Benvenuti nella città invisibile, ma non silente!

La città invisibile è una contraddizione in termini. Se una città esiste, con le sue case, le strade, i lampioni, gli abitanti, come può essere invisibile?! La città invisibile però c’è: è dentro ognuno di noi. Le fondamenta delle sue case sono quello che abbiamo costruito fino ad oggi, le nostre esperienze passate, gli avvenimenti della nostra vita. I mattoni delle case sono i nostri sogni, le aspettative, le speranze, tutto ciò che vorremmo fosse, domani, presto o tardi che sia. Le vie della città invisibile sono i nostri pensieri, che si ramificano innervandosi e collegano case, ponti, quartieri, costituendo una fitta rete di scambi e connessioni. La città invisibile è lo spazio vivo in cui ognuno si sente quello che è, ed è libero di esprimersi, di sognare, di dire “no”, persino di creare mondi diversi, realtà parallele: con la speranza che quel tesoro invisibile custodito dentro ognuno di noi possa rappresentare la fiaccola del cambiamento e si riesca a passarne, tutti insieme, il testimone. La via per riuscirci, a mio parere, è quella indicata da Italo Calvino: “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio".

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domenica 18 settembre 2011

Deduttivamente.


In un articolo sul giornale online fondato da Don Gianni Baget Bozzo, Ragionpolitica.it (che, tanto per dirne una, spicca tra i link "amici" sul sito personale di Angelino Alfano), Aldo Vitale descrive così il momento storico-giudiziario del nostro Presidente del Consiglio:
"con la vittima Berlusconi le procure dimostrano solerzia ai limiti della paradossale persecuzione (forse per la più che decennale abitudine a trattarlo come imputato).
E aggiunge:
[...] Berlusconi è soggetto a ciò che oramai può essere senza dubbio definito come vero e proprio «stalking giudiziario»
Politicamente si potrebbe deduttivamente ritenere che la persecuzione diretta dei rappresentanti costituisca una persecuzione indiretta dei rappresentati; ed in simili circostanze ci si allontana sempre dai parametri giuridici e politici di uno Stato di diritto. Urge quindi porre un argine primariamente culturale.
Come al solito, nessuna precisazione sul fatto che la Procura di Napoli sta tentando di acquisire la testimonianza di un Premier in questo caso parte lesa, né alcuna preoccupazione per l'eventualità che Berlusconi possa aver realmente commesso alcuni dei reati a lui contestati in altre circostanze.

Fin qui, nulla di nuovo.

La cosa che mi pare più interessante, tuttavia, è che applicando il medesimo ragionamento di Vitale ad un altro aspetto della vicenda in questione, Berlusconi dovrebbe dimettersi immediatamente.

Se infatti il nostro Premier, legittimamente eletto, fosse colpevole dei molteplici reati di cui è accusato, si potrebbe deduttivamente ritenere che la persecuzione diretta di alcuni dei rappresentati - ad esempio la minorenne Ruby - da parte del più influente dei rappresentanti - il Presidente del Consiglio - costituisca una persecuzione indiretta di tutti i rappresentati!

Che poi, detto in altre parole, è uno dei principali motivi per cui, nei paesi normali, il solo sospetto di un reato da parte di un politico induce il politico stesso alle dimissioni immediate: la sola  eventualità che chi amministra la cosa pubblica possa aver agito contro la cosa pubblica o contro i cittadini che rappresenta è semplicemente intollerabile.

Vitale ha dunque ragione: urge porre un argine primariamente culturale.

Proporrei di cominciare proprio dalle forme di stalking.

Non certo quello giudiziario, naturalmente, che è una fattispecie inesistente.

Parlo dello stalking intellettuale.

Quello esiste. Eccome se esiste.


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