamento del corpo nello spazio, ecc. ecc.: tutto questo (e ancora di più) è il complesso mondo della Comunicazione Non Verbale.

Gli studiosi si dedicano da decenni ad approfondire le specificità di questi elementi della comunicazione; il carattere scientifico di queste ricerche è piuttosto recente.

Gli ambiti della ricerca sono principalmente due: l'impatto della CNV sulla comunicazione e il suo funzionamento.

Riguardo all'impatto, la risposta è unanime: per persuadere, per colpire, per affascinare, per essere incisivi, più che le parole conta come dico certe cose, con che tono della voce, con quale sguardo, a quali gesti ricorro, e via dicendo.

Sul come funzioni la CNV, il dibattito è i molti casi ancora aperto. 

Particolarmente interessante è il filone relativo agli indicatori non verbali della menzogna.

Cosa accade quando una persona mente? Le mani si muovono in un certo modo? E le labbra? Gli occhi?

Molte risposte sono dubbie e necessitano ancora di verifiche.

Nello studio di quelle che vengono chiamate le microespressioni facciali, tuttavia, c'è una ragionevole certezza:  ai bugiardi le ciglia 'lampeggiano', ovvero sbattono, molto più velocemente dei sinceri. 

In particolare, gli occhi possono 'lampeggiare' fino a ben otto volte di più rispetto al normale.

Ciò detto, ora guardatevi d'un fiato questo breve spezzone tratto dall'intervista della CNN a Nicole Minetti.

L'intervistatore le chiede: "Dunque lei nega recisamente di aver procurato in alcun modo delle donne perché si prostituissero al Primo Ministro?"

Risposta di Nicole: "Sì, lo nego... assolutamente sì".

Queste le parole di Nicole. Ma la sua CNV cosa ci rivela?

Guardate voi stessi e, mentre lo fate, prestate molta attenzione al battito delle ciglia:




Visto? 

Nicole prima distoglie un attimo lo sguardo (sembra pensare per una frazione di secondo " e ora come rispondo"?) e poi parla. E, mentre risponde, le sue ciglia aumentano improvvisamente la rapidità di battuta.

Per carità, sicuramente bastavano ed avanzavano i verbali delle intercettazioni e tutte le prove raccolte per il processo.

Però dite la verità: non pare anche a voi che guardare negli occhi una persona ("lo specchio dell'anima"...) conservi sempre inalterato il suo immenso fascino?

Ancor di più, magari, quando può dare indicazioni sulla sua sincerità.

Che si può cogliere anche così, in poco più di un attimo.

In un batter di ciglia, per l'appunto.


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martedì 15 febbraio 2011

Bersani e Pierluigi: gemelli diversi.

Bersani sul quotidiano la Padania strizza l'occhio alla Lega.

Ok. Posso essere d'accordo.

La caduta di Berlusconi che si profila all'orizzonte può far venire voglie strane.

E tuttavia mi piacerebbe capire cosa ha in mente Pierluigi Bersani (e dunque il PD). 

Anzi, vi dirò di più: mi piacerebbe capire se per caso ci stiamo affidando a qualche fine stratega. 

No perché se per caso è così, vorrei sapere se questo stratega è lo stesso delle ultime elezioni.

Ché se lo fosse, potrebbe essere il caso forse, dico forse, di porsi qualche dubbio.

E magari anche di preoccuparsi un po'.

Se invece lo stratega è nuovo di pacca, o se Bersani e lo stratega sono la stessa figura, allora per favore che ci illustri, che ci spieghi, che ci renda edotti. 

Perché francamente qualcuno di noi potrebbe faticare a capire.

Prendete me: da stamani sto disperatamente cercando di unire i puntini.

Di trovare il collegamento tra alcune date con alcuni concetti e altre date con altri concetti. 

E non ne vengo a capo.

Vi spiego.

17 dicembre 2010. Bersani chiama l'alleanza col Terzo Polo:




"Un nuovo patto per superare Berlusconi", invocava allora Bersani. E lanciava una "piattaforma" da discutere "con tutte le forze di opposizione".

Ok. Ci sono. Ce la posso fare.





Altra data, altro patto, stavolta con la Lega.

Lega? Forza non di opposizione, giusto?

Ecco, qui comincio a perdermi.

E provo a spiegarmi la furbata come se Bersani avesse detto più o meno così: "il vostro interesse principale è il federalismo? Ok: ve lo garantiamo noi. Ora mollate 4 a 0 Berlusconi e lavoriamo insieme alla riforma"?

Ecco, sì... davvero interessante, ma se è così... come?!

Con un governo di transizione per fare le riforme e andare fra un anno alle elezioni?

Andando subito alle elezioni con una alleanza trasversale che ragioni su una piattaforma condivisa e metta in minoranza Berlusconi?

Se cerco fra le parole di Bersani, non trovo nulla: il segretario non lo dice (nonostante la prima ipotesi gli venga esplicitamente sollecitata dall'intervistatore).

E allora com'è che dal patto col Terzo Polo si è arrivati a quello con la Lega? Sono complementari o in contraddizione?

Che bailamme.

Non fraintendetemi. Penso che una minima dose della cosiddetta Realpolitik si possa accettare.

Tuttavia, osservo che se da segretario del PD pianifico una strizzata d'occhio alla Lega, devo contestualmente far capire ai miei elettori qual è il senso e dove voglio andare a parare. 

Se no rischio di alimentare confusione nel mio stesso elettorato (come se non fosse già abbastanza confuso, tra l'altro).

In quest'ottica, alcune dichiarazioni dell'intervista, probabilmente, sarebbe stato bene evitarle.

Che so, ad esempio si poteva essere un po' più cauti prima di affermare "non ho bisogno che qualcuno mi spieghi che la Lega non è razzista. Lo so".

Per carità, Pierluigi: io ti voglio credere quando dici così.

Però dì al tuo alter ego Bersani che la prossima volta che scrive lettere ai giornali, come è accaduto col Messaggero il 7 gennaio scorso, non affermi "berlusconismo e leghismo hanno, ciascuno per la sua parte, suscitato una “aggressività dei moderati” che ha fatto da traino ad una cultura di delegittimazione dello Stato, di individualismo, di complicità fiscale, di corporativismo sociale e territoriale, di xenofobia".

Perché qualcuno potrebbe pensare che razzismo e xenofobia siano pressoché sinonimi (certi errori sono facili da commettere!).

E magari dedurne che Bersani e Pierluigi pensino e dicano tutto e il contrario di tutto.

E che magari, se a questo giro si è trattato di dire che i leghisti non sono xenofobi, al prossimo giro potrebbe capitare di sentir dire che Storace non è neofascista.

O magari, a questo punto, perché no: che Berlusconi è vittima di una persecuzione giudiziaria ordita da un manipolo combattente di magistrati comunisti che violano la Costituzione fomentando un golpe morale...

Per favore, cari amici del PD.

Non è più tempo di giocare.

Parlate pure con chi volete.

Ma mettevi prima d'accordo con voi stessi.

Perché, purtroppo, capita che non siano solo gli elefanti ad avere buona memoria. 

Quel progetto infatti, quello che ci avete promesso, lo stiamo ancora aspettando.

E la pazienza del vostro slogan autunnale sta davvero finendo.

[Aggiornamento: a giudicare dai commenti su Facebook, pare proprio che molti non abbiano gradito la mossa del Segretario...]


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