Benvenuti nella città invisibile, ma non silente!

La città invisibile è una contraddizione in termini. Se una città esiste, con le sue case, le strade, i lampioni, gli abitanti, come può essere invisibile?! La città invisibile però c’è: è dentro ognuno di noi. Le fondamenta delle sue case sono quello che abbiamo costruito fino ad oggi, le nostre esperienze passate, gli avvenimenti della nostra vita. I mattoni delle case sono i nostri sogni, le aspettative, le speranze, tutto ciò che vorremmo fosse, domani, presto o tardi che sia. Le vie della città invisibile sono i nostri pensieri, che si ramificano innervandosi e collegano case, ponti, quartieri, costituendo una fitta rete di scambi e connessioni. La città invisibile è lo spazio vivo in cui ognuno si sente quello che è, ed è libero di esprimersi, di sognare, di dire “no”, persino di creare mondi diversi, realtà parallele: con la speranza che quel tesoro invisibile custodito dentro ognuno di noi possa rappresentare la fiaccola del cambiamento e si riesca a passarne, tutti insieme, il testimone. La via per riuscirci, a mio parere, è quella indicata da Italo Calvino: “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio".

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martedì 12 aprile 2011

Fermiamo questa metamorfosi, prima che sia troppo tardi.

Saturno che divora suo figlio, di Francisco Goya: è questo che vogliamo diventare?


Ho sempre creduto nell'opportunità di affrontare alcuni temi delicatissimi con la ragione, anziché con l'istinto.

Ci sarà pure un motivo, anzi ben più di uno, se fra gli aggettivi che possono accompagnarsi al vocabolo istinto troviamo "basso", "malsano", "cieco", "brutale", "selvaggio", e via dicendo.

Dunque non dirò nulla sul gesto di chi, evidentemente, è vittima di una patologia che lo ha portato a commettere un'atrocità neppure lontanamente immaginabile da una mente 'sana': la violenza contro un bambino.



Il fatto poi che questa figura fosse fra quelle che quel bambino avrebbe dovuto proteggerlo, aiutarlo a crescere, farne una persona più forte, rende la contraddizione talmente lancinante da far tremare polsi e cuore.

Su questo sedicente educatore non voglio spendere altre parole. 
Spero solo che un giorno o l'altro, pagato il suo debito con la giustizia, possa uscire da quel gorgo buio che lo ha inghiottito e tornare a guardarsi allo specchio senza provare vergogna.

Voglio invece dedicare una riflessione alle due colleghe maestre: che sapevano, avevano visto e, in uno dei peggiori incubi che una società profondamente malata e allo sfascio come la nostra può concepire, hanno fatto finta di niente.

Provate ad immaginare cosa significa. 
In ben due circostanze diverse, le due colleghe insegnanti hanno fatto finta di niente

Una, aprendo la porta degli spogliatoi, ha visto il primo episodio avvenire sotto la doccia: ha richiuso la porta e ha aspettato che tutto finisse.

L'altra, dopo aver assistito al secondo episodio, ha cercato di rassicurare il bambino violentato, raccomandandogli di non dire nulla a casa.

Ho detto che non voglio cedere all'istinto nel commentare questa vicenda; che voglio, disperatamente voglio, aggrapparmi alla ragione.

Per questo, tentando di essere il più lucido possibile, voglio dire solo questo: ammesso che chi si è reso responsabile dell'orribile gesto sia come credo "malato", le due insegnanti che sono riuscite a comportarsi in quel modo hanno anch'esse contratto un morbo putrido ed infetto, devastante almeno quanto il primo, se non di più.

Leonardo da Vinci disse: "Chi non punisce il male, comanda che si faccia".

Credo sia il caso di fermarsi tutti a riflettere, per un lungo momento.

E chiederci, dimenticando per un attimo tutto quello che ci circonda, cosa stiamo diventando.


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