Benvenuti nella città invisibile, ma non silente!

La città invisibile è una contraddizione in termini. Se una città esiste, con le sue case, le strade, i lampioni, gli abitanti, come può essere invisibile?! La città invisibile però c’è: è dentro ognuno di noi. Le fondamenta delle sue case sono quello che abbiamo costruito fino ad oggi, le nostre esperienze passate, gli avvenimenti della nostra vita. I mattoni delle case sono i nostri sogni, le aspettative, le speranze, tutto ciò che vorremmo fosse, domani, presto o tardi che sia. Le vie della città invisibile sono i nostri pensieri, che si ramificano innervandosi e collegano case, ponti, quartieri, costituendo una fitta rete di scambi e connessioni. La città invisibile è lo spazio vivo in cui ognuno si sente quello che è, ed è libero di esprimersi, di sognare, di dire “no”, persino di creare mondi diversi, realtà parallele: con la speranza che quel tesoro invisibile custodito dentro ognuno di noi possa rappresentare la fiaccola del cambiamento e si riesca a passarne, tutti insieme, il testimone. La via per riuscirci, a mio parere, è quella indicata da Italo Calvino: “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio".

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martedì 7 febbraio 2012

Chi va e chi resta...

Il Ministro Cancellieri ha bacchettato i giovani italiani.

Sapete cosa penso, riguardo all'ultima uscita del Ministro dell'Interno Annamaria Cancellieri sul posto fisso agognato da chi vuole stare accanto a mamma e papà?

Che è una delle mille angolazioni con cui si guarda ad un problema reale. 
Sbagliando naturalmente i toni - come accade un po' troppo spesso, ultimamente, tra gli esponenti del governo Monti - ma comunque inquadrando un problema concreto, seppure in modo assolutamente parziale.

È un fatto che in Italia i giovani tendano a protrarre il proprio tempo di permanenza nelle rispettive famiglie.

Difficile tuttavia dire se questo atteggiamento è la causa di una situazione stagnante che porta ad una flebile competitività (come parrebbe insinuare il Ministro) o piuttosto un effetto di una società percepita come insicura, malsana, non meritocratica, senza sbocchi e favorevole a "pochi noti".
Sembra una sfumatura, ma credo non sia di poco conto.

Mi spiego meglio. 
Se là fuori il mercato pullulasse di lavoro e di professionalità ricercata ed io, giovincello "sfigato" (per dirla con Martone), preferissi starmene a casuccia a godermi il riparo delle mie quattro mura e dell'affetto dei miei genitori mentre preparo un esame universitario all'anno, sarebbe un conto.

Sta di fatto però che il mercato appare vagamente in crisi, stando agli studi di settore.
E sta di fatto che anche le nostre benemerite università italiane appaiono essere per lo più del tutto scollegate col mondo del lavoro: sia in termini di competenze insegnate (vale a dire che in molti casi non si esce dall'università sapendo realmente fare un qualunque mestiere), sia in termini di rapporti con le realtà lavorative (per la serie: i migliori non risultano nel mirino di alcuna società in cerca di nuovi talenti, anzi di norma sono del tutto misconosciuti).
In questo deserto di opportunità, non mi pare così sorprendente che il posto fisso appaia spesso la panacea di tutti i mali, almeno per chi aspira a mettere su famiglia e crescere i propri pargoli con una qualche tranquillità.
E dove se non accanto alla famiglia di origine, che oltre a garantire un sostegno psicologico ed economico - là dove serve - è diventata un sostegno concreto (talvolta anche troppo, forse) per l'educazione di figli che sempre più hanno entrambi i genitori lavoratori in un sistema sociale pressoché privo di meccanismi virtuosi che sostengono chi ha famiglia?

Se poi a ciò si aggiunge che i vari posti fissi risultano solitamente appannaggio di chi conosce qualcuno che conosce qualcun altro, ecco che la situazione si complica notevolmente.

Come se ne esce? 
Il Ministro  Cancellieri, tra le altre cose, dice che bisogna essere pronti "a fare le valigie".

Per carità, lungi da me sostenere che bisogna rimanere nel proprio paese per forza.
Però abbiate pazienza: mi pare che questa dovrebbe semmai essere una scelta, basata su aspirazioni personali, modelli di vita alternativi, scommesse ed investimenti su futuri diversi. 
Non un obbligo dovuto alla stasi socio-economica di  un paese a crescita zero senza prospettive di sviluppo.

Un consiglio ai ministri tecnici è forse è il caso di darlo: parlare un po' meno e pensare un po' di più.
A costruire seriamente le condizioni perché una società percepita come insicura, malsana, non meritocratica e senza sbocchi possa diventare qualcosa d'altro.

Perché vorrei ricordare al Ministro Cancellieri che chi fa le valigie, da anni, c'è già: sono i nostri migliori talenti, che se ne vanno all'estero in cerca di chi li accoglie con il dovuto rispetto e ne valorizza qualità e competenze.

Mai sentito parlare di "fuga di cervelli"?

Forse, dico forse, potremmo ripartire da lì.


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Commenti (2)

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E come non essere d'accordo con la tua analisi!? Provo sconcerto quando persone come i nostri neo ministri fanno dichiarazioni improvvide. Ma perchè non lavorano e tacciono?
Non mi appassionano le vite dei vip e non conosco la storia dei figli dei nostri nuovi ministri, ma sono certa che non hanno fatto o non faranno la stessa fatica che farà mio figlio per trovare un lavoro remunerato decentemente e che gli consenta di mantenersi. Io lo sprono a laurearsi in fretta e ad andare via al più presto da questa Italia dove: i cinquantenni sono licenziati e mai più riassunti, i giovani restano precari fino alla vecchiaia, mentre i trota e i pesci grandi e piccoli della politica e delle varie caste che infestano il nostro Paese continuano ad ingozzarsi come tacchini.
Il problema esiste...ma è fuori luogo, per non dire indelicato, che lo si evidenzi con un tono arrogante, quando chi lo dice ha usufruito del posto a tempo indeterminato e ha il figlio ben sistemato. Inoltre, cosa non banale, potremmo sopportare il lavoro flessibile, se ciò fosse inteso come "cambiare lavoro". Quello che i signori professori non evidenziano, perché il problema non riguarda i loro figli, è che in Italia il lavoro flessibile è dato dal dramma di perdere il lavoro e dalla tragedia di trovarne un altro.

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