Benvenuti nella città invisibile, ma non silente!

La città invisibile è una contraddizione in termini. Se una città esiste, con le sue case, le strade, i lampioni, gli abitanti, come può essere invisibile?! La città invisibile però c’è: è dentro ognuno di noi. Le fondamenta delle sue case sono quello che abbiamo costruito fino ad oggi, le nostre esperienze passate, gli avvenimenti della nostra vita. I mattoni delle case sono i nostri sogni, le aspettative, le speranze, tutto ciò che vorremmo fosse, domani, presto o tardi che sia. Le vie della città invisibile sono i nostri pensieri, che si ramificano innervandosi e collegano case, ponti, quartieri, costituendo una fitta rete di scambi e connessioni. La città invisibile è lo spazio vivo in cui ognuno si sente quello che è, ed è libero di esprimersi, di sognare, di dire “no”, persino di creare mondi diversi, realtà parallele: con la speranza che quel tesoro invisibile custodito dentro ognuno di noi possa rappresentare la fiaccola del cambiamento e si riesca a passarne, tutti insieme, il testimone. La via per riuscirci, a mio parere, è quella indicata da Italo Calvino: “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio".

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sabato 8 ottobre 2011

L'incontro: Stefano Folli nella Città Invisibile.



Stefano Folli, già Direttore del Corriere della Sera ed oggi editorialista del Sole 24 ore, ha concesso alla Città Invisibile un'intervista sulla situazione politica italiana (e non solo).

Dott. Folli, intravede qualche analogia tra la fine della prima repubblica e quello che molti chiamano "il crepuscolo della seconda repubblica", cioè il momento attuale della politica italiana?
«In effetti si sta un po' ripetendo un copione che abbiamo già conosciuto. La fine della prima repubblica fu la disgregazione del sistema politico fondato sui partiti. Ora stiamo assistendo ad un'estrema difficoltà delle forze politiche di interpretare i cambiamenti del paese e pertanto di governare. Questo porta ad una sorta di paralisi e quindi in qualche modo ad un rischio di collasso. Certamente la seconda repubblica è fallita. La prima repubblica non era fallita, si era consumata. Oggi invece, a distanza di 17 anni, stiamo assistendo alla consunzione di una seconda repubblica in fondo mai nata. Questo è qualcosa che somiglia ad una analogia ed è qualcosa che preoccupa per il futuro».
Taluni osservatori politici sostengono che il centrosinistra sia stato, negli anni, fin troppo tenero con Berlusconi e che questa ricerca di buonismo sia uno dei principali motivi della perdita di identità del centrosinistra stesso. Qual è la sua idea al riguardo?
«Penso che l'Italia non ha avuto una opposizione capace di presentarsi come alternativa credibile al governo di centrodestra. Quando il centrosinistra è andato al governo si è dilaniato rapidamente. E oggi non riesce secondo me ad offrire un profilo convincente. Non parlerei tuttavia di “buonismo”. Parlerei di difficoltà ad interpretare con vigore un'opposizione che sia realisticamente credibile. Questo non significa che il centrosinistra non possa vincere le prossime elezioni; le può vincere in relazione alle crescenti difficoltà di Berlusconi, ma non sarebbe una vittoria che denoti una sintonia ritrovata con il paese. E questo potrebbe portare all'ennesima prova di cattivo governo. Cosa che naturalmente non possiamo certo augurarci in un momento simile».
Qual è stato, a suo giudizio, il più grande errore politico di Silvio Berlusconi?
«Palesemente quello di non essere riuscito, non aver saputo o non aver voluto costruire le istituzioni della seconda repubblica. Berlusconi ha avuto l'intuizione del bipolarismo, l'intuizione di aggregare delle forze disperse e di riportarle alla vittoria elettorale, è stato uno strepitoso uomo di campagna elettorale, ma assolutamente insufficiente come “costruttore di istituzioni”: questo è il suo peccato storico. Sarebbe troppo facile dire soltanto che si è occupato prevalentemente dei suoi problemi personali. Ha mancato proprio nella visione istituzionale, che deve essere propria di un Presidente del Consiglio che resta sulla scena appunto per 17 anni, tutto l'arco della cosiddetta seconda repubblica». 
