Benvenuti nella città invisibile, ma non silente!

La città invisibile è una contraddizione in termini. Se una città esiste, con le sue case, le strade, i lampioni, gli abitanti, come può essere invisibile?! La città invisibile però c’è: è dentro ognuno di noi. Le fondamenta delle sue case sono quello che abbiamo costruito fino ad oggi, le nostre esperienze passate, gli avvenimenti della nostra vita. I mattoni delle case sono i nostri sogni, le aspettative, le speranze, tutto ciò che vorremmo fosse, domani, presto o tardi che sia. Le vie della città invisibile sono i nostri pensieri, che si ramificano innervandosi e collegano case, ponti, quartieri, costituendo una fitta rete di scambi e connessioni. La città invisibile è lo spazio vivo in cui ognuno si sente quello che è, ed è libero di esprimersi, di sognare, di dire “no”, persino di creare mondi diversi, realtà parallele: con la speranza che quel tesoro invisibile custodito dentro ognuno di noi possa rappresentare la fiaccola del cambiamento e si riesca a passarne, tutti insieme, il testimone. La via per riuscirci, a mio parere, è quella indicata da Italo Calvino: “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio".

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lunedì 9 gennaio 2012

Attenti a quei due: non o no?


[Dal Prof. Woland per la Città Invisibile]

Questo titolo in sesta pagina sulla Repubblica del 30 dicembre 2011 a firma di Paolo Griseri mi spinge a scrivere un post sull'uso scorretto del non al posto del no, uso che va diffondendosi sempre più  nei giornali, nei libri e nel linguaggio parlato. 
Il titolo riportato è un chiarissimo esempio di come tale uso scorretto generi un'insormontabile ambiguità nella comprensione del testo.
Cosa vuol dire il giornalista? "Stop al divario tra i protetti e i non protetti" oppure "non più tutele ma più flessibilità"?
Non si può dirimere l'equivoco, specialmente in mancanza di punteggiatura.

Vediamo allora come stanno le cose.

Ecco la regola grammaticale:
È assolutamente errato usare non in frasi come queste: amici o no, vero o no etc”.
(Salvatore Battaglia- V.Pernicone, La grammatica italiana, Loescher editore Torino 1990 pag.403) e non è quindi un caso se un bellissimo libro di Elio Vittorini si intitoli Uomini e no.
Vediamo perché.

1) La particella (negativa) non è al pari di un, ci, mi etc (si tratta sempre di monosillabi) una particella proclitica (nota etimologica: il sostantivo pròclisi è un calco di ènclisi per sostituzione di en con pro) ovvero una parola atona (sprovvista cioè di accento) che deve necessariamente appoggiarsi alla parola che la segue.

Esempi: non credente, un albero, ci disse, mi amò, se ne partì,etc.

Nel pronunziare gli esempi si nota che mai l’accento cade sui monosillabi.

A tal proposito è interessante confrontare le seguenti due frasi:


Una donna seria è onesta;
una donna seria e onesta.

Si noterà che sul monosillabo è cade l’accento (la voce verbale non è una proclitica) mentre sulla congiunzione e (che è una proclitica) non cade l’accento.

2) Non è possibile usare una proclitica in senso assoluto, cioè non seguìta da un’altra parola.

Esempi: ho acquistato un, mi irritai e le, inciampai ma nonetc.

3) L’uso scorretto di non al posto di no può generare equivoci ed inciampi nelle frase come nell’esempio:

Ho amato gli amici e non solo in gioventù!

Come intendere questa frase in modo univoco?
La risposta è semplice se seguo la regola che mi dice che la proclitica deve appoggiarsi alla parola solo. Il significato è dunque: ho amato gli amici e non solo in gioventù ma anche dopo.

Quindi se voglio invece dire che solo in gioventù ho amato sia gli amici che i non amici devo scrivere o dire:

Ho amato amici e no solo in gioventù.

Il punto 3 ci dice dunque che la regola di cui stiamo parlando non ha un valore meramente formale, in quanto è essenziale per prevenire equivoci o ambiguità.

Pertanto è davvero utile rispettarla.

Immagino che molti lettori potrebbero accusarmi di pedanteria nel leggere questo post.

Io sono però convinto che in un mondo sempre più dominato dalla superficialità e dal pressapochismo ogni operazione ispirata al rigore sia un utile esercizio zen e che anche i mattoni più piccoli contribuiscano alla solidità dell'edificio.

Non solo nella grammatica, naturalmente.


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