Benvenuti nella città invisibile, ma non silente!

La città invisibile è una contraddizione in termini. Se una città esiste, con le sue case, le strade, i lampioni, gli abitanti, come può essere invisibile?! La città invisibile però c’è: è dentro ognuno di noi. Le fondamenta delle sue case sono quello che abbiamo costruito fino ad oggi, le nostre esperienze passate, gli avvenimenti della nostra vita. I mattoni delle case sono i nostri sogni, le aspettative, le speranze, tutto ciò che vorremmo fosse, domani, presto o tardi che sia. Le vie della città invisibile sono i nostri pensieri, che si ramificano innervandosi e collegano case, ponti, quartieri, costituendo una fitta rete di scambi e connessioni. La città invisibile è lo spazio vivo in cui ognuno si sente quello che è, ed è libero di esprimersi, di sognare, di dire “no”, persino di creare mondi diversi, realtà parallele: con la speranza che quel tesoro invisibile custodito dentro ognuno di noi possa rappresentare la fiaccola del cambiamento e si riesca a passarne, tutti insieme, il testimone. La via per riuscirci, a mio parere, è quella indicata da Italo Calvino: “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio".

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domenica 22 agosto 2010

Berlusconi, i 5 punti e il pensiero unico.

Avviso per i lettori: in questo articolo
 c'è pericolo di stimolare il pensiero indipendente.


Non sarò breve!

L’ennesima puntata del braccio di ferro fra Berlusconi e Fini solleva troppe questioni, tutte a parer mio molto importanti, per essere liquidata in poche righe.

Sui 5 punti delineati per l’autunno, il Presidente del Consiglio ha affermato “prendere o lasciare”.

I 5 punti riguardano: (1) giustizia (2) mezzogiorno (3) fisco (4) federalismo (5) sicurezza.

Non voglio addentrarmi nei dettagli dei singoli punti (che si possono trovare agevolmente in rete), ma ugualmente voglio fare tre considerazioni che ritengo importanti.

(1)    A leggere la sintesi del documento su cui Berlusconi intenderebbe chiedere la fiducia, sembra di sentire un forte odore, piuttosto acre, di campagna elettorale.
Ogni tema infatti mi pare impostato per “accontentare” ora un palato, ora l’altro.
La giustizia, in primis, serve ovviamente al palato stesso del premier, con il processo breve e la riproposizione del lodo Alfano, imbellettato con fard costituzionale, ma accontenta al contempo anche quella rappresentanza popolare anti-magistratura, che nel nostro paese, purtroppo, è praticamente diventata, negli ultimi anni, quasi un partito a sé stante.
Il tema del Mezzogiorno riporta in piena campagna elettorale: si parla all’elettorato principe di Berlusconi, toccando le corde dello stretto di Messina e della Salerno-Reggio Calabria (revival del famoso plastico di “vespiana” memoria).
La questione del fisco è rivolta alla stragrande maggioranza degli italiani, allergici alle tasse come a poco altro (un po’ a ragione, un po’ a torto, dal momento che le tasse dovrebbero servire a migliorare i servizi!).
Il federalismo parla all’anima leghista del paese e cioè a circa il 12% degli Italiani, per tener buoni i quali, a quanto pare, dobbiamo federalizzare anche l’altro 88% del paese!
Questione sicurezza: di nuovo campagna elettorale. I comunisti non fanno più paura e dunque oramai ci serve un nuovo spauracchio da agitare: l’uomo nero ha sempre il suo bel fascino (quelli un po’ abbronzati come Obama, ad esempio, fanno sempre la loro porca figura!).

2) Altra considerazione. Vista l’assenza di novità di rilievo, ho la netta sensazione che il premier, preparandosi all’agone elettorale, si stia mettendo nelle condizioni di dire:
“Beh, ho chiesto di risolvere la giustizia (che fa schifo ed è politicizzata), la questione del Mezzogiorno (che è preoccupante), il problema tasse (perché sono troppo alte), il federalismo perché è un’esigenza di tutti (?!), e la sicurezza del paese (perché c’è la minaccia immigrazione che insidia la nostra serenità quotidiana) e cosa accade, che mi dicono di no? Sono folli e irresponsabili. Al voto!”
E giù randellate in campagna elettorale col tormentone che i finiani (come i leghisti nel 94!)  non lo hanno lasciato lavorare proprio mentre era sul punto di sciogliere, dopo soli 15 anni, le vere questioni all’ordine del giorno nel nostro paese.

(3)    L’ultima considerazione è sul “prendere o lasciare” di Berlusconi.

Cosa significa "prendere o lasciare"?

La nostra è una Repubblica parlamentare.

Al di là delle opinioni, tutte rispettabili, di destra o di sinistra che siano, trovo del tutto inaccettabile ridurre il Parlamento, che conta centinaia di persone da noi stipendiate, alla decisione di un solo uomo.

Il fardello del pensiero unico

Ogni singolo parlamentare è eletto per rappresentare liberamente il popolo, in coscienza

Non può, né deve esistere un capo che “ordina e dispone” comportamenti e parole di un intero ramo del parlamento. Possibile che non ci possa essere un povero individuo nel PdL che su alcune cose la pensi in modo leggermente diverso da Berlusconi e dica "io su questo ho dei dubbi" (e se lo fa, è fuori!)? 

La filosofia "o con me o contro di me" non rispetta la nostra forma di governo.

Perché se il modello deve essere quello del pensiero unico del leader di uno schieramento (e non entro di proposito nella questione Presidenza del Consiglio), propongo 3 seggi alla Camera e 3 al Senato, 2 alla maggioranza, 1 all’opposizione. Il risultato sarebbe lo stesso e il risparmio incalcolabile!

L’aver ridotto il parlamento, e soprattutto la destra del nostro paese, al modello del pensiero unico, è a parer mio uno dei più grandi danni fatti dal berlusconismo alla democrazia italiana.

E non credo, anche se spero di sbagliarmi, che se ne verrà fuori tanto presto.


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2 commenti:

maria assunta ha detto...

in un modo senza ideali la questione del voto è ridotta a questo: chi teme di perdere il seggio è terrorizzato dal voto, chi spera di guadagnarlo ne è attratto.
Max

Luigi Bruschi ha detto...

Purtroppo temo che tu abbia ragione. Nondimeno, gli ideali vanno riconquistati come un'isola lontana, o una città invisibile da (ri)trovare.

La via per riuscirci è difficile da scovare, senza dubbio. Ma deve esserci. E va trovata.

Ne va del nostro futuro.

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