Sul ruolo della Lega: sempre più spesso si sente parlare dei malumori della base. Lei ritiene che questi malumori possano essere tra le cause di un eventuale crisi di governo? 
«È possibile. Anche se questo presuppone un rovesciamento di Bossi. Perché Bossi ha fatto palesemente la scelta di sostenere Berlusconi fino alla fine: solo se fosse messo in minoranza all'interno della Lega lo scenario cambierebbe completamente. Ma questo al momento mi pare difficile, perché Bossi ha ancora un ascendente enorme sul suo partito, come dimostrano ad esempio le difficoltà di Maroni, che non riesce a trovare un vero spazio politico. In definitiva, se ci fosse una fine dell'era Bossi, ci sarebbe senza dubbio la fine dell'era Berlusconi».
Nella sua rubrica Il Punto, lei sottolinea che le parole di Bagnasco lasciano intravedere un progetto di riaggregazione dei politici di ispirazione cattolica di ambo le parti. Si punta secondo lei, in qualche modo, ad una nuova Democrazia Cristiana? O a cosa?
«Non credo a una nuova DC in senso stretto. Penso che la Chiesa guardi alla fine dell'era di Berlusconi – alla quale comunque siamo vicini - e si ponga il problema di una forza moderata che sappia occupare stabilmente il punto di equilibrio del sistema e lo sappia orientare. Non sarà una DC, può essere anche qualcosa di completamente nuovo, ma in ogni caso non direi che il discorso di Bagnasco è soltanto sui valori. È un discorso che ha senz'altro una prospettiva politica».
Veniamo allo scontro tra Berlusconi e la magistratura. Sempre nella sua rubrica Il Punto lei dice che il ruolo del Presidente della Repubblica sarà fondamentale in questo lacerante conflitto. Ritiene che se questo ruolo di mediatore fallisse, Napolitano si vedrebbe costretto a sciogliere le camere per evitare che lo scontro tra istituzioni arrivi ad un punto di non ritorno? Che scenari immagina in questo caso?
«Non credo che il presidente Napolitano possa sciogliere le camere per lo scontro con la magistratura. Lo scontro c'è stato già ed è stato duro, durissimo - e nulla esclude che possa essere ancora più duro - ma non credo che possa essere determinante per lo scioglimento delle camere. Per questo occorre che vi sia un fatto parlamentare. Il Parlamento deve cioè manifestare un dissenso, una lacerazione dentro la maggioranza. Se questo non avviene, non credo potrà esserci uno scioglimento delle camere».
A proposito del Presidente Napolitano: quando Futuro e Libertà presentò la famosa mozione di sfiducia nel novembre 2010, il Presidente della Repubblica fece in modo che il voto slittasse di un mese. Lei ritiene che sia stata questa la causa principale per cui il governo si è salvato, come molti sostengono?
«Io non sono convinto di questo. Penso che il Presidente della Repubblica si sia mosso con cautela perché in quel momento c'era il rischio concreto che il governo cadesse con la finanziaria aperta e quindi la situazione avrebbe potuto creare enormi problemi per la credibilità del paese, come abbiamo visto con tutti quei nodi che sono poi venuti al pettine più di recente: avremmo rischiato di esporci alla speculazione e ai mercati internazionali. Lo slittamento pertanto, in quel momento, era nell'interesse del paese e non credo che il rinvio del Presidente della Repubblica - dettato da giuste considerazioni – possa essere stato la causa del cambiamento di scenario in Parlamento».
Quando vi fu la scissione dal PdL, Futuro e Libertà aveva un potenziale enorme e i sondaggi lo attestavano tra il 6 e l’8%. Oggi siamo al 3% circa. Cosa è accaduto e dove hanno sbagliato?
