Benvenuti nella città invisibile, ma non silente!

La città invisibile è una contraddizione in termini. Se una città esiste, con le sue case, le strade, i lampioni, gli abitanti, come può essere invisibile?! La città invisibile però c’è: è dentro ognuno di noi. Le fondamenta delle sue case sono quello che abbiamo costruito fino ad oggi, le nostre esperienze passate, gli avvenimenti della nostra vita. I mattoni delle case sono i nostri sogni, le aspettative, le speranze, tutto ciò che vorremmo fosse, domani, presto o tardi che sia. Le vie della città invisibile sono i nostri pensieri, che si ramificano innervandosi e collegano case, ponti, quartieri, costituendo una fitta rete di scambi e connessioni. La città invisibile è lo spazio vivo in cui ognuno si sente quello che è, ed è libero di esprimersi, di sognare, di dire “no”, persino di creare mondi diversi, realtà parallele: con la speranza che quel tesoro invisibile custodito dentro ognuno di noi possa rappresentare la fiaccola del cambiamento e si riesca a passarne, tutti insieme, il testimone. La via per riuscirci, a mio parere, è quella indicata da Italo Calvino: “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio".

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sabato 26 marzo 2011

Lampedusa: se questo è un uomo.


[Dal Prof. Woland per la Città Invisibile]]

Giovedì sera Annozero ha trasmesso un lungo servizio su Lampedusa.
Le immagini che scorrevano sul televisore erano agghiaccianti.
Migliaia di uomini affollati in spazi angusti, senza servizi igienici, con luridi giacigli simili a quelli dei barboni nelle stazioni ferroviarie, ammassati l’uno accanto all’altro, senza una sedia, senza un tavolo, immersi nel puzzo e in un’aria mefitica, come testimoniava l’inviata del servizio. Mi tornano alla mente i versi di Primo Levi:

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per un pezzo di pane
Che muore per un sì o per un no.
I vostri nati torcano il viso da voi.
(da Se questo è un uomo)

Cosa siamo diventati? Nel nostro paese, quando scoprono - è successo - un luogo ove si tengono in modo simile degli animali si fanno grossi titoli sui giornali e i responsabili rischiano il carcere.
Ma quelli di Lampedusa sono dei “clandestini”, non degli esseri umani e dunque non meritano neppure il trattamento che noi riserviamo agli animali domestici.
‘Clandestino’ è, etimologicamente, “colui che sta nascosto al giorno”, ma quei giovani che vediamo sporchi e laceri sullo schermo non si nascondono affatto e gridano la loro voglia di vivere. Sono fuggiti dalle loro terre natie, hanno attraversato il mare su barconi insicuri, stipati come bestie, rischiando la vita, inseguendo un sogno. Ora i nostri governanti ci spiegano che i sogni non si possono inseguire. Quegli uomini sono dei clandestini, dunque dei fuori legge, e la loro colpa è così grave che non meritano neppure il trattamento di un mafioso recluso in regime di “carcere duro”. Ho sentito affermare da un ministro, di cui non voglio fare il nome per carità di patria, che tra costoro non vi è neppure un profugo. Affermazione gratuita. Verrebbe da dire: se la clandestinità è un reato, allora vale la presunzione d’innocenza e fintanto che non si arrivi al terzo grado di giudizio io resto quello che sono, un uomo innocente che fugge dall’incubo della propria vita, quali che siano le cause, povertà, paura, persecuzione, guerra, dittatura. 
Non si può impedire agli uccelli di volare.
I nostri legislatori e governanti, così attenti alla tradizione cristiana – vedi la questione del Crocifisso nelle scuole o nelle aule giudiziarie – neppure ricordano che Giuseppe, Maria e Gesù erano clandestini nella stalla di Betlemme, né ricordano le parole della Bibbia:
«Vi sarà una sola legge, sia per il nativo sia per lo straniero residente in mezzo a voi... Quando un forestiero dimorerà presso di voi nel vostro paese, non gli dovrete far torto, ma lo tratterete come colui che è nato fra voi; l'amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri nel paese d'Egitto». (Esodo 12, 49; Levitico 19, 33-34).
E tanto meno rammentano la parole di Gesù:
“Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in prigione e non mi avete visitato”. Anch'essi allora risponderanno: “Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito?” Ed egli risponderà: “In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto neppure a me (Matteo 25, 42.45).


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