«In politica non basta avere ragione in modo astratto. Bisogna avere ragione al momento giusto e quando la prospettiva ti permette di raccogliere consenso sulla tua azione. Secondo me Fini ha agito in maniera legittima, dal suo punto di vista, ma intempestiva dal punto di vista politico: Berlusconi era troppo forte in quel momento e non c'era un vero spazio politico che si potesse colmare. Questa è stata una sottovalutazione dei rapporti di forza molto grave. Del resto non basta essere popolari sui mass-media o avere un risalto mediatico: occorre saper interpretare i processi politici. Non c'è dubbio che in futuro avremo un centrodestra, un'area moderata, che non sarà più berlusconiana, ma bisogna saper interpretare i processi politici anche nelle loro tortuosità, nella loro lentezza. Voler prendere scorciatoie, alle volte, può essere molto pericoloso».
Berlusconi ha fortemente voluto l’elezione di Angelino Alfano come segretario del partito. Ma la guerra alla successione è già iniziata e serpeggia evidente nelle file del Pdl, tanto che sempre più spesso si parla di primarie. Il Popolo delle Libertà riuscirà a sopravvivere a Berlusconi?
«Il Popolo delle Libertà non lo so. Tenderei a dire di no. L'area moderata sì: questo è un paese che ha un forte radicamento moderato, che nel corso dei decenni - dal dopoguerra in poi - ha sempre trovato assetti diversi, ma ha sempre mantenuto grossomodo la sua forza elettorale complessivamente intesa, tendenzialmente maggioritaria nel paese. Il Pdl è una forma politica transeunte, molto legata alla personalità di Berlusconi. Il futuro sarà di chi saprà interpretare quest'area moderata meglio di altri. Le primarie possono essere uno strumento, ma presuppongono un Pdl che rimanga compatto e questo potrebbe non essere. Mi sembra che, sia pure su un piano diverso, la Chiesa si ponga il problema del futuro dell'area moderata in maniera più sottile. Quello che credo è che Alfano e gli altri che aspirano ad interpretare, nel futuro, questa area moderata debbano fin d'ora saper prendere le distanze da Berlusconi. Fini ha esagerato in un senso, ma non vedere che Berlusconi sta andando verso la fine della sua stagione e non stabilire alcuni ponti verso il futuro è un atteggiamento che può diventare rischioso per le sorti del paese. Non ci si può limitare ad appiattirsi su Berlusconi. Alfano qualche segnale l'ha dato ma, secondo me, ancora insufficiente».
Ritiene possibile che alla fine la stessa maggioranza si decida ad estromettere Berlusconi?
«Mi sembra molto difficile».
L’alleanza Di Pietro-Bersani-Vendola viene vista, non solo a destra, come un’armata brancaleone. Secondo lei potrebbe funzionare, ha qualche chance?
«Se la crisi del centrodestra dovesse continuare ad avvitarsi, è possibile che – complice una legge elettorale che dà un grosso premio di maggioranza alla Camera – questa alleanza possa vincere. Naturalmente è un'alleanza che può vincere le elezioni, ma difficilmente può governare senza una coesione programmatica. Questo porrebbe innanzitutto il problema di un'alleanza col centro, nient'affatto facile. Quando anche avessero i numeri alla Camera, poi, ci sarebbe il problema del Senato. Ecco perché non sembrano esserci le condizioni necessarie di stabilità e di buon governo per un'alleanza simile».
Sempre sul centrosinistra: molti sostengono che il PD abbia perso fin troppo tempo a cercare un leader e poco a costruire programmi e contenuti. Qual è la sua idea al riguardo?
«Lo penso anch'io. Non hanno un'idea forte da proporre al paese. La loro lettura della società italiana è troppo tattica e poco di prospettiva».
Alla fine della giostra cosa farà l’UDC? Andrà a destra o a sinistra?
«Se i due ghiacciai del bipolarismo non si saranno scongelati, andrà da solo. Se ci sarà un segnale di crisi forte, allora Casini si giocherà la partita nel centrodestra».
Ed Miliband, eletto il 25 settembre segretario del Labour, ha 42 anni; Barack Obama 50 anni; Josè Zapatero 51 anni, Nicolas Sarkozy 56 anni; Angela Merkel 57. Come mai in Italia non riusciamo a sconfiggere la gerontocrazia (non soltanto in politica naturalmente)?
«Secondo me perché abbiamo avuto in definitiva un sistema piuttosto bloccato. La classe dirigente che entrò sulla scena nel dopoguerra, dal 46 al 48 diciamo, era in realtà molto giovane. Essendo molto giovane, e mancando la valvola dell'alternativa, si è consolidata al potere per molti anni. Lo ha fatto cooptando, talvolta, alcuni personaggi più giovani ma complessivamente il meccanismo era tutto in mano ai giovani del 46. Poi c'è stata l'involuzione e la caduta della prima repubblica. Con la seconda repubblica abbiamo avuto una fase in cui alcuni personaggi più giovani sono venuti sulla scena. Casini e Fini erano tutto sommato dei giovani, nel 94-95. Il fatto è che poi si sono come “fossilizzati”. Anche perché, come si diceva prima, la seconda repubblica di fatto non è mai nata e si è ingessata. L'ingessatura è ciò che produce una difficoltà nel ricambio delle classi dirigenti. Aggiungo in proposito che oggi noi non abbiamo dei meccanismi che aiutino una crescita di nuove leve. Nella prima repubblica era relativamente più semplice. C'erano gli enti locali, ad esempio, che erano delle fucine di nuova classe dirigente. Ora è tutto più difficile, certi collegamenti si sono spezzati. Viviamo appunto dentro questa ingessatura e i ricambi avvengono soprattutto per via traumatica. Se Berlusconi dovesse uscire di scena in modo non politicamente semplice, vi potrebbero essere degli sconquassi e questo potrebbe portare alla ribalta dei personaggi nuovi. Anche se in fondo non c'è poi da augurarsi dei traumi così ripetuti».
Come giudica la rete e il fenomeno dei blogger?
«Molto positivamente. Lo giudico come un grande fenomeno di diffusione delle idee e di grande e appassionato dibattito civile. In questo senso un grande fenomeno di democrazia. Con dei rischi, perché saltare tutte le mediazioni comporta comunque dei rischi. E tuttavia mi sforzo di vederne soprattutto i lati positivi».
Quale futuro immagina per il giornalismo? La carta stampata è destinata a cedere il passo all'informazione dei nuovi media?
«In buona misura sì. Questo sono i fatti a dimostrarlo già oggi. Le giovani generazioni comprano pochissimi giornali e si affidano per lo più, anche per l'informazione, agli strumenti elettronici. Questo naturalmente comporta il rischio che venga in qualche modo meno il momento della riflessione, ma è un rischio da correre. Sarà il web che dovrà trovare in se stesso la correzione dei suoi difetti e dei suoi limiti, cioè il modo di favorire la cultura e la riflessione, funzione svolta per decenni e per secoli dalla carta stampata. Non credo per altro che la carta stampata scomparirà. Ridurrà molto il suo range; ci saranno giornali più di nicchia, che avranno un pubblico più ristretto e che dovranno essere fatti molto diversamente da oggi. Oggi le aziende editoriali costano tantissimo perché hanno anche uno spettro informativo molto ampio da coprire: se viene meno questo, viene meno il motivo di tenere su delle aziende editoriali mastodontiche e si arriverà dunque a giornali più snelli. Anche le fonti di informazione sono meno care di una volta. Gli uffici di corrispondenza – ad esempio – avranno meno senso, in prospettiva. Ergo penso che la carta stampata sopravviverà in maniera diversa, integrandosi per quanto possibile col web».